L’Unione Europea, concepita come normative power, si fonda sulla legittimazione derivante dalla promozione di un ordine internazionale fondato su norme condivise, diritto internazionale e multilateralismo; tuttavia, il caso israeliano mette in luce i limiti strutturali di questa auto-rappresentazione, mostrando come l’apparente centralità normativa dell’Europa sia sistematicamente subordinata alla gerarchia di potere globale, incapace di trasformare i principi proclamati in strumenti operativi efficaci. Israele, infatti, opera da decenni in una condizione di eccezionalità normativa che gli consente di ignorare risoluzioni ONU relative ai territori occupati, mentre le sue operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania sollevano questioni persistenti sul rispetto del diritto umanitario, sulla proporzionalità dell’uso della forza e sulla protezione dei civili; la limitata efficacia delle azioni della Corte Penale Internazionale e l’assenza di misure coercitive vincolanti da parte dell’ONU evidenziano, in maniera inequivocabile, la debolezza delle istituzioni multilaterali, incapaci di tradurre la retorica normativa in decisioni concrete e vincolanti.
Dal punto di vista del realismo offensivo, come teorizzato da John Mearsheimer, questa eccezionalità trova spiegazione nell’asimmetria di potere strutturale che colloca Israele sotto l’ombrello strategico degli Stati Uniti, un supporto politico-militare che neutralizza ogni pressione multilaterale e trasforma la protezione americana in un fattore determinante della condotta israeliana; l’amministrazione Trump ha intensificato questa dinamica, sancendo attraverso atti unilaterali – quali il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana e la legittimazione dell’annessione del Golan – la supremazia della forza geopolitica sul diritto internazionale, mostrando come le relazioni di potere possano sistematicamente prevalere sulle norme multilaterali. Dal punto di vista liberalista, tale contesto mina la credibilità delle istituzioni multilaterali, riduce la fiducia globale nel sistema ONU e nella Corte internazionale di giustizia e compromette la capacità di qualsiasi attore normativo, inclusa l’UE, di esercitare influenza attraverso il diritto e la persuasione normativa.
In tale quadro, il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia e l’appello di Emmanuel Macron ad altri Stati a emulare tale decisione rappresentano un tentativo significativo di coniugare legittimazione politica e applicazione delle norme, ponendo il riconoscimento politico come strumento concreto per riequilibrare l’ordine internazionale in una regione in cui la debolezza multilaterale ha amplificato il potere discrezionale di Israele. Macron ha inoltre sostenuto la Dichiarazione di New York, sottoscritta da oltre 140 Stati, che prevede la stabilizzazione di Gaza, il rilascio degli ostaggi, lo smantellamento di Hamas e il riconoscimento simultaneo di Israele e Palestina, configurando un approccio volto a bilanciare sicurezza, responsabilità politica e rispetto del diritto internazionale, e sottolineando la necessità di una soluzione sostenibile e duratura che non si limiti a dichiarazioni simboliche ma possa tradursi in strumenti operativi e misurabili.
Nonostante queste iniziative, l’Unione Europea rimane intrappolata nella propria ambivalenza normativa; secondo una lettura costruttivista, la sua identità come attore normativo è costantemente messa alla prova dal divario tra principi enunciati e prassi operative, evidenziato dalla ferma risposta europea alla violazione della sovranità ucraina, caratterizzata da sanzioni rigorose e misure concrete, rispetto alla frammentazione interna sulle politiche verso Israele e Palestina, con Germania e Ungheria schierate a sostegno di Tel Aviv e altri Stati membri, tra cui Irlanda, Spagna e Belgio, più inclini a richiamare la necessità di protezione dei diritti palestinesi; l’iniziativa francese dimostra che un approccio coerente è teoricamente possibile, ma mette altresì in luce la difficoltà strutturale di costruire un consenso europeo che consenta all’UE di esercitare un’influenza reale e incisiva sulla scena mediorientale.
L’Italia, in questo contesto, adotta una postura ambivalente, vincolata da obblighi atlantici e dalla propria proiezione mediterranea; Roma mantiene legami strategici con Israele nei settori della difesa, dell’innovazione tecnologica e della cooperazione energetica, rafforzando la partnership bilaterale e limitando la possibilità di posizionamento autonomo, mentre il divario tra parole e azioni è evidente: l’Italia denuncia con forza le violazioni della sovranità ucraina, ma assume un atteggiamento prudente e prevalentemente verbale rispetto alle violazioni israeliane, evidenziando così una selettività normativa che mina la coerenza della sua politica estera.
Le implicazioni strategiche e normative di questa selettività sono significative: la debolezza dell’ONU nel tradurre le risoluzioni in atti concreti erode l’efficacia del diritto internazionale, compromette la legittimità europea come attore globale e limita la capacità italiana di proporsi come mediatore credibile nel Mediterraneo; secondo il realismo, le regole valgono solo se supportate dai rapporti di forza; il liberalismo evidenzia come senza coerenza istituzionale il multilateralismo perda capacità vincolante; il costruttivismo sottolinea che l’identità normativa europea rischia di svuotarsi se non accompagnata da applicazione imparziale e concreta dei principi. L’iniziativa francese dimostra che un approccio coerente, fondato sul riconoscimento politico dello Stato di Palestina e su strumenti diplomatici concreti, può rafforzare l’ordine internazionale, mentre l’Italia, se vuole preservare centralità e credibilità, deve decidere se continuare a privilegiare il vincolo atlantico o contribuire attivamente alla costruzione di una postura europea coerente, in grado di trasformare il discorso normativo in strumenti politici concreti, capaci di incidere efficacemente su una regione in cui le regole non valgono per tutti.
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L'Autore
Eleonora Strano
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