Le donne in Afghanistan non potranno più essere viste dalle finestre

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  Veronica Grazzi
  07 gennaio 2025
  4 minuti, 11 secondi

Il regime talebano ha introdotto una nuova legge che impone di oscurare le finestre delle case, soprattutto quelle affacciate su strade principali, o le cucine dei vicini, per impedire che le donne possano essere viste dall’esterno. La misura viene giustificata dai talebani dicendo che “vedere le donne che lavorano nelle cucine, nei cortili o che raccolgono l'acqua dai pozzi può portare ad atti osceni”. Questo provvedimento rappresenta l’ennesimo tassello di una politica che mira a cancellare le donne dallo spazio pubblico e persino da quello privato, confinandole in una totale invisibilità.

Negli ultimi due anni, i Talebani hanno imposto una serie di misure che vanno dal divieto di frequentare scuole e università alla proibizione di lavorare per ONG e organizzazioni internazionali. Il controllo, che ormai si estende persino alle mura domestiche, priva le donne di una delle ultime libertà rimaste: la connessione visiva con il mondo esterno.

L’impatto delle restrizioni

L’esclusione delle donne dall’istruzione ha avuto conseguenze drammatiche. Secondo l’UNESCO, se aggiungiamo le ragazze che erano già fuori dalla scuola prima dell'introduzione dei divieti, nel Paese ci sono quasi 2,5 milioni di ragazze private del diritto all'istruzione, pari all'80% delle ragazze afghane in età scolare. Questo divieto non solo nega alle giovani generazioni un diritto umano fondamentale, ma compromette anche il futuro economico e sociale del Paese, poiché una grossa fetta della popolazione è privata della possibilità di contribuire alla società.

La crisi educativa infatti è strettamente legata al deterioramento delle condizioni economiche e umanitarie. La proibizione per le donne di lavorare con ONG e organizzazioni umanitarie ha paralizzato molti programmi vitali. Secondo i dati delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, oltre 28 milioni di afghani, tra cui circa 14 milioni di donne e bambini, dipendono dall’assistenza umanitaria per sopravvivere. La mancanza di operatrici umanitarie, spesso l’unico ponte per raggiungere le comunità più vulnerabili, ha aggravato l’insicurezza alimentare e ridotto l’accesso ai servizi essenziali, come la salute e l’istruzione.

La crisi umanitaria e alimentare

Oggi, l’Afghanistan è uno dei Paesi più colpiti dall’insicurezza alimentare a livello globale. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) stima che circa 15 milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta, e quasi 6 milioni sono sull’orlo di una carestia. Le donne e le bambine sono le prime a soffrire: molte famiglie, costrette a fare scelte drastiche, danno priorità agli uomini per l’accesso al cibo e alle risorse limitate.

Parallelamente, l’esclusione delle donne dal mercato del lavoro ha peggiorato la povertà. Prima dell’ascesa al potere dei Talebani, le donne rappresentavano una componente essenziale della forza lavoro, con ruoli chiave nel settore sanitario ed educativo. La loro assenza ha reso ancora più difficile fornire servizi di base, specialmente nelle aree rurali dove le condizioni sono già estremamente precarie.

L’isolamento psicologico e sociale

La segregazione forzata e il controllo crescente hanno gravi ripercussioni sulla salute mentale delle donne. L’invisibilità imposta, simboleggiata ora dall’oscuramento delle finestre, rappresenta un ulteriore passo verso la completa alienazione delle donne dalla società. Studi condotti da varie organizzazioni internazionali hanno rilevato un aumento significativo dei casi di depressione, ansia e disturbi da stress post-traumatico tra le donne afghane. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, le donne intervistate hanno descritto la loro condizione come “una prigione senza fine”, sottolineando l’impatto devastante di un’esistenza confinata tra le mura domestiche senza alcuna prospettiva di miglioramento.

L’oblio internazionale

L’Afghanistan inoltre è scivolato nell’oblio della comunità internazionale. Dopo il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO nell’agosto 2021, altre crisi globali, come il conflitto in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente, hanno distolto l’attenzione dai problemi afghani. Secondo gli analisti, questa negligenza ha lasciato campo libero ai Talebani, permettendo loro di intensificare la repressione senza temere ripercussioni significative.

Il Parlamento Europeo ha adottato diverse risoluzioni che denunciano il deterioramento dei diritti umani in Afghanistan, chiedendo un rafforzamento delle sanzioni mirate contro i leader talebani e un maggiore supporto alle organizzazioni umanitarie che operano nel Paese. Tuttavia, gli sforzi diplomatici e le pressioni economiche non sono stati sufficienti per invertire la rotta.

Nel frattempo, la riduzione dei finanziamenti internazionali ha aggravato la crisi umanitaria. Solo nel 2023, le Nazioni Unite hanno ricevuto meno del 50% dei fondi necessari per il Piano di Risposta Umanitaria in Afghanistan, lasciando milioni di persone senza assistenza. Le nuove misure adottate dai Talebani non sono solo una violazione dei diritti fondamentali delle donne, ma anche una minaccia alla sopravvivenza stessa di milioni di persone in Afghanistan.

Le donne afghane stanno vivendo una realtà di persecuzioni e violenze sistematiche, senza avere, per ora, una speranza per un futuro di libertà e uguaglianza. In questo contesto, la comunità internazionale non può permettersi l’indifferenza, è essenziale non solo fornire aiuti immediati, ma anche garantire un sostegno continuo alla resilienza e alle lotte quotidiane delle donne afghane, sostenendo il loro diritto ad un'esistenza libera e dignitosa.

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L'Autore

Veronica Grazzi

Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.

Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.

Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.

Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.

In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.

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Diritti Umani

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#Aghanistan #women