Un luogo non diventa patrimonio soltanto perché custodisce tracce del passato. Lo diventa quando quelle tracce vengono riconosciute, nominate, raccontate e trasmesse. Oggetti, pratiche, paesaggi, saperi e memorie entrano così in un processo attraverso il quale una collettività sceglie ciò che considera degno di tutela e rappresentativo di sé. La patrimonializzazione non coincide, dunque, con la semplice conservazione: è un modo di costruire nel presente un rapporto con il passato e, insieme, di immaginare ciò che si vuole consegnare al futuro.
A questo processo è stato dedicato il II Convegno nazionale della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici (SIMBDEA), che si è svolto a Pescara a Settembre 2026. Il titolo: "La patrimonializzazione e le sue ricadute: prospettive antropologiche intorno a un dispositivo globale", restituisce l’ampiezza e l’urgenza della questione. Negli ultimi decenni il patrimonio è diventato infatti una categoria centrale delle politiche culturali, delle strategie turistiche, dei processi di rigenerazione e delle rivendicazioni identitarie. Può restituire visibilità a territori e memorie rimasti ai margini, ma può anche fissarli in immagini semplificate, produrre nuove gerarchie ed escludere le voci che non coincidono con la narrazione dominante.
È qui che lo sguardo antropologico diventa necessario. Il patrimonio non è un oggetto neutro, ma un campo di relazioni nel quale si incontrano istituzioni, comunità, interessi economici, memorie e conflitti. Non basta domandarsi che cosa debba essere conservato ma occorre chiedersi chi abbia il potere di sceglierlo, chi possa raccontarlo, chi riesca a riconoscersi in quel racconto e quali effetti la valorizzazione produca sulla vita quotidiana delle persone.
Alla sua seconda edizione, il Convegno ha rappresentato uno spazio importante riunendo ricerca accademica, professioni museali ed esperienze maturate nei territori. Le tre giornate di sessioni parallele, incontri, presentazioni e proiezioni hanno permesso di accostare prospettive teoriche e casi concreti. La pluralità delle esperienze riunite ha offerto l’occasione di osservare la patrimonializzazione non come un tema astratto, ma nei suoi effetti concreti.
In questo quadro, il Panel 11 "Abitare il patrimonio oltre l’overtourism" proposto da Marco Rosati della Sapienza Università di Roma, ha assunto un valore particolare. Già il verbo «abitare» sposta il punto di vista: il patrimonio non è soltanto ciò che si visita, ma ciò con cui le persone convivono, che riconoscono, trasformano e trasmettono. Il rapporto con il turismo globale resta ambivalente: la valorizzazione può generare risorse e riconoscimento, ma anche overtourism, gentrificazione e consumo intensivo dei luoghi. Prima di domandarsi come rendere un territorio più attrattivo, il panel ha invitato quindi a chiedersi se quel territorio sia ancora vivibile per chi lo abita. Cammini, aree interne, centri minori e patrimoni diffusi sono stati così considerati come spazi in cui sperimentare pratiche di ri-significazione e forme di turismo lento. Il visitatore non scompare, ma cessa di essere la misura esclusiva del valore di un luogo.
La scelta di svolgere il convegno al Museo delle Genti d’Abruzzo non è stata neutra. Nato nel 1973 dall’incontro tra una raccolta archeologica e una dedicata alle tradizioni popolari, il museo è oggi ospitato nella parte superstite della fortezza di Pescara, negli ambienti delle antiche caserme borboniche utilizzati anche come bagno penale. È dunque un luogo attraversato da memorie differenti, nel quale le tracce della città, delle istituzioni e delle vite che vi sono passate continuano a ridefinirsi.
Il percorso museale racconta forme, saperi, credenze e pratiche non come resti immobili, ma nella loro capacità di persistere e trasformarsi. Aver ospitato qui il convegno sulla patrimonializzazione ha reso visibile una questione fondamentale: anche un museo è il risultato di scelte, raccolte, donazioni e interpretazioni. Il Museo delle Genti d’Abruzzo non ha rappresentato soltanto il contenitore dell’evento, ma un luogo in cui sono diventate concrete le domande su ciò che conserviamo, sul modo in cui lo raccontiamo e sulle relazioni che costruiamo tra le testimonianze del passato e la società contemporanea.
A promuovere questo confronto è stata SIMBDEA, associazione fondata nel 2001 da antropologi attivi nel campo dei musei e del patrimonio culturale. L’associazione mette in relazione studiosi, professionisti e volontari, favorisce il dialogo tra università e istituzioni museali e sostiene il riconoscimento dei beni demoetnoantropologici nel sistema culturale italiano. Anche la rivista AM - Antropologia Museale ha contribuito a costruire un lessico comune e uno spazio critico nel quale il museo può essere pensato come istituzione viva, capace di ascoltare e produrre relazioni.
La presidenza di Alessandra Broccolini, docente di Antropologia culturale alla Sapienza Università di Roma, e la presidenza onoraria di Pietro Clemente, tra i principali studiosi italiani di antropologia museale e culture popolari, mostrano la continuità tra ricerca e impegno nei musei. Accanto a loro, studiose e studiosi compongono una rete che, da prospettive diverse, ha contribuito a ripensare il museo non come una vetrina neutrale, ma come luogo di mediazione, confronto e produzione culturale.
Parlare oggi di patrimonializzazione significa allora chiedersi non soltanto che cosa una società erediti, ma chi possa riconoscersi in quell’eredità, chi ne resti fuori e come essa possa essere continuamente ri-significata. Il patrimonio non è soltanto ciò che rimane: è ciò che le comunità scelgono di far rimanere e il modo in cui decidono di viverlo. Per questo il convegno di Pescara non ha riguardato esclusivamente gli specialisti. Ha riguardato il modo in cui le comunità tornano a narrarsi, convivono con le proprie memorie e trasformazioni e, attraverso di esse, immaginano il proprio futuro.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026
Fonte immagine: Foto scattata da Antonella Sanna