Mosca riconosce i Talebani: quando la realpolitik supera i diritti

  Articoli (Articles)
  Federica Placidi
  11 luglio 2025
  5 minuti, 8 secondi

Giovedì 3 luglio 2025 la Russia di Vladimir Putin è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere come legittimo il regime dei Talebani, al potere in Afghanistan dal 2021. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi, dopo un incontro a Kabul con l’ambasciatore russo Dmitry Zhirnov. Una mossa che segna un avvicinamento strategico tra Mosca e Kabul, spiegabile con un intreccio di motivazioni: dalla cooperazione economica alla comune lotta contro l’ISIS-K, fino all’isolamento internazionale della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

L’Afghanistan era già stato governato una prima volta dai Talebani tra il 1996 e il 2001, prima di essere rovesciato dall’intervento militare americano seguito agli attentati dell’11 settembre. Nell’agosto 2021 i Talebani sono tornati al potere dopo il rapido collasso delle forze di sicurezza afghane, ripristinando un regime basato su una rigida interpretazione della sharia e reprimendo sistematicamente diritti civili e libertà individuali, soprattutto delle donne.

Nonostante l’assenza di riconoscimento formale fino a oggi, la Russia aveva già mantenuto rapporti aperti con il nuovo governo talebano: delegazioni afghane hanno partecipato al Forum economico di San Pietroburgo nel 2022 e nel 2024, e Putin stesso li aveva definiti «alleati nella lotta contro il terrorismo». Nel 2003 Mosca aveva classificato i Talebani come organizzazione terroristica per il sostegno fornito ai separatisti del Caucaso, ma negli ultimi anni le priorità di sicurezza si sono spostate: oggi Mosca e Kabul condividono un nemico comune — l’ISIS-K, la branca afghana dello Stato Islamico, responsabile dell’attentato al teatro Crocus City Hall di Mosca nel marzo 2024.

ISIS-K: chi sono e perchè contano

L’ISIS-K (Stato Islamico – Provincia del Khorasan) è la filiale dell’ISIS attiva in Afghanistan e Pakistan, formatasi nel 2015 da ex miliziani talebani e jihadisti fuoriusciti da Al-Qaeda. Negli ultimi anni, il gruppo ha rafforzato la propria presenza nelle province orientali afghane, sfruttando le divisioni interne ai Talebani e la debolezza del controllo statale. Gli attacchi, spesso spettacolari e rivolti contro civili, autorità religiose e obiettivi russi, hanno fatto dell’ISIS-K il nemico comune di Mosca e Kabul. L’attentato al Crocus City Hall ha spinto il Cremlino ad accelerare la normalizzazione dei rapporti con i Talebani, visti ora come un argine necessario a contenere la minaccia jihadista lungo il confine centroasiatico.


Un intreccio storico di interessi

La storia dei rapporti tra Mosca e Kabul è complessa e ciclica. Nel 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afghanistan per insediare un governo comunista, restando invischiate in un conflitto decennale contro i mujaheddin, che finì per logorare l’URSS stessa. Molti dei futuri leader talebani combatterono proprio in quelle file di resistenza islamica. Oggi, paradossalmente, la Russia riconosce come legittimo un regime nato proprio per respingere l’influenza sovietica.

Nel frattempo, Mosca non ha mai chiuso del tutto la porta a Kabul: dopo la presa di potere dei Talebani, la Russia è stata tra i primi Paesi a riaprire l’ambasciata, preparandosi a sfruttare spazi economici e logistici. Non a caso, nel maggio 2025 ha ospitato un forum dedicato ai corridoi infrastrutturali, come la Trans-Afghan Railway, che potrebbero aprire nuove rotte verso l’Asia meridionale, aggirando parzialmente le sanzioni occidentali.

Tre chiavi di lettura

Dietro la decisione di Mosca si intrecciano almeno tre letture. La prima è regionale: garantire una linea diretta con Kabul serve a contenere l’influenza dell’ISIS-K e a ridurre il rischio che instabilità e traffici illeciti si propaghino verso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. La seconda è economica: la Russia punta a presidiare i corridoi energetici e logistici che passano per l’Afghanistan, ma deve fare i conti con la crescente penetrazione cinese. La terza lettura è ideologica: il riconoscimento è un segnale di sfida all’Occidente. La Russia mostra di non vincolare più la legittimità di un regime ai parametri di democrazia e diritti, ma alla capacità di mantenere ordine e di rappresentare un argine contro minacce comuni. Non a caso, Bruxelles ha subito criticato la mossa, definendola un colpo agli sforzi per una pace inclusiva e sostenibile. Governi e ONG continuano a denunciare la condizione delle donne afghane: dalla chiusura delle scuole secondarie e università, ai divieti di movimento senza accompagnatore maschile, fino alla cosiddetta “polizia della virtù” che sorveglia codici di abbigliamento e comportamenti.

L’ombra di Pechino

Pechino, dopo il ritiro statunitense, ha stretto legami con il regime talebano per garantirsi accesso diretto a risorse strategiche: rame, terre rare, litio. Gli investimenti cinesi nel sito minerario di Mes Aynak, uno dei più ricchi giacimenti di rame al mondo, e l’integrazione dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative fanno di Kabul una pedina importante nella strategia di connettività eurasiatica. La cooperazione con i Talebani permette alla Cina di mantenere stabile il confine con lo Xinjiang, temendo infiltrazioni jihadiste che possano alimentare il separatismo uiguro. Per Mosca, la presenza cinese rappresenta un partner necessario ma anche un rivale, in un’area che la Russia considera parte della propria sfera d’influenza storica.

Scenari aperti

Il gesto di Mosca rompe un tabù che finora aveva impedito ad altri Paesi di riconoscere ufficialmente i Talebani. Iran, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita intrattengono già relazioni di fatto con Kabul, ma il via libera russo potrebbe aprire un effetto domino: stabilità e interessi nazionali rischiano di prevalere ancora una volta sulla condizionalità dei diritti.

Per la comunità di analisti, l’Afghanistan è oggi un crocevia di contraddizioni: un regime che reprime diritti ma garantisce controllo, un partner scomodo ma funzionale, un terreno conteso da potenze in cerca di corridoi e sfere d’influenza. Mosca ha mosso la prima pedina, ma la partita è tutt’altro che chiusa. La domanda non è solo chi sarà il prossimo a normalizzare i Talebani, ma quali nuovi compromessi di potere accetteremo di legittimare in nome della stabilità.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025

Condividi il post

L'Autore

Federica Placidi

Tag

Mosca Talebani Afghanistan sicurezza internazionale Russia Kabul