Cinque anni dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, il Myanmar resta teatro di una delle crisi umanitarie più gravi al mondo e una delle meno raccontate. Secondo l’ONU, nel 2026 oltre 16 milioni di persone necessitano di assistenza e quasi 3,8 milioni sono sfollate, mentre il piano di risposta umanitaria è finanziato appena al 43%.
Il caso birmano mette alla prova la Responsabilità di proteggere (R2P), adottata al Vertice mondiale delle Nazioni Unite del 2005: ogni Stato deve proteggere la propria popolazione da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità e, se fallisce in modo manifesto, la comunità internazionale è pronta ad agire attraverso il Consiglio di Sicurezza.
Da Nargis ai Rohingya
Il primo banco di prova arrivò nel maggio 2008, quando il ciclone Nargis causò circa 140.000 vittime secondo le cifre ufficiali. La giunta militare, al potere dal 1962, bloccò per settimane gli aiuti internazionali. La Francia propose di invocare la R2P per imporli, ma Cina e Russia si opposero, sostenendo che un disastro naturale restasse un affare interno. Lo stallo si sbloccò grazie all’ONU e all’ASEAN, che coordinò i soccorsi con il governo birmano. Per Brendan Howe, docente alla Ewha Womans University di Seul, proprio questa combinazione di pressione occidentale e mediazione asiatica crea le condizioni migliori per indurre un regime a cambiare.
Seguì una transizione controllata: la Costituzione del 2008 riserva ai militari il 25% dei seggi, ma nel 2015 la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi conquistò la maggioranza. L’equilibrio si spezzò nell’agosto 2017, quando l’esercito lanciò un’offensiva contro la minoranza musulmana Rohingya, privata della cittadinanza dal 1982: oltre 650.000 persone fuggirono in Bangladesh. L’ONU parlò di un “esempio da manuale di pulizia etnica”, eppure al Consiglio di sicurezza persino le sanzioni rimasero sullo sfondo: dopo la crisi libica del 2011, quando la NATO era andata oltre il mandato ricevuto, Russia e Cina tornarono a una linea rigidamente non interventista. La risposta si spostò davanti alle corti: nel 2019 il Gambia ha portato il Myanmar davanti alla Corte internazionale di giustizia per genocidio e nel 2024 il procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto l'emissione di un mandato d'arresto contro il generale Min Aung Hlaing.
Cinque anni dopo il golpe
Nel febbraio 2021, dopo una nuova vittoria della NLD, Min Aung Hlaing ha preso il potere. Le proteste, represse nel sangue, si sono trasformate in una guerra civile tra l’esercito, i movimenti democratici e i gruppi armati etnici. Secondo Amnesty International, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dal golpe: gli attacchi aerei sono aumentati di oltre il 50% e hanno colpito scuole, ospedali ed edifici religiosi. Nemmeno il terremoto del 28 marzo 2025, con quasi 4.000 morti, ha fermato i bombardamenti: la giunta ha chiesto aiuti all’estero, ma ha violato il cessate il fuoco e ostacolato i soccorsi nelle zone controllate dalla resistenza. Amnesty denuncia inoltre lavoro forzato, torture in carcere e leggi usate per reprimere il dissenso, mentre il taglio degli aiuti statunitensi ha provocato la chiusura di ospedali nei campi profughi. Le elezioni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, senza la NLD e con ampie zone escluse dal voto, hanno infine portato Min Aung Hlaing alla presidenza: un ritorno solo formale a un governo civile.
Il dilemma della R2P
Nessuno dei tre pilastri della R2P sembra reggere: lo Stato è il principale responsabile delle violenze, l’assistenza dipende da un regime che decide chi aiutare e la risposta collettiva è paralizzata. Il Consiglio di sicurezza ha adottato la sua prima risoluzione sul Myanmar solo nel 2022, senza sanzioni né embargo, mentre Russia e Cina restano i principali fornitori di armi della giunta. Anche l’ASEAN è divisa e il suo piano di pace in cinque punti è rimasto lettera morta.
Secondo Howe, l’Occidente tende a leggere la R2P in chiave interventista, mentre in Asia, anche in democrazie come Corea del Sud e Giappone, prevale l’idea che la responsabilità spetti anzitutto ai governi. Le sanzioni da sole non piegano la giunta; il dialogo da solo rischia di legittimarla. Nel 2008 le due strategie si erano completate a vicenda; oggi mancano sia la pressione sia la mediazione. Resta poi il nodo dei Rohingya: la R2P parla di “popolazioni”, non di cittadini, ma il Myanmar dimostra quanto questa distinzione sia fragile.
Una promessa mancata
A breve è attesa la sentenza della Corte internazionale di giustizia, che potrebbe per la prima volta riconoscere uno Stato direttamente responsabile di genocidio, ma che difficilmente potrà essere attuata. In questo contesto, il Myanmar resta il simbolo di una promessa mancata: quella di non lasciare più nessuna popolazione sola di fronte a chi dovrebbe proteggerla.
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L'Autore
Valeria Picciolo
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