L’insegnamento della storia secondo le nuove linee guida per le scuole: una proposta che suona “occidentalista”

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  Emma Zurru
  12 luglio 2025
  5 minuti, 35 secondi

Qualche mese fa si leggeva che le nuove linee guida per i programmi scolastici di scuola primaria e secondaria di primo grado (ovvero le elementari e le medie), elaborate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con una commissione di esperti tra studiosi, insegnanti e pedagoghi, aprivano la sezione di Storia con l’affermazione: “solo l’Occidente conosce la storia”.

La frase aveva sollevato non poche critiche, ma ciononostante è rimasta nella stessa forma anche nel documento definitivo, pubblicato sul sito del Ministero il 7 luglio e adesso in attesa dell’ultimo parere da parte del Consiglio di Stato. Proprio con quella affermazione, si apre infatti il paragrafo dedicato alla materia di Storia, nella quale si vuole spiegare perché sia importante insegnarla e in che modo si intenda farlo.

La frase era forse una provocazione, in effetti, seguita da una precisazione: “non vuol dire assolutamente che altre società e culture non abbiano avuto una storia e i modi per raccontarla”; lo stesso ministro ha dichiarato, parlando dell’approccio all’insegnamento della storia, di volerla trattare come “una grande narrazione, senza caricarla di sovrastrutture ideologiche”. Nella stessa dichiarazione sottolineava poi quale sia il focus che si auspica per i programmi scolastici: la predilezione della storia d'Italia, dell'Europa, dell'Occidente.

L’affermazione del ministro ci ha fatto subito pensare alle riflessioni e i dibattiti che nella modernità si chiedono se sia possibile una storia non ideologica, cioè neutrale e oggettiva. Il racconto è sempre interpretato, elaborato e definito dal punto di vista di qualcuno, dagli interessi e dai bisogni di chi racconta: la storia può considerarsi, in questa prospettiva, come una somma di interpretazioni orientate – non necessariamente consapevolmente – da e verso particolari prospettive, per ragioni in parte soggettive. Decidere cosa raccontare, e in questo caso insegnare, rappresenta una scelta difficilmente non orientata.

Su questo, le linee guida sono d’accordo: in esse si riconosce che ciò che noi definiamo storia è proprio uno “specifico modo di osservare e raccontare la realtà”, e quello che appartiene alla nostra cultura ha le sue fondamenta nella storiografia greca di Erodoto e Tucidide, arricchita poi da quella romana di Tito Livio o di Tacito.

Sono stati sollevati diversi problemi in questo testo: il portavoce dell’Unione degli studenti (associazione apartitica e indipendente di alunni e alunne delle superiori) si è espresso criticandolo di essere conservativo e reazionario; della stessa opinione i partiti dell’opposizione al governo, che lo accusano – nelle parole di Elly Schlein – di essere “nostalgico” nell’idea proposta di scuola. La Rete degli Studenti Medi, altra associazione studentesca, ha sottolineato come sia mancato del tutto un coinvolgimento degli studenti.

Al di là delle prese di posizione politiche, le due pagine del documento suonano “occidentaliste”, dove con occidentalismo si intende un’idea di superiorità della cultura e della civiltà occidentale, nella dimensione in cui si afferma che essa, per una sua disposizione d’animo alla conoscenza dei fatti, delle cause e degli effetti, “è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”.

Diverse, troppe volte nel testo emerge una forte contrapposizione tra “l’Occidente” e “gli altri popoli” o, ancora, “i popoli del mondo intero”. Prima di tutto, ci si chiede nella lettera aperta della Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC), a quale Occidente si fa riferimento? E in contrapposizione a quale Oriente? In secondo luogo, la contrapposizione tra le due vaghe entità non è solo una contrapposizione, ma una gerarchia: “la storia, cioè la conoscenza e il giudizio sul passato [che, ricordiamo, dovrebbe essere “uno specifico modo di raccontare la realtà” NdA], sono divenuti per questa via fonte decisiva per il pensiero e l’educazione politica dei popoli del mondo occidentale e in seguito di tutti i Paesi della terra. In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno potuto prendere coscienza di sé […]”. È rispetto a questo che proprio l’AISC ricorda la grande e ben documentata tradizione storiografica della Cina, che sicuramente smentisce la pretesa di primato occidentale sulla disciplina e, ancor più, sulla conseguente maturità culturale che questa comporterebbe.

Alla marcata e ripetuta separazione tra Occidente e “gli altri” fa eccezione una sezione del testo, dove i popoli vengono invece ricondotti ad una sola “umanità” e la storia all’intera “storia umana”, ma dove sarebbe stato corretto che la distinzione rimanesse. Si tratta del punto in cui si ricostruisce l’impatto che la “venuta di Cristo” ha avuto sull’approccio alla storia e sulla sua concezione: la storia sarebbe diventata un “percorso di prova che l’umanità era chiamata a intraprendere” verso la salvezza ultraterrena, portandola ad avere speranza e, si dice, soprattutto, un senso. Se questo è sicuramente vero, per l’appunto, per le “culture occidentali” che hanno vissuto e sono state plasmate dal Cristianesimo, non siamo sicuri sia opportuno estendere questo pezzo di storia a tutta la storia umana.

Le linee guida, che non sono rigidamente prescrittive ma lasciano flessibilità ai singoli istituti, sono rivolte alle scuole di oggi, ovvero a scuole della modernità e della globalizzazione, sicuramente scuole della migrazione e sempre più della commistione di culture. Si tratta di luoghi fondamentali per la scoperta del diverso, per la discussione di temi di inclusione e di rispetto delle diversità; luoghi al centro dei dibattiti su come gestire le identità e le differenze culturali e religiose al fine di tutelarle e rispettarle tutte, dalla proposta francese di divieto di esposizione dei simboli all’impegno australiano per una “educazione multi-religiosa”.

In questo contesto, l’approccio agli “altri” proposto dalle linee guida ministeriali vanno in direzione del tutto opposta: secondo il ministero dell’istruzione italiano l’insegnamento nella scuola primaria deve avere al centro le origini della civiltà occidentale perché su di esse si fonda la nostra cultura, “sia al fine di far maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di cittadino, sia – vista la sempre maggiore presenza di giovani provenienti da altre culture – al fine di favorire l’integrazione di questi ultimi, integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere”.

Una direzione che parla della centralità dell’identità nazionale per l’integrazione dello straniero, senza però mostrare di prendere in considerazione alcuna permeabilità alla cultura, all’identità e alla storia, appunto, dell’altro.

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Emma Zurru

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