I primi dieci mesi del secondo mandato della presidenza Trump sono stati caratterizzati da una grande attività di politica estera da parte degli Stati Uniti (US). Dopo la guerra dei dazi e le dichiarazioni sulla possibile annessione di Canada, Groenlandia e Panama, il presidente Donald Trump è intervenuto per porre fine a ben otto conflitti nel mondo, forgiandosi così il titolo di “Presidente della Pace”. Nel solo mese di novembre, gli incontri del presidente Trump con il principe dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman e con il presidente cinese Xi Jinping hanno riportato l’attenzione globale sulla diplomazia statunitense e sulle nuove dinamiche regionali in fase di costruzione, in alcuni casi opposte a quelle portate avanti durante l’amministrazione Biden.
Per queste ragioni, la pubblicazione della National Security Strategy (NSS) da parte dell’amministrazione Trump, avvenuta nella prima settimana di dicembre, era molto attesa dalla comunità internazionale. La NSS è un documento fondamentale per chiarire le priorità della politica estera statunitense e per capire cosa aspettarsi da Washington nel corso dei prossimi anni del mandato di Donald Trump.
In linea con la National Security Strategy, rilasciata durante la prima amministrazione Trump nel 2017, il documento si concentra sulla dottrina America First: l’obiettivo principale è garantire il primato dell’economia e del benessere statunitensi, difendendo la stabilità del Paese dai rischi derivanti soprattutto da migrazione e reti criminali transnazionali, indicate come le maggiori minacce alla stabilità e al governo degli Stati Uniti.
La NSS menziona inoltre la sovranità nazionale tra i principi fondamentali che gli US devono tutelare, anche dalle minacce poste dalle organizzazioni internazionali. La difesa della sovranità lascia implicitamente intendere un minore interesse degli Stati Uniti per il multilateralismo e per il sostegno alle istituzioni internazionali, come già dimostrato dai tagli ai programmi USAID annunciati nel gennaio 2025. Allo stesso tempo, il principio di sovranità nazionale è impiegato anche per supportare la predisposizione al “non interventismo”, ribadendo che il focus della politica statunitense non debbano essere gli affari globali, ma i soli interessi nazionali, o meglio, continentali.
Il documento si presenta infatti come un corollario della Dottrina Monroe, affermando la supremazia, anche militare, degli Stati Uniti sull’intero continente americano, considerata fondamentale per contrastare narcotraffico e migrazione provenienti dal Sudamerica e percepiti dall’amministrazione Trump come i maggiori rischi per la sicurezza del Paese. Tuttavia, il riferimento alla Dottrina Monroe esprime anche l’obiettivo di ridurre la penetrazione di potenze straniere, come la Cina, nella regione sudamericana.
Ed è proprio nell’approccio alla Cina e alla competizione tra potenze globali che si rilevano le principali novità apportate dalla NSS del 2025. Nel 2017, la priorità della strategia era la competizione globale tra grandi potenze, e la Cina, descritta come un attore intento a forgiare un mondo antitetico ai valori statunitensi, era considerata il maggiore competitor e rischio per gli Stati Uniti. Otto anni dopo, il ruolo della Cina è ridimensionato: il gigante asiatico è descritto in termini pragmatici come un partner con cui cooperare per portare vantaggi all’economia statunitense.
Il passaggio dalla competizione globale al mantenimento di un primato esercitato soprattutto nella dimensione continentale esprime le priorità domestiche della presidenza Trump. Il documento delega il mantenimento degli equilibri di potere alle potenze regionali alleate degli US, secondo i principi di burden sharing e burden shifting, già presenti nella dichiarazione del vertice NATO tenutosi all’Aia nel giugno 2025, durante il quale i Paesi membri hanno accettato di stanziare almeno il 5% del loro PIL annuale per la difesa, permettendo agli Stati Uniti di ridurre la loro contribuzione alla difesa euro-atlantica.
