Le mutilazioni genitali femminili, anche conosciute come FGM, racchiudono ogni pratica e procedura che comporta la rimozione totale o parziale dei genitali esterni femminili, o qualsiasi lesione agli organi genitali per scopi non terapeutici, spesso su bambine di un’età compresa tra l’infanzia e i 15 anni.
Diverse organizzazioni internazionali tra cui l’OMS e l’UNICEF classificano tali pratiche in quattro tipologie principali, la cui gravità aumenta gradualmente: la pratica non ha di per sé alcun beneficio alla salute delle ragazze su cui viene praticata ma può, al contrario, causare gravi emorragie e problemi urinari, sessuali, vaginali e mestruali, cisti, dolore intenso, infezioni, morte, disturbi post-traumatici, depressione, complicazioni legate al parto e un aumento del rischio di morte neonatale, solo per citarne alcuni.
È una pratica considerata a livello internazionale come una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali di bambine e ragazze: essa viola il diritto alla salute psicofisica, all’integrità fisica, alla sicurezza, alla vita, nonché alla protezione dall’esposizione a trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Non solo: costituisce una forma di discriminazione contro ragazze e donne e riflette una radicata disuguaglianza tra i sessi e una volontà di controllare i corpi e la sessualità femminile.
La gravità aumenta se si pensa che un trend evidenziato dalle agenzie internazionali riguarda l’abbassamento dell’età delle vittime della pratica: ad oggi le procedure vengono eseguite sempre più spesso su bambine di un’età inferiore ai 5 anni.
Per comprenderne il ricorso è bene spiegarne la funzione: esse, pur non avendo alcun fondamento religioso, nonostante vengano spesso giustificate erroneamente in tale modo, sono radicate in tradizioni culturali e sociali delle comunità. Sono viste come un "rito di passaggio" all’età adulta, un modo per preservare la verginità o un requisito per potersi sposare.
ActionAid ha dimostrato il legame sistemico tra FGM, povertà estrema, matrimoni precoci e abbandono scolastico: spesso nelle comunità rurali sottoporre la propria figlia a mutilazioni genitali viene visto come un prerequisito indispensabile per poter negoziare il matrimonio, spingendo quindi le famiglie bisognose a sacrificare il percorso scolastico delle figlie per garantire l’accettabilità sociale.
Ebbene, secondo gli ultimi dati forniti dall’UNICEF FGM Global Database del 2024, oltre 230 milioni di bambine viventi (il 15% in più rispetto al 2016) hanno subito mutilazioni genitali e di queste, 144 milioni risiedono in paesi del continente africano. I dati, a cui è necessario aggiungere che 4 milioni di ragazze ogni anno sono a rischio, sottolineano un problema globale legato anche ai costi derivanti dal trattamento delle complicanze sanitarie delle MGF, che si stima siano di 1,4 miliardi di dollari all'anno.
I Paesi più coinvolti nella regione sono quelli del Corno d’Africa, Africa Orientale e Occidentale, tra cui solo alcuni sono la Somalia, dove la percentuale è del 98%, tra le più alte al mondo, Etiopia, Sudan e Kenya, Guinea, Gibuti, Sierra Leone, Mali, Eritrea, Burkina Faso e Gambia.
Il quadro normativo e l’abolizione della pratica
In molti dei Paesi in cui avviene la mutilazione si sono registrati negli ultimi decenni degli importanti passi avanti nel sistema legislativo: la maggior parte dei Paesi dell’Africa subsahariana ha infatti adottato leggi penali che proibiscono e sanzionano in modo severo la pratica. Vi sono tuttavia casi come la Sierra Leone, il Mali e la Liberia ove manca un divieto legislativo nazionale che sia completo ed esplicito.
È però necessario che l’evoluzione non avvenga solo in ambito legale, ma sia accompagnata da strategie, come è avvenuto, per fare un esempio, in Kenya, dove il governo ha affiancato alla legge penale del 2011 sulla Prohibition of FGM Act un’agenzia dedicata chiamata Anti-FGM Board e un approccio multisettoriale che includa la partecipazione e la cooperazione. Lo scopo è giungere ad un dialogo con i "custodi della tradizione", in modo tale da sostituire le incisioni fisiche con differenti riti di passaggio basati su celebrazioni, musica ed educazione.
Il Burkina Faso è un altro importante esempio: è stato uno dei primi Paesi della regione a criminalizzare la pratica negli anni ‘90, e diverse ricerche e studi hanno dimostrato che l’istruzione femminile è il più potente fattore di protezione, in quanto l’aumento dei livelli di scolarizzazione delle madri riduce nettamente la probabilità che le figlie vengano sottoposte alla mutilazione, rompendo così una catena generazionale del fenomeno.
Anche l’OMS ha approvato nel 2008 una risoluzione sull’eliminazione delle MGF, sottolineando la necessità che l’azione avvenga in diversi settori. Si pone inoltre come pilastro nella lotta alla medicalizzazione delle MGF, una sfida emersa negli ultimi anni che prevede che la pratica venga svolta da personale sanitario nella falsa convinzione di renderla più sicura.
Le sfide future
L’Agenda ONU prevede tra i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile un SDG dedicato all’eliminazione totale delle mutilazioni genitali femminili entro il 2030: per raggiungere il traguardo, il ritmo dei progressi dovrebbe essere 27 volte più veloce. Nonostante ciò, diversi sono i segnali di speranza, perché ad oggi circa due terzi della popolazione nei Paesi a rischio si oppone apertamente ad essa, e come precedentemente nominato, negli ultimi decenni i progressi sono avvenuti grazie alla combinazione del piano legislativo e di quello sociale.
In questo percorso sono protagoniste anche le stesse comunità locali e in particolare la gioventù africana che, tramite attivismo sul campo, l’uso di tecnologie innovative e la creazione delle “Safe Houses”, ha dimostrato il rifiuto della violenza della tradizione e una lotta per far valere i diritti fondamentali delle bambine alla salute, all’autodeterminazione e all’istruzione.
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