Ad un primo sguardo, i numeri raccontano una storia decisamente positiva. Nel 2025 la quota dell’euro su un ampio set di indicatori finanziari internazionali è salita al 20%. L’emissione di debito denominato in euro ha raggiunto il livello più alto dalla nascita della moneta unica, con una crescita di circa il 30% rispetto all’anno precedente. E per la prima volta l’euro ha anche conquistato la leadership nel mercato dei green bond, ovvero le obbligazioni legate a progetti di sostenibilità ambientale. Tutto bene, dunque? Non proprio.
Il rapporto annuale della BCE sul ruolo internazionale dell’euro, pubblicato a giugno 2026 nella sua venticinquesima edizione, legge questi dati con la giusta cautela. Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della BCE, lo scrive senza mezzi termini: la crescita dell’euro è avvenuta “per circostanza, non per scelta strategica”. In altre parole, la moneta europea ha beneficiato del caos altrui (le turbolenze del dollaro, le tensioni geopolitiche globali, l’instabilità del sistema finanziario internazionale) più che di una propria forza costruita nel tempo. Intanto, sullo sfondo, un sistema monetario globale in costante mutamento.
Il segnale più eloquente viene dall’oro. Per la prima volta dal crollo del sistema di Bretton Woods nel 1971, il metallo prezioso ha superato i Treasury americani come prima asset class nelle riserve ufficiali mondiali. Per Treasury intendiamo i titoli di Stato emessi dal governo degli Stati Uniti, a lungo considerati il bene rifugio per eccellenza: sicuri, liquidi, nonché universalmente accettati. A fine 2025, l’oro rappresentava il 27% delle riserve globali, mentre i Treasury erano scesi al 22%. Un dato che rappresenta un chiaro segnale di sfiducia nei confronti dei titoli americani. A comprare oro, secondo il rapporto, sono soprattutto le banche centrali dei Paesi che temono di più le sanzioni finanziarie occidentali o che si sentono più esposti a un conflitto. Dal 2022, la Cina ne ha acquistate oltre 350 tonnellate, la Turchia 220, l’India 130. La Polonia, paese NATO al confine con Russia e Bielorussia, è stata il maggiore acquirente nel 2025 con circa 100 tonnellate.
Ma la frammentazione non concerne solo la battaglia tra oro e Treasury americani. Essa, infatti, riguarda anche le infrastrutture stesse attraverso cui scorrono i pagamenti globali. SWIFT, il sistema internazionale di messaggistica interbancaria che connette oltre 11.500 istituzioni in più di 200 paesi, non è più l’unico canale del sistema finanziario globale. La Cina ha sviluppato CIPS, un sistema alternativo per i pagamenti in yuan che, nel febbraio 2026, ha aggiornato le proprie regole operative puntando a diventare una piattaforma multi-valuta. Non più, dunque, un circuito solo per il renminbi. Anche la Russia ha naturalmente il proprio sistema parallelo, noto come SPFS. Queste alternative svolgono un ruolo sempre più rilevante. A titolo di esempio, nel marzo-aprile 2026, alcune navi hanno pagato in renminbi tramite CIPS per ottenere il diritto di transitare dallo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato tra il Golfo Persico e il Mare Arabico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
In questo contesto, è interessante notare il comportamento dell’euro. Durante i principali episodi di tensione del 2025, quali gli annunci sui dazi americani nonché lo scoppio della guerra in Medio Oriente, la moneta europea si è comportata come un bene rifugio: gli investitori l’hanno cercata nei momenti di instabilità. Un fatto per niente scontato. Il problema, come sottolinea Christine Lagarde nella prefazione al rapporto, è che questa finestra è stata aperta per ragioni per così dire esterne, non per meriti costruiti. Per trasformare il momento in vantaggio strutturale, servirebbero mercati dei capitali europei più profondi, un attivo sicuro comune (ovvero un titolo di debito emesso a livello europeo che possa competere con i Treasury americani per affidabilità e liquidità) e il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali, il celebre progetto europeo rimasto incompiuto da oltre un decennio.
Ed è proprio questo il paradosso del rapporto BCE 2026. L’euro cresce ma non per scelta. Il sistema che lo ospita si frammenta, e quella frammentazione è anche ciò che crea spazio per la moneta europea. La domanda che possiamo porre è la seguente: l’Europa saprà trasformare questa circostanza in strategia, prima che la finestra si chiuda definitivamente?
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L'Autore
Sarah Azzurra Spada
Tag
Euro frammentazione BCE Finanza Economia Internazionale