Salvare la Civiltà Europea
Oltre a ribadire le carenze dei governi riguardo alla spesa militare e al progressivo declino della rilevanza e della competitività economica dell’Unione europea, il documento presenta un nuovo pericolo interno per l’UE: il “Civilisational erasure”, ossia la cancellazione della civiltà europea.
Il pericolo per la civiltà è identificato come il più imminente tra i rischi per la stabilità europea e sarebbe causato dalla trasformazione demografica del continente, dovuta a politiche migratorie troppo permissive, oltre che dall’interferenza di istituzioni sovranazionali, in particolare l’Unione europea, negli affari nazionali. Questo comporterebbe una riduzione della sovranità dei Paesi, delle libertà economiche e politiche e, più in generale, della governance democratica dell’UE. L’erosione della democrazia sarebbe evidente, secondo la narrazione statunitense, proprio nel perpetrarsi della guerra in Ucraina, che prosegue nonostante la maggioranza dei governi europei sia contraria.
L’assenza di menzioni della responsabilità russa nella guerra in Ucraina, unita all’intenzione esplicita di arrestare l’espansione della NATO, segnala una parziale intesa tra Washington e Mosca. La strategia propone come primo obiettivo europeo proprio la restaurazione delle relazioni tra UE e Russia, al fine di garantire sicurezza e ripresa economica nella regione.
Tuttavia, il secondo obiettivo presentato torna a porre l’attenzione sulla questione della sicurezza, affermando di voler affrontare la mancanza di autostima europea nel settore della difesa e di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, così da consentire ai Paesi UE di sviluppare autonomamente le proprie capacità militari. La questione della “civiltà europea” resta però centrale negli altri obiettivi espressi dalla strategia, e proprio nel trattare il continente europeo e i Paesi NATO emerge l’ambiguità delle tendenze non interventiste proclamate dal documento. La NSS esprime l’obiettivo esplicito degli Stati Uniti di aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria e salvare la sua civiltà, ripristinando democrazia e libertà di parola, e promuovendo la celebrazione della grandezza della storia e delle culture europee, oltre al patriottismo nazionale e al revival dello spirito europeo.
L’Europa tra interessi politici e pragmatismo
Nonostante la retorica diretta adottata dal documento, nel manifesto della politica estera di Trump prevale un pragmatismo volto a raggiungere una maggiore stabilità tra le potenze regionali, sempre sotto la guida statunitense (come nel caso della risoluzione della guerra in Ucraina), soprattutto per garantire maggiori vantaggi economici e consentire agli US di rivolgere l’attenzione alle questioni domestiche.
Nelle relazioni con l’Unione europea, la priorità attribuita agli interessi economici è evidente non solo nella critica ai regolamenti dell'UE, che hanno soffocato la crescita economica dell’Unione a partire dagli anni Novanta, ma anche nell’incentivo a realizzare una NATO più indipendente e un’Europa capace di garantire la propria difesa continentale. Dalla strategia emergono però anche gli interessi politici di Trump, che potrebbero avere grandi ripercussioni sul futuro dell’UE. Nel menzionare la censura, la riduzione delle libertà e l’instabilità democratica in Europa, si fa riferimento soprattutto ai partiti nazionalisti di destra, come l’AfD tedesco, lo slovacco SMER o l’ungherese Fidesz, che già in passato hanno trovato un'intesa con le politiche MAGA dell'amministrazione Trump.
Il rischio è che la retorica della grandezza europea e il sostegno a partiti che promuovono nazionalismo e "spirito europeo" si traducano, nel tempo, in una forma pervasiva di interferenza politica statunitense negli affari europei. Ciò comprometterebbe gli equilibri politici interni dei singoli stati, con conseguenze sul tessuto istituzionale e ideologico dell’UE, mettendo a rischio l’autonomia decisionale e la coesione del progetto europeo a lungo termine e creando, col tempo, un’Unione che rifletta i valori e le politiche MAGA anziché gli ideali europei.
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