La Manovra economica 2026 interviene sul Fondo Unico per il Cinema e l’Audiovisivo con una riduzione senza precedenti: –190 milioni nel 2026 e –240 nel 2027. Un taglio secco, non compensato da riallocazioni interne al comparto culturale, che colpirà produzione, distribuzione e maestranze. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha motivato la scelta come un’operazione necessaria a “mettere fine a sprechi e anomalie”, inserendo di fatto il cinema in una narrazione punitiva che ignora la sua dimensione industriale. Eppure il settore si regge su un meccanismo – il tax credit – che negli ultimi anni ha attratto investimenti, sostenuto l’occupazione e garantito continuità produttiva, pur con le sue criticità: burocrazia, rischi di abuso, difficoltà di accesso per le piccole realtà. La riforma recente ha reso l’incentivo più selettivo, imponendo requisiti stringenti – come il 40% di capitali privati – e contribuendo alla paralisi degli ultimi due anni: oltre il 60% dei professionisti è oggi senza lavoro, l’impiego tecnico sul set è crollato del 90%, e la nuova “indennità di discontinuità” non basta a colmare il vuoto di tutele.
È dentro questo scenario, fatto di contrazione economica e incertezza strutturale, che va letta l’annata cinematografica 2025: un mosaico nel quale coesistono inciampi clamorosi e film capaci di reggere il confronto internazionale; un anno in cui opere deboli e prodotti apertamente commerciali si affiancano a titoli di sorprendente solidità formale e concettuale. Sul versante più fragile si collocano Duse ed Elisa, due film arrivati a Venezia con un bagaglio di aspettative che la resa finale non ha saputo sostenere. Ancora più esplicitamente inscritta nelle logiche del mercato è Io sono Rosa Ricci, estensione di un brand seriale che funziona sul piano strategico ma resta prigioniera della sua origine televisiva. E tuttavia, a fronte di questi passaggi a vuoto, la stagione ha offerto anche un nucleo di film capaci di smentire la retorica degli “sprechi”: After the Hunt – Dopo la caccia – ormai Luca Guadagnino è internazionale, ma consideriamolo ancora “dei nostri” – Le assaggiatrici, Le città di pianura e La città proibita di Gabriele Mainetti testimoniano un cinema che sa ancora muoversi con libertà tra rielaborazione storica, ricerca d’autore, riflessione sul presente e incursioni di genere.
Tra questi, Le città di pianura di Francesco Sossai spicca su tutte, probabilmente come una delle opere più lucide nel raccontare un’Italia sospesa fra immobilità e desiderio di fuga. Il film parla ai territori dove il tempo non scorre ma ristagna: campagne ordinate, bar identici, giovinezze che non decollano mai, una nebbia che non è solo meteorologica ma esistenziale. Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) incarnano due varianti della stessa condizione nazionale: l’incapacità di trasformare abitudini in scelte, l’altalena tra malinconia e cinismo, l’illusione che la fuga – o il ritorno – possa colmare un vuoto identitario. Sossai non costruisce un racconto di eventi, ma un film fatto di stati d’animo, pause, accumuli. Il Veneto non è sfondo, ma personaggio: un territorio che contiene e restringe, come nel neorealismo del dopoguerra, restituendo un’Italia interiore – piatta, conservatrice, abitudinaria – attraversata però da un bisogno disperato di sentirsi viva.
A rafforzare questo quadro arrivano titoli attesi come La grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, che pur non ancora pienamente assorbito dal pubblico conserva intatta la forza simbolica del suo autore: una presenza capace di attrarre attenzione internazionale e ricordare che il cinema italiano può ancora ambire a un discorso globale. Nella stessa direzione si colloca Il Maestro di Andrea Di Stefano, interpretato da Pierfrancesco Favino, esempio di cinema medio-alto costruito intorno al personaggio e potenzialmente esportabile oltre i confini nazionali.
In una traiettoria più sperimentale si inserisce L’oro del Reno, che segna l’emersione di nuove presenze come Lorenzo Pullega: un ricambio generazionale già in atto, che resiste nonostante l’impoverimento delle strutture produttive.
A chiudere la fascia intermedia del mercato c’è La vita va così, espressione di quel “cinema medio” sempre più sacrificato eppure indispensabile per l’equilibrio dell’industria: storie quotidiane, costruzione classica, attenzione ai rapporti umani. La sua stessa esistenza segnala quanto fragile sia lo strato del sistema che tiene insieme sale, pubblico e maestranze.
Infine, tra le opere che più hanno marcato la stagione, Testa o Croce di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi rappresenta uno dei gesti più radicali del nostro cinema recente. Scritto con Carlo Salsa, il film abita il confine in cui il western viene smontato e riarticolato, privato delle sue certezze e restituito alla contemporaneità. Coproduzione tra Italia e Stati Uniti, riflette la doppia appartenenza dei registi: radici toscane e immaginario americano, butteri e frontiera. I rimandi a Sergio Leone, Sergio Corbucci e Sergio Sollima affiorano come spettri consapevoli; e tuttavia Testa o Croce non imita, ma usa la grammatica del western per sabotarne il mito. Polvere, pistole, duelli al tramonto diventano accessori di un racconto rovesciato, centrato sulla figura di Rosa (Nadia Tereszkiewicz), che ridefinisce il baricentro del genere.
In sala, il film si trasforma in un vero esperimento sociale: le reazioni – anche quelle di rifiuto – diventano parte del dispositivo, documentando quanto la memoria del western sia ancora viva nei corpi di chi lo ha abitato per decenni. È un’opera che chiede confronto, tradimento, riscrittura. E nel quadro del 2025 mostra in maniera nitida ciò che il cinema italiano può ancora essere quando ha il coraggio di rischiare.
Ed è precisamente questa capacità – minoritaria, ma reale – che i tagli della Manovra 2026 mettono in pericolo: non eliminano gli sprechi, ma erodono il terreno su cui potrebbero crescere i film migliori.
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Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/f...
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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