A quasi due anni dalla caduta di Bashar al-Assad, la Siria deve ancora fare i conti con il programma di armi chimiche del precedente regime. Il 13 ottobre, la direttrice generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), Sabrina Dallafior, ha incontrato a Damasco il ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani per discutere i progressi nell’individuazione e nella distruzione degli arsenali rimasti. L’incontro del 13 ottobre conferma il rafforzamento della collaborazione con le nuove autorità siriane, ma arriva mentre sono ancora numerosi gli interrogativi sull’effettiva estensione del programma e sui tempi necessari per eliminarlo.
La questione risale agli anni della guerra civile. Nel 2013 la Siria aveva aderito alla Convenzione sulle armi chimiche, impegnandosi a dichiarare e distruggere il proprio arsenale. Le informazioni fornite dal governo, però, si erano rivelate incomplete e per oltre un decennio l’OPCW aveva continuato a segnalare omissioni e incongruenze. Nel frattempo, le sue indagini avevano documentato l’impiego di armi chimiche sia da parte delle forze del regime sia da parte dello Stato Islamico. Gli attacchi di Khan Shaykhun nel 2017 e di Douma nel 2018 restano tra gli episodi più drammatici di questa vicenda.
La caduta di Assad, nel dicembre 2024, ha modificato le condizioni in cui operano gli ispettori internazionali. Il nuovo governo ha riconosciuto i mandati dell’OPCW e riaffermato il proprio impegno a rispettare la Convenzione, permettendo di riprendere le verifiche in luoghi che per anni erano rimasti difficili da esaminare. Questa maggiore apertura ha già prodotto risultati concreti: nel maggio 2026, una missione dell’organizzazione ha individuato decine di munizioni chimiche mai dichiarate, oltre a sostanze, attrezzature e migliaia di documenti, in siti situati tra Hama, Homs e Latakia. Tra i ritrovamenti figurano ordigni dello stesso tipo di quelli utilizzati in alcuni attacchi del passato.
Le scoperte confermano che il programma chimico siriano era più ampio di quanto dichiarato dal regime e mostrano quanto lavoro resti da fare. L’OPCW ha identificato oltre cento località potenzialmente collegate al programma, molte delle quali devono ancora essere esaminate. Nell’agosto 2026 è stato compiuto un ulteriore passo avanti, con la prima distruzione verificata dal 2014 di armi chimiche dichiarate nel paese. Eppure il problema principale rimane capire che cosa sia ancora presente sul territorio: finché l’inventario non sarà completo, anche la portata effettiva del disarmo resterà difficile da valutare.
È soprattutto questa incertezza a rendere la situazione particolarmente delicata dal punto di vista della sicurezza. La presenza di munizioni e sostanze ancora da localizzare rende più complesso il controllo sui materiali ereditati dal vecchio regime e continua a rappresentare una preoccupazione per la protezione della popolazione civile. A questo si aggiunge il rischio di proliferazione, richiamato anche dall’OPCW, con conseguenze che potrebbero estendersi oltre i confini siriani. Il precedente dello Stato Islamico, che durante il conflitto ha utilizzato armi chimiche, mostra quanto la minaccia possa coinvolgere anche attori diversi dagli apparati militari statali. In un paese ancora segnato da anni di guerra, la possibilità che materiali rimasti fuori dagli inventari sfuggano al controllo rende ancora più urgente completare le operazioni di individuazione e distruzione degli arsenali.
Il disarmo ha inoltre una dimensione politica. La collaborazione delle nuove autorità consente di affrontare una questione che per anni aveva ostacolato i rapporti tra Damasco e la comunità internazionale. Allo stesso tempo, il ministro al-Shaibani ha ribadito l’importanza di accertare le responsabilità per l’uso di armi chimiche durante il conflitto. Il percorso aperto dopo Assad riguarda quindi anche il modo in cui la Siria intende confrontarsi con le violenze del passato, mentre continua il lavoro per evitare che quella minaccia possa ripresentarsi.
A complicare questo quadro intervengono però le difficoltà finanziarie dell’OPCW. Nel suo intervento del 6 ottobre, Dallafior ha riferito che l’organizzazione aveva ricevuto meno del 65% dei contributi dovuti per il 2026, avvertendo che potrebbero essere ridotte anche le missioni in Siria. Secondo quanto riportato dal Washington Post, gli Stati Uniti, principale contribuente dell’organizzazione, avrebbero versato soltanto circa il 20% della propria quota annuale. Il rischio è che la carenza di risorse rallenti le operazioni proprio ora che la collaborazione con Damasco permette di ampliare le ispezioni, prolungando ulteriormente l’incertezza sui materiali ancora presenti nel paese.
La vicenda siriana riflette così anche una difficoltà più ampia dei meccanismi internazionali di disarmo. La fine del regime di Assad ha aperto nuove possibilità per affrontare una minaccia rimasta in parte sottratta al controllo internazionale per oltre un decennio, ma la sua eliminazione richiede un impegno che non può esaurirsi con il cambiamento politico. L’incontro del 13 ottobre rappresenta un segnale positivo, così come i progressi registrati negli ultimi mesi, ma il completamento del disarmo resta ancora lontano. Per la Siria, riuscire a eliminare gli arsenali del passato significherebbe ridurre una delle minacce che hanno segnato il conflitto e contribuire alla sicurezza della popolazione. Per la comunità internazionale, la sfida sarà accompagnare questa fase fino alla sua conclusione, evitando che le difficoltà ancora presenti compromettano i risultati finora raggiunti.
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L'Autore
Federica Placidi
Tag
Siria Armi chimiche OPCW Assad