Testa o Croce? di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi — scritto insieme a Carlo Salsa — è un film che si inserisce in quel territorio di confine in cui il western si rigenera, riappropriandosi dei suoi simboli per demolirli dall’interno. Una produzione tra Italia e Stati Uniti che rispecchia la duplice identità dei suoi autori. Sovrapponendo la vita degli autori e la fiction, il film si muove in bilico tra le radici toscane dei butteri e l’immaginario americano della frontiera.
Sin dal primo sguardo, il film dichiara la sua discendenza: i riferimenti a Sergio Leone, Corbucci e Sollima sono visibili come fantasmi consapevoli. Ma Testa o Croce? non cerca di imitarli; li usa come pretesto per ridefinire il mito del genere. La polvere, le pistole, i duelli al tramonto non sono più strumenti di conquista maschile, ma accessori di una parabola invertita. Al centro non c’è più l’uomo bianco che domina la natura o che si redime nella violenza: c’è Rosa, Nadia Tereszkiewicz, la donna che decide, che uccide, che riscrive il destino senza dover chiedere permesso.
Santino, interpretato da un Alessandro Borghi misurato e terreno che non si abbandona alla retorica del “cowboy eroico” fino al momento prima della sua dipartita, diventa un contrappunto muto alla determinazione di Rosa. Accanto a lui, John C. Reilly dà corpo a un Buffalo Bill decadente, simbolo di un’America che ha mitizzato la propria brutalità fino a renderla spettacolo. La sua presenza è la memoria del western stesso: una maschera che sopravvive al senso, una recita che il film demistifica scena dopo scena.
La famiglia toscana dei Rupè, con i suoi legami alla cultura contadina e la sua pretesa di nobiltà, serve da contraltare alla mitologia americana: due mondi separati dal paesaggio, ma uniti dall’illusione del potere. L’una colonizza le pianure dell’Ovest, l’altra le terre della Maremma; entrambe poggiano sulla stessa idea di dominio, maschile e paternalista.
Visto in sala, Testa o Croce? si è rivelato un esperimento sociale oltre che cinematografico. In uno spazio ristretto, una sala da circa 40 posti dove ogni respiro diventa parte dell’esperienza collettiva, il film ha dimostrato quanto il cinema, oggi, possa ancora essere un luogo di frizione. Le reazioni sono state immediate, fisiche: sussulti, sospiri ed un borbottio continuo — quello di un uomo anziano, seduto poco più in là, che sembrava non accettare l’idea che un western potesse sopravvivere senza la sua grammatica originaria. Per lui, il film di Zoppis e Rigo de Righi era una deviazione, un’eresia: troppo diverso per essere un vero western, troppo vicino alla sua forma per definirsi altro.
Ma proprio in quel conflitto, tra chi respinge e chi accoglie, si misura la vitalità del film. Testa o Croce? diventa uno specchio del pubblico, una lente che mette vita e film sullo stesso piano: ciò che accade in scena trova il suo riflesso immediato nelle reazioni di chi guarda. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio proiettato sullo schermo si traduce in un piccolo cortocircuito emotivo.
Il borbottio dell’uomo non è solo fastidio: è testimonianza. È il segno che il film ha toccato una zona viva, quella della memoria collettiva di un genere. Il western, nella sua forma classica, vive ancora nel corpo e nell’abitudine di chi lo ha amato per decenni, ma non chiede di dimenticarlo: chiede di confrontarsi con ciò che resta.
In questo senso, Testa o Croce? diventa un esperimento antropologico oltre che narrativo, un modo per capire quanto siamo ancora legati ai miti del passato e quanto siamo pronti a tradirli.
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Fonte immagine:
https://www.festival-cannes.com/en/f/testa-o-croce/
Testa o Croce, regia di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis – © Festival de Cannes
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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