La questione nucleare iraniana rappresenta uno dei dossier più complessi della sicurezza internazionale contemporanea, soprattutto dal punto di vista europeo, poiché incarna in modo quasi paradigmatico il concetto di proliferazione senza deterrenza e la cosiddetta “bomba di Schrödinger”. Quest'ultima espressione, coniata dagli analisti strategici, indica la condizione di uno Stato-soglia che possiede tutte le conoscenze e le capacità tecniche necessarie per costruire un ordigno atomico, pur senza dichiararne il possesso né procedere a test che ne confermino l’esistenza.
Nel caso della Repubblica Islamica, questa ambiguità costituisce un asset politico-strategico di primaria importanza, perché consente a Teheran di mantenere il programma nucleare entro i limiti dichiaratamente civili, elevando al contempo i costi politici e militari di un’eventuale azione preventiva da parte di avversari come Israele o Stati Uniti. Si genera così una forma di deterrenza indiretta, fondata sull’incertezza. L’Iran, infatti, pur sostenendo che il proprio programma nucleare abbia finalità esclusivamente pacifiche, ha sviluppato capacità significative nel campo dell’arricchimento dell’uranio, superando ampiamente il limite del 3,67% stabilito dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015. Secondo le ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), Teheran ha raggiunto livelli prossimi al 60%, una soglia che lo colloca, dal punto di vista tecnico, a breve distanza dall'arricchimento necessario per scopi militari, generalmente fissato intorno al 90%.
La firma del JCPOA rappresentò per l’Unione Europea un successo diplomatico rilevante, poiché da un lato impose limiti stringenti al programma nucleare iraniano e reintrodusse un regime di ispezioni senza precedenti; dall'altro, prevedeva l’alleggerimento delle sanzioni economiche multilaterali. Tuttavia, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, sotto la presidenza Trump, ha innescato un progressivo deterioramento degli impegni assunti da Teheran, culminato in un aumento significativo delle attività nucleari vietate o fortemente limitate dall’intesa.
Attualmente, nel 2025, il JCPOA è sostanzialmente svuotato di efficacia, benché ufficialmente non sia mai stato formalmente denunciato né dall’Iran né dagli altri firmatari europei. I negoziati per un suo ripristino, o per un nuovo accordo più ampio, rimangono in una fase di stallo protratta, dopo numerosi round falliti sia a Vienna che in altre sedi. Dal punto di vista tecnico, l’Iran ha accumulato scorte di uranio arricchito ben al di sopra dei limiti previsti, ha installato centrifughe IR-2m, IR-4 e IR-6, più efficienti rispetto ai vecchi modelli IR-1, e ha limitato in diversi periodi l’accesso degli ispettori dell’AIEA, alimentando i timori di attività non dichiarate in siti non monitorati.
Ciò nonostante, ad oggi, l’AIEA non ha diffuso prove incontrovertibili dell'esistenza di un programma militare attivo finalizzato alla costruzione di un’arma nucleare, sebbene numerosi report abbiano evidenziato la crescente difficoltà nel garantire la piena trasparenza del programma iraniano. Questa situazione di proliferazione senza deterrenza genera una dinamica destabilizzante: la deterrenza classica, basata sulla dottrina del possesso dichiarato di armamenti nucleari e sulla minaccia di ritorsione, non può infatti operare appieno in assenza di un arsenale formalmente riconosciuto. Allo stesso tempo, però, la semplice possibilità che l’Iran possa dotarsi rapidamente di un ordigno nucleare esercita un effetto di dissuasione, seppur più opaco e difficile da quantificare, spingendo Stati come Israele, gli Stati Uniti e potenze regionali come l'Arabia Saudita a mantenere costantemente l’opzione militare sul tavolo.
L’Arabia Saudita, in particolare, ha dichiarato più volte che non accetterebbe mai uno scenario in cui l’Iran diventasse una potenza nucleare senza sviluppare a sua volta un’opzione analoga, sollevando così il rischio concreto di una proliferazione regionale. Per l’Unione Europea, questo quadro rappresenta una duplice minaccia: da un lato, il pericolo di un conflitto militare che destabilizzerebbe ulteriormente il Medio Oriente, con ripercussioni economiche e strategiche gravissime (soprattutto sul mercato energetico); dall’altro, la possibilità che la crisi nucleare inneschi un effetto domino, spingendo altri Stati regionali verso programmi nucleari autonomi. Bruxelles, sin dalla firma del JCPOA, ha investito un considerevole capitale politico nel tentativo di preservare il canale negoziale con Teheran, sostenendo la diplomazia multilaterale come unico strumento per garantire la non proliferazione.
Tuttavia, all’interno dell’Unione Europea persistono sensibilità diverse: Francia e Germania continuano a credere nella possibilità di un accordo, mentre altri Paesi si mostrano più scettici e tendono ad allinearsi alla posizione più rigida degli Stati Uniti. Nel frattempo, Israele mantiene la propria strategia di ambiguità nucleare e non esclude la possibilità di colpire preventivamente le infrastrutture iraniane qualora percepisse un passaggio imminente alla soglia militare.
Il futuro appare dunque estremamente incerto: la "bomba iraniana" resta, nella metafora di Schrödinger, in uno stato quantico di esistenza e non esistenza. L’Iran possiede oggi la capacità tecnica di costruire un ordigno in tempi relativamente brevi, ma continua a dichiarare di non avere alcuna intenzione di farlo, mantenendo l’ambiguità come arma politica. Per l’Unione Europea la sfida consisterà nel preservare la diplomazia, contenere la proliferazione e scongiurare un’escalation militare, consapevole che ogni scelta politica dovrà muoversi sul filo sottile dell’incertezza strategica che definisce la "bomba di Schrödinger".
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025
Condividi il post
L'Autore
Eleonora Strano
Categorie
Tag
proliferazione nucleare bomba di Schrödinger JCPOA sicurezza internazionale Relazioni Internazionali