Sul fianco est della NATO, dove si prepara la deterrenza: dentro Alliance Wall 2026

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  Giusy Criscuolo
  10 luglio 2026
  7 minuti, 20 secondi

Novo Selo (Bulgaria) – A poco più di 250 chilometri dal confine con la Romania e a circa 680 chilometri in linea d'aria dalla Crimea, si è svolta l’Alliance Wall 2026. Un’esercitazione che ha dimostrato concretamente come oggi la NATO immagina un eventuale conflitto convenzionale: una forza multinazionale capace di integrarsi, muoversi rapidamente, condividere informazioni in tempo reale e reagire secondo procedure comuni. Non un'esibizione di mezzi, ma una prova di interoperabilità e deterrenza.

La Novo Selo Training Area, è una vasta area addestrativa bulgara concessa nell'ambito degli accordi di cooperazione militare tra Sofia e Washington alle forze armate statunitensi. Nei primi due anni dalla creazione del Multinational Battle Group, anche il contingente americano ne faceva parte. Successivamente Washington ha riorganizzato la propria presenza, uscendo formalmente dal dispositivo multinazionale, continuando però a collaborare quotidianamente con il Battle Group e a mettergli a disposizione la Training Area per il ciclo addestrativo.

Photo Credit © Mondo Internazionale Post

Per due settimane, a Novo Selo nei pressi di Mokren, oltre 700 militari provenienti da 11 Paesi dell'Alleanza si sono addestrati in uno scenario ad alta intensità. Hanno partecipato Italia, Bulgaria, Romania, Grecia, Turchia, Macedonia del Nord, Montenegro, Francia, Polonia, Albania e Stati Uniti, mettendo alla prova procedure, sistemi d'arma e capacità di operare come un'unica forza.

L'esercitazione si inserisce nell'attività del Multinational Battle Group Bulgaria, il dispositivo NATO a guida italiana costituito nel 2022, all'indomani dell'invasione russa dell'Ucraina, per rafforzare la deterrenza e la difesa del fianco orientale dell'Alleanza. A guidarlo è il Colonnello Matteo Epifani, comandante dell'8° Reggimento Bersaglieri della Brigata "Garibaldi", reparto chiamato a dirigere una forza multinazionale di circa mille militari inserita nella catena di comando NATO.

«La missione non è solo quella di fare addestramento. Lo scopo è contribuire alla difesa e alla deterrenza sul fianco est», spiega il Colonnello Epifani. Una frase che sintetizza il significato dell'intera missione. L'addestramento è infatti soltanto la parte visibile di una presenza permanente che mira a garantire una forza credibile, pronta a intervenire e capace di rischierarsi rapidamente in caso di crisi. «Abbiamo una capacità di rischieramento pressoché immediata. Saliamo sui mezzi e siamo pronti a muovere», aggiunge.

La deterrenza, oggi, passa anche dalla dimostrazione di poter essere presenti, integrati e operativi in tempi estremamente ridotti.

Photo Credit © Multinational Battle Group Bulgaria


Il Battle Group schierato in Bulgaria rappresenta uno dei tasselli del nuovo dispositivo NATO lungo il fianco orientale, affiancandosi alle altre Forward Land Forces (FLF), le forze terrestri avanzate create dall'Alleanza per rafforzare la presenza militare nei Paesi più esposti dopo il 2022. Qui il concetto di interoperabilità non è uno slogan, ma una necessità operativa: uomini, mezzi e sistemi provenienti da eserciti diversi devono essere in grado di parlare lo stesso linguaggio e combattere come un'unica forza.

Il Battle Group opera in stretto coordinamento con quello a guida francese schierato in Romania e con le altre componenti della catena di comando NATO. L'obiettivo è costruire una capacità di risposta credibile e integrata, nella quale i diversi contingenti possano operare come un unico dispositivo.

È proprio questo il filo conduttore di Alliance Wall 2026. Lo scenario simulato prevedeva un attacco contro il dispositivo NATO schierato in difesa. Le prime unità avanzate non avevano il compito di fermare immediatamente il nemico, ma di rallentarne l'avanzata attraverso un ripiegamento tattico, attirandolo verso un settore prestabilito del terreno. Una manovra nota come canalizzazione, che consiste nel convogliare l'avversario in un'area scelta in anticipo, dove concentrare progressivamente la potenza di fuoco.

A quel punto sono entrati in azione i sistemi controcarro Spike (missili guidati di ultima generazione) e TOW (missili contro mezzi corazzati) insieme alle postazioni mitragliatrici. Sul settore opposto i VBM Freccia (Veicoli Blindati Medi 8x8 dell'Esercito Italiano) hanno continuato a canalizzare l'avversario, mentre il posto comando richiedeva l'intervento dell'artiglieria. Gli obici semoventi francesi CAESAR (155 mm su ruote) e gli italiani PzH 2000 (Panzerhaubitze 2000, obici semoventi cingolati da 155 mm) hanno operato attraverso un unico centro di direzione del fuoco italo-francese, simulando un attacco coordinato in profondità.

