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Le lacrime degli inglesi

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, membro del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Le immagini sono davvero iconiche, quelle trasmesse dalla BBC che inquadrano i primi visitatori in lutto, tutti con le lacrime fluenti, a vedere il catafalco funebre della regina Elisabetta II nella grande sala medioevale di Westminster Hall. Eppure, stiamo parlando di un popolo notoriamente composto che non manifesta facilmente le proprie emozioni.

Quindi sta succedendo realmente qualcosa di diverso qui o che cosa?

È davvero enorme la folla di persone - cittadini e persino turisti colti da questo avvenimento unico nella sua natura – disposte per sedici chilometri di fila ad attendere all’ultimo saluto “regale”.

Questo è un popolo che non soggiace facilmente a chicchessia e non si addolora semplicemente a comando.

Il Regno Unito non è in alcun modo la Corea del Nord, dove il teatrale dramma di Stato scenograficamente dominato dal lamento pseudoisterico, viene tutto attivato e spento da un semplice comando di un editto ufficiale.

Tuttavia, non è nemmeno l'esplosione di un lutto nazionale dopo la morte della regina che si esprime in maniera del tutto estemporanea.

La cultura mentale inglese ha caratteristiche originali anche in questo: i cittadini in lutto si sono impegnati con una narrazione che ha voluto avere un significato solo per loro e ha dovuto essere prodotta, diffusa e raffinata nel tempo, oltre una settimana (!) per renderla affettivamente risonante all over the world, ovvero in tutto il mondo.

Il racconto reale è stato proprio, come molti speaker della BBC hanno sottolineato, che la storia della regina Elisabetta II ha definito la nostra epoca. Noi contemporanei potremmo anche osservare che nel nostro periodo di difficili e sofisticate relazioni e gestione del sentimento politico, nazionale e internazionale, l'ha profondamente modellata.

Ciò che scorre ormai da giorni nei nostri teleschermi sul pianto degli inglesi rappresenta un sentimento nazionale collettivo in una narrazione complessa, condivisa, quasi inconscia, e perché no anche intellettuale, che si concretizza scorrendo sentitamente le lacrime lungo le guance.

Quindi di che cosa la gente ha pianto all'indomani della morte della Regina?

Nel suo tributo al defunto monarca alla Camera dei Comuni, il nuovo primo ministro, Liz Truss, lo ha sintetizzato dichiarando alla nazione che la regina era "la roccia su cui è stata costruita la Gran Bretagna moderna ... Il Regno Unito è il grande paese che è oggi grazie a lei". Tali affermazioni dal sapore storico negano e sfidano nel contempo le complessità dello sviluppo sociale nel profondo del popolo britannico.

Nel suo lungo regno Elisabetta II ha reinventato più volte il suo ruolo rimanendo sempre in linea con le forze e gli alimenti della modernità che si avvicendavano intorno a lei. Nonostante ciò, neanche il monarchico più ardente bisbiglierebbe che fosse personalmente protagonista della loro realizzazione.

E ci sono un sacco di commentatori disposti a dipingere coloro che visibilmente soffrono in momenti come questo come una sorta di linfa emotiva. L'ex primo ministro Boris Johnson ha definito l'espressione del dolore pubblico al momento della morte della principessa Diana come "isteria" e "lutto contagioso".

A parte la sua profonda condiscendenza verso le persone coinvolte, tali tentativi di rendere patologiche le emozioni pubbliche non riescono però a riconoscere fino a che punto l'appartenenza a una società non sia semplicemente una questione di realizzazione di ambiziosi interessi utilitaristici, ma di attaccamento, sentimento condiviso e desiderio attivo.

Evidentemente si tratta di nozioni e sentimenti tipici di un mondo che gioisce della propria stabilità; la delicata osmosi tra il sentimento privato e la propria esistenza pubblica.

L'"umore" del pubblico

I sentimenti pubblici appaiono per loro struttura amorfi e non modulabili come in genere è lo stato dell’umore.

Questo è uno di quei casi nel quale gli stati d’animo costringono a incontrare le forme sensoriali attraverso le quali le forze storiche si rendono disponibili per l'esperienza comune ovvero come opinioni razionali in cui vengono individuate cause, effetti e linee d'azione, ma alludono anche al nostro senso di chi siamo e perché ci preoccupiamo anche di queste cose. Gli stati d'animo sono di per sé suggestivi e ci aprono a possibilità di sentimenti vari.

Sicuramente, le emozioni del popolo inglese saranno messe a dura prova anche nei giorni a venire, mentre i problemi concreti continuano ad emergere, il divario tra i redditi e il costo della vita si allarga, le insicurezze della folle guerra europea sconvolgono la serenità sociale e i servizi sanitari dai quali hanno sempre fatto affidamento sopportano parzialmente tensioni che non hanno precedenti. In mezzo a tali turbamenti, i rischi e la ricerca di punti di riferimento affidabili sono perfettamente comprensibili. La narrativa monarchica piacerà ad alcuni e respingerà altri.

Più importante di quale racconto della coesione sociale e della moralità acquistiamo è il significato di dover riconoscere il valore delle esperienze storiche condivise ed emotivamente risonanti.

Perché è solo creandoli e sostenendoli che possiamo sperare di avere un controllo su ciò che il mondo significa per noi e noi per esso.


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