Il crollo del regime di Assad e l’Europa: tra nuove politiche europee di rimpatrio e incertezze sulla protezione dei rifugiati

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  Valentina Cannito
  18 marzo 2025
  6 minuti, 3 secondi

Il crollo del regime di Bashar Al-Assad lo scorso dicembre ha segnato un punto di svolta per la Siria, lasciando il Paese in una profonda instabilità politica e ponendo al centro di questa trasformazione le persone. Milioni di cittadini hanno vissuto anni di repressione sulla propria pelle e la caduta del regime non cancella automaticamente le sofferenze, né restituisce la vita a coloro che sono stati costretti a fuggire. Nelle ore successive, il movimento di tante persone verso Damasco e l’entusiasmo di molti giovani nel potersi finalmente definire semplicemente “siriani”, e non “sostenitori dell’opposizione siriana”, hanno reso evidente un sentimento profondo: il desiderio di riappropriarsi della propria terra e la speranza che questa possa diventare un luogo più giusto e sicuro per tutti.

Tuttavia, le aspirazioni individuali non possono essere trasformate in una decisione imposta dall’alto. Se da un lato il ritorno spontaneo di alcuni siriani riflette un desiderio legittimo, dall’altro è ben diverso utilizzare questo fenomeno per giustificare il rimpatrio forzato di chi ancora necessita protezione. Nei giorni successivi alla caduta del regime, diversi governi europei hanno sospeso l’analisi delle richieste di asilo dei cittadini siriani, manifestando anche l’intenzione di avviare piani di rimpatrio. Questa scelta politica, però, non può essere equiparata alla volontà individuale di tornare, poiché non tutti i rifugiati siriani si trovano nelle condizioni di farlo in sicurezza, soprattutto alla luce della crescente instabilità.

Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nei primi sei mesi del 2024, all'interno dell'Unione Europea si contavano circa 1,2 milioni di rifugiati di origine siriana e quasi 124.000 persone in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo. In un contesto in cui il controllo delle frontiere e la gestione dei flussi migratori restano temi prioritari, alcuni governi europei hanno interpretato la caduta di Assad come un possibile fattore di riduzione della migrazione dalla Siria.

Le reazioni europee: tra sospensioni e piani di rimpatrio

Subito dopo il crollo del regime, alcuni Paesi europei hanno sospeso l’elaborazione delle richieste di asilo da parte dei cittadini siriani. Tra questi, l’Austria ha immediatamente parlato di un piano di “deportazione ordinata” per i siriani che avevano già ottenuto asilo, mentre la Grecia ha descritto l’operazione come un “ritorno dei siriani nelle proprie case”. A queste iniziative si sono aggiunti anche Francia, Germania, Belgio, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Svizzera e Italia. Nell’Unione Europea, infatti, la gestione dell’asilo politico è di competenza dei singoli Stati membri.

In alcuni Stati, come la Germania, la normativa prevede la possibilità di sospendere le procedure di asilo per riesaminare la situazione di un Paese d’origine in caso di profondi cambiamenti politici interni. In passato, la Svezia aveva adottato una misura analoga nei confronti degli afghani dopo la presa di Kabul da parte dei talebani nel 2021. A dicembre, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen aveva ribadito i criteri da seguire, sottolineando l'importanza per gli Stati membri di attenersi alle normative dell’UE in materia di asilo e di garantire valutazioni individuali per ogni richiesta. Tuttavia, è stato riconosciuto il diritto di posticipare l’esame delle domande in caso di mutamenti significativi nella situazione del Paese d’origine.

Il Consiglio Giustizia e Affari Interni del 5 marzo

Durante il Consiglio Giustizia e Affari Interni del 5 marzo 2025, i ministri hanno esaminato le implicazioni della transizione politica in Siria sul tema migratorio. Da un lato, hanno discusso le modalità attraverso cui gli Stati membri possano sostenere i cittadini siriani che esprimono un chiaro desiderio di rientrare nel loro Paese. Dall'altro, si sono confrontati sull'attuazione delle misure di rimpatrio per i cittadini siriani considerati una minaccia per la sicurezza pubblica o con precedenti penali.

