Negazione strategica e dipendenza transatlantica: una nuova dottrina di difesa europea

Il monito del Capo di Stato Maggiore francese Thierry Burkhard evidenzia la necessità di superare la frammentazione europea e di sviluppare una postura strategica autonoma di deterrenza e resilienza

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  Eleonora Strano
  13 settembre 2025
  5 minuti, 34 secondi

Le parole del generale Thierry Burkhard, in uscita dalla guida dello Stato Maggiore della Difesa francese, hanno il merito di richiamare l’Europa a un principio fondamentale della strategia: la sicurezza non è un bene che si eredita, ma una condizione da preservare attraverso strumenti di potere credibili. La sua immagine di un continente ridotto ad un “animale braccato” incapace di difendersi non è un’esagerazione retorica, ma una diagnosi della vulnerabilità strutturale europea di fronte alla competizione di potenze che hanno riportato l’uso della forza al centro della politica internazionale.

Per oltre trent’anni, gran parte degli Stati membri ha coltivato una cultura strategica segnata dalla convinzione che la guerra convenzionale fosse marginale e che l’interdipendenza economica avrebbe sterilizzato la logica di potenza. Il conflitto in Ucraina ha dissolto questa illusione. Oggi la guerra non è più un’ipotesi remota, ma una variabile sistemica che incide direttamente sulla sopravvivenza politica degli attori. Ciò che Burkhard mette in luce è che l’Europa continua a vivere in una condizione di negazione: incapace di accettare la violenza come elemento strutturale dell’ordine internazionale, rischia di essere travolta da dinamiche che non controlla.

Il problema non è soltanto quantitativo, legato cioè al livello della spesa militare. È eminentemente qualitativo e politico. L’Europa non dispone di una dottrina di sicurezza coerente, in grado di integrare deterrenza, resilienza e capacità di escalation controllata. L’eterogeneità delle percezioni interne mina la costruzione di un concetto strategico unitario: per i Paesi baltici la minaccia russa è questione esistenziale, mentre in altri Stati dell’Europa occidentale e mediterranea prevalgono priorità economiche o vincoli di bilancio. Questa dissonanza impedisce l’elaborazione di un’autentica postura collettiva e condanna il continente a una dipendenza strutturale dagli Stati Uniti.

L’Ucraina rappresenta il banco di prova di questa crisi dottrinale. Burkhard distingue tra le guerre “scelte”, tipiche della stagione post-Guerra Fredda, e le guerre “imposte”, in cui l’Occidente non controlla né tempi né modalità del conflitto. Nel primo caso — Iraq, Afghanistan, Mali — era possibile definire obiettivi limitati, temporizzare l’impegno e, in ultima istanza, disimpegnarsi. Nel secondo caso, come mostra l’aggressione russa, non esistono margini di discrezionalità: la guerra diventa esistenziale, non per la sopravvivenza militare dell’Europa, ma per la credibilità della sua architettura di sicurezza. In questo scenario, l’assunzione del rischio diventa il fondamento stesso dell’azione strategica. Fornire garanzie a Kiev equivale a legare il futuro europeo a questa scelta, non a delegarlo a Washington.

Il nodo centrale riguarda la capacità di deterrenza. Finché l’Europa non sarà in grado di esprimere un potere militare autonomo e credibile, resterà priva di capacità di dissuasione. Ciò implica due condizioni: da un lato, la disponibilità di strumenti tecnologicamente avanzati, dall’altro la possibilità di sostenere conflitti di logoramento a lungo termine senza esaurire risorse e volontà politica. La combinazione tra capacità ad alta intensità e strumenti a basso costo è essenziale per costruire resilienza strategica. Senza questa doppia dimensione, la deterrenza rimane incompleta e l’Europa vulnerabile a shock prolungati..

Il generale sottolinea inoltre che la guerra contemporanea non si esaurisce sul piano cinetico. Il dominio informativo è ormai un campo di battaglia autonomo. In un’epoca in cui la percezione pubblica condiziona la legittimità politica delle operazioni, il controllo dello spazio cognitivo diventa parte integrante della strategia. La Russia ha dimostrato la capacità di impiegare strumenti di disinformazione per minare la coesione occidentale, mentre la Cina integra strumenti tecnologici, economici e militari in forme di “guerra ibrida” permanente. Senza una postura europea integrata nello spazio informativo, qualsiasi sforzo militare rischia di essere vanificato da fragilità cognitive interne.

Sul piano industriale e tecnologico, la frammentazione europea costituisce una debolezza strutturale. La difesa del continente dipende ancora da fornitori esterni, con un grado di dipendenza che riduce l’autonomia strategica e la capacità di risposta rapida. In questo senso, la Bussola Strategica dell’UE (2022) ha tentato di delineare una traiettoria verso un’autonomia tecnologica e una maggiore integrazione industriale, ma la distanza tra dichiarazioni programmatiche e capacità operative resta ampia. La lezione di Burkhard è che la sovranità tecnologica è parte integrante della deterrenza: senza un complesso militare-industriale europeo integrato, capace di produrre e sostenere nel tempo le capacità necessarie, la strategia resta priva di fondamenta.

L’analisi va letta anche in relazione al Concetto Strategico della NATO (Madrid, 2022), che ha definito la Russia come “minaccia più significativa e diretta” alla sicurezza euroatlantica e ha riaffermato l’importanza della deterrenza e difesa collettiva. Ma se per l’Alleanza la coesione è garantita dal primato statunitense, per l’Europa la questione rimane aperta: senza un rafforzamento interno, la dimensione europea continuerà a configurarsi come anello debole della catena transatlantica.

Il nodo dottrinale riguarda infine il rapporto tra hard e soft power. L’Europa ha tradizionalmente costruito la propria identità internazionale sul potere normativo e sulla diplomazia multilaterale. Ma senza una credibile capacità coercitiva, il potere normativo perde efficacia. La difesa non contraddice l’identità europea, ne rappresenta la condizione di sopravvivenza. Come insegna la teoria della deterrenza, la diplomazia acquista peso solo se sostenuta da una minaccia credibile dell’uso della forza. L’assenza di tale minaccia condanna l’Europa a una marginalità politica che nessun capitale normativo può compensare.

L’analisi di Burkhard deve quindi essere interpretata come un invito a elaborare una vera dottrina europea della difesa, che sappia andare oltre l’emergenza ucraina. È necessario definire principi operativi condivisi, investire nella resilienza delle società e accettare il rischio come componente intrinseca della politica di potenza. Se l’Europa non sarà capace di concepirsi come soggetto strategico, continuerà a vivere in una condizione di dipendenza e di irrilevanza.

La posta in gioco è chiara: in un sistema internazionale plasmato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, il continente rischia di diventare oggetto e non soggetto della storia. Solo superando la negazione strategica e assumendo la difesa come priorità politica, economica e culturale, l’Europa potrà evitare il destino evocato dal generale francese: non più attore, ma preda.

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Eleonora Strano

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