Proliferazione senza deterrenza e la “bomba di Schrödinger”: la sfida dell’Unione Europea dopo l’attacco USA-Israele ai siti nucleari iraniani

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  Eleonora Strano
  15 July 2025
  4 minutes, 20 seconds

La questione nucleare iraniana rappresenta uno dei dossier più complessi della sicurezza internazionale contemporanea, soprattutto dal punto di vista europeo, poiché incarna in modo quasi paradigmatico il concetto di proliferazione senza deterrenza e la cosiddetta “bomba di Schrödinger”, definizione coniata dagli analisti strategici per indicare la condizione di uno Stato-soglia che possiede tutte le conoscenze e capacità tecniche necessarie a costruire un ordigno atomico, pur senza dichiararne il possesso né procedere a test che ne attestino l’esistenza. Nel caso della Repubblica Islamica, questa ambiguità costituisce un asset politico-strategico di primaria importanza perché permette a Teheran di mantenere il programma nucleare entro i limiti dichiaratamente civili, mentre al tempo stesso eleva i costi politici e militari di un’eventuale azione preventiva da parte di avversari come Israele o Stati Uniti, creando così una forma di deterrenza indiretta basata sull’incertezza. L’Iran, infatti, pur avendo sempre sostenuto che il proprio programma nucleare ha finalità esclusivamente pacifiche, ha sviluppato capacità significative nel campo dell’arricchimento dell’uranio, con livelli di purezza ben superiori al 3,67% fissato dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, arrivando a sfiorare il 60% secondo le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), il che, tecnicamente, lo pone a pochi passi dall’arricchimento necessario per finalità militari, generalmente considerato intorno al 90%. La firma del JCPOA rappresentò per l’Unione Europea un successo diplomatico rilevante perché stabilì limiti rigorosi al programma iraniano e reintrodusse un regime di ispezioni e trasparenza senza precedenti, in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni economiche multilaterali. Tuttavia, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, sotto la presidenza Trump, ha innescato un progressivo deterioramento degli impegni presi da Teheran, culminato in un aumento sostanziale delle attività nucleari vietate o limitate dall’intesa. Attualmente, nel 2025, il JCPOA è sostanzialmente svuotato di efficacia, benché ufficialmente non sia mai stato formalmente denunciato né dall’Iran né dagli altri firmatari europei, e i negoziati per un suo ripristino o per un nuovo accordo più ampio rimangono in una fase di stallo protratta, con numerosi round negoziali falliti sia a Vienna sia in altre sedi. Dal punto di vista tecnico, l’Iran ha accumulato scorte di uranio arricchito ben al di sopra dei limiti previsti, ha installato centrifughe IR-2m, IR-4 e IR-6 più efficienti rispetto ai vecchi modelli IR-1, e ha limitato in diversi periodi l’accesso degli ispettori dell’AIEA, alimentando i timori di attività non dichiarate in siti non monitorati. Tuttavia, ad oggi, l’AIEA non ha diffuso prove incontrovertibili di un programma militare attivo finalizzato alla costruzione di un’arma nucleare, sebbene numerosi report abbiano sottolineato la crescente difficoltà di garantire la piena trasparenza del programma iraniano. Questa situazione di proliferazione senza deterrenza crea una dinamica destabilizzante: la deterrenza classica, basata sulla dottrina del possesso dichiarato di armamenti nucleari e sulla minaccia di ritorsione, non può infatti operare appieno in assenza di un arsenale dichiarato. Allo stesso tempo, però, la semplice possibilità che l’Iran possa dotarsi rapidamente di un ordigno nucleare esercita un effetto di dissuasione, anche se di natura più opaca e difficile da quantificare, spingendo Stati come Israele, Stati Uniti e potenze regionali come Arabia Saudita a mantenere costantemente l’opzione militare sul tavolo. L’Arabia Saudita, in particolare, ha dichiarato più volte che non accetterebbe mai uno scenario in cui l’Iran diventasse potenza nucleare senza sviluppare a sua volta un’opzione analoga, sollevando il rischio concreto di una proliferazione regionale. Per l’Unione Europea questo quadro rappresenta una duplice minaccia: da un lato il rischio di un conflitto militare che destabilizzerebbe ulteriormente il Medio Oriente, con ripercussioni economiche e strategiche gravissime, soprattutto sul mercato energetico, dall’altro la possibilità che la crisi nucleare si trasformi in un effetto domino spingendo altri Stati regionali verso programmi nucleari autonomi. Bruxelles, sin dalla firma del JCPOA, ha investito capitale politico considerevole nel tentativo di preservare il canale negoziale con Teheran, sostenendo la diplomazia multilaterale come unico strumento per garantire la non proliferazione. Tuttavia, all’interno dell’Unione Europea esistono sensibilità diverse: Francia e Germania continuano a credere nella possibilità di un accordo, mentre altri Paesi mostrano maggiore scetticismo e tendono ad avvicinarsi alla posizione più rigida degli Stati Uniti. Nel frattempo, Israele mantiene la propria strategia di ambiguità nucleare e non esclude la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture iraniane se percepisse un passaggio imminente alla soglia militare. Il futuro appare dunque estremamente incerto: la bomba iraniana resta, nella metafora di Schrödinger, in uno stato quantico di esistenza e non esistenza. L’Iran possiede oggi la capacità tecnica di costruire un ordigno in tempi relativamente brevi, ma continua a dichiarare di non avere alcuna intenzione di farlo, mantenendo l’ambiguità come arma politica. Per l’Unione Europea la sfida consisterà nel preservare la diplomazia, contenere la proliferazione e scongiurare un’escalation militare, consapevole che ogni scelta politica dovrà muoversi sul filo sottile dell’incertezza strategica che definisce la bomba di Schrödinger.

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Eleonora Strano

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