Per quanto riguarda il ritorno volontario, diversi Stati membri hanno manifestato il loro sostegno all’idea di organizzare visite “esplorative” (go-and-see) in Siria, offrendo ai cittadini siriani residenti nell’UE la possibilità di visitare temporaneamente il loro Paese d’origine per valutarne le condizioni prima di prendere una decisione definitiva sul rientro. Questo approccio consentirebbe ai rifugiati di raccogliere informazioni dirette sulla situazione economica, sociale e di sicurezza senza perdere lo status di protezione che attualmente garantisce loro diritti e assistenza nei paesi ospitanti. Alcuni governi hanno sottolineato come queste visite potrebbero rappresentare un primo passo per facilitare il reinserimento graduale di chi desidera tornare, a patto che siano rispettati standard di sicurezza adeguati.

Il nuovo regolamento sui rimpatri presentato dalla Commissione

In seguito al Consiglio, l’11 marzo la Commissione europea ha proposto un sistema europeo comune di rimpatrio. Questo sistema si basa su un regolamento che stabilisce procedure comuni per l'emissione di decisioni di rimpatrio e un ordine europeo di rimpatrio rilasciato dagli Stati membri, contribuendo a ridurre la frammentazione all'interno dell'Unione.

Saranno stabilite regole chiare sul rimpatrio forzato per quelle “persone il cui soggiorno nell'UE è irregolare, non coopera, fugge in un altro Stato membro, non lascia il territorio dell'Unione entro il termine stabilito per la partenza volontaria”. In questo modo si promuoverà il rimpatrio volontario. Gli Stati membri avranno obblighi più rigorosi per i rimpatriandi, come la cooperazione durante il processo, con conseguenze in caso di mancata collaborazione. Inoltre, saranno garantiti diritti fondamentali e protezione per le persone vulnerabili durante il rimpatrio. Nuove misure limiteranno gli abusi e il rischio di fuga, consentendo trattenimenti più lunghi, e stabilendo regole specifiche per chi rappresenta un rischio per la sicurezza.

Si prevede, inoltre, la possibilità di trasferire i richiedenti asilo in Paesi diversi dal loro, aprendo nuovi scenari per la gestione delle migrazioni nell’UE. Se approvato, questo regolamento permetterà agli Stati membri di esternalizzare una parte dei processi di rimpatrio, trasferendo i migranti in Paesi terzi tramite accordi bilaterali, anziché rispedirli direttamente nei loro Paesi d’origine. L'adozione di questa politica rispecchia una più ampia tendenza in Europa verso l’esternalizzazione delle frontiere, iniziata con la creazione di centri di rimpatrio in Paesi esterni come l’Albania.

Questa proposta si inserisce in un quadro complesso, in cui la gestione dei rifugiati siriani, che da anni costituiscono uno dei gruppi di rifugiati più numerosi e vulnerabili in Europa, è diventata una delle principali preoccupazioni.

Tuttavia, la proposta di trasferire i migranti in Paesi terzi che non hanno mai visitato solleva interrogativi sul rispetto dei diritti umani. In molti casi, i rifugiati siriani, ma in generale tutti i rifugiati, pur essendo spinti dal desiderio di rientrare nel loro Paese, sono costretti a rimanere in Europa per ragioni legate alla sicurezza o alla mancanza di una vera e propria stabilità nel proprio Paese. La creazione di "hub di rimpatrio" in Paesi terzi potrebbe non solo compromettere il principio di non-refoulement, secondo cui un rifugiato non può essere respinto, espulso o trasferito verso territori dove la sua vita o libertà sarebbero minacciate, ma anche esporre i migranti a condizioni di detenzione dure e difficili.


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Valentina Cannito

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