Successivamente sono intervenuti due Su-25 dell'Aeronautica bulgara in una missione di CAS (Close Air Support), il supporto aereo ravvicinato alle truppe impegnate sul terreno. Nel frattempo i droni Raven (UAV - Unmanned Aerial Vehicle) hanno individuato nuovi rinforzi nemici, imponendo un ulteriore ripiegamento tattico delle unità italiane prima del contrattacco finale. Sul settore nord sono avanzati i Freccia insieme ai mezzi bulgari, seguiti dai Bradley statunitensi; sul settore sud sono entrati in azione i carri C1 Ariete, i Rosomak polacchi e i veicoli cingolati Dardo, incaricati della bonifica finale dell'area (clear). Tutta la manovra è stata condotta con munizionamento reale, elemento che ha aumentato il livello di realismo e complessità dell'esercitazione.

Tra gli elementi più innovativi della dimostrazione anche la simulazione di un posto comando esca, predisposto per attirare un eventuale attacco con droni. Una delle lesson learned più evidenti arrivate dal conflitto in Ucraina., dove i posti comando rappresentano uno degli obiettivi prioritari. L'obiettivo era verificare la capacità dei sistemi Counter-UAS di intercettare la minaccia prima che raggiungesse il comando reale.

Ma il vero cambiamento non riguarda soltanto i mezzi, ma il modo stesso di concepire il campo di battaglia.

Photo Credit ©Mondo Internazionale Post

Negli ultimi anni la guerra in Ucraina ha accelerato un processo di trasformazione che oggi coinvolge tutti gli eserciti alleati. «La semplice introduzione di nuove tecnologie non è sufficiente. Abbiamo bisogno di sistemi capaci di dialogare tra loro. La parola d'ordine è interoperabilità», spiega il Colonnello Cambera. Significa condividere informazioni in tempo reale tra mezzi, sensori e posti comando, riducendo drasticamente i tempi decisionali e aumentando quella che in ambito NATO viene definita Situational Awareness, cioè la piena consapevolezza della situazione operativa.

Lo stesso concetto emerge osservando l'evoluzione dei mezzi corazzati. «Prima del conflitto russo-ucraino cercavamo soprattutto di proteggerci dal fuoco diretto. Oggi la prima attenzione è rivolta a ciò che arriva dall'alto», racconta il Capitano Mirko Franceschelli, comandante della Heavy Company del Battle Group. La presenza costante dei droni ha modificato le procedure di occultamento, il movimento delle colonne e perfino il modo di sfruttare il terreno.

Ed è probabilmente una delle immagini che meglio raccontano l'evoluzione della guerra. Per decenni la minaccia arrivava frontalmente. Oggi può comparire improvvisamente dall'alto, modificando il modo di muoversi, di nascondersi e perfino di occupare una posizione difensiva.

Anche gli operatori UAS (Unmanned Aircraft Systems) confermano come il conflitto ucraino abbia cambiato l'addestramento. «L'Ucraina è stata un elemento fondamentale per rivedere le nostre TTP (Tactics, Techniques and Procedures), cioè l'insieme delle tattiche, delle tecniche e delle procedure operative», spiega il graduato aiutante Guido Ruffo, operatore di quadricotteri dell'8° Reggimento Bersaglieri. «È cambiato completamente il modo di vedere la guerra. Il drone non è più soltanto uno strumento di osservazione, ma può diventare un sistema d'attacco.»

Per questo, nei giorni precedenti ad Alliance Wall, il Battle Group ha organizzato un workshop internazionale dedicato proprio ai droni e ai sistemi Counter-UAS, coinvolgendo diversi eserciti alleati. Oggi gli sciami di droni rappresentano una delle principali minacce sul campo di battaglia e l'Esercito sta introducendo sistemi dedicati come Skynex e Grifo, affiancati da disturbatori di frequenza e da sistemi cinetici progettati per neutralizzare velivoli senza pilota anche di origine commerciale, sempre più impiegati nei conflitti contemporanei.

Photo Credit © Multinational Battle Group Bulgaria


Accanto ai sistemi che vengono definiti hard kill, che neutralizzano fisicamente il drone, vengono impiegati anche sistemi soft kill, capaci di interrompere il collegamento radio tra il velivolo e il pilota, impedendone il controllo.

L'interoperabilità è stata sottolineata anche dal Tenente Colonnello Marin Savorski, comandante bulgaro del Battle Group. «Prima dell'esercitazione abbiamo standardizzato procedure, tattiche e tecniche. Oggi possiamo dimostrare di essere pronti a operare insieme e di poterci fidare gli uni degli altri.» È questo, in fondo, il risultato più importante di Alliance Wall 2026: undici Paesi, mezzi diversi e dottrine differenti che, sul terreno, riescono a comportarsi come un'unica forza.

Alliance Wall 2026 mostra come il conflitto in Ucraina abbia accelerato una trasformazione che oggi entra stabilmente nella dottrina della NATO. Dall'interoperabilità tra eserciti all'integrazione tra sistemi d'arma, fino al ruolo assunto dai droni e dai dispositivi progettati per contrastarli, la deterrenza dell'Alleanza passa sempre più dalla capacità di operare come un'unica forza. A Novo Selo questa evoluzione non è stata raccontata. È stata addestrata.

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Photo Credit © Multinational Battle Group Bulgaria

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