Un Vestito non Vale una Vita: Criminalità Organizzata e Sfruttamento dei Migranti nel caso Prato

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  Livia Marini
  05 settembre 2025
  6 minuti, 31 secondi

Dietro l’eccellenza del “Made in Italy” si nasconde spesso una realtà di sfruttamento. A Prato, cuore del distretto tessile toscano, la criminalità organizzata ha costruito un sistema che intreccia lavoro nero, condizioni disumane e migrazione irregolare. La situazione permette alle aziende appaltatrici di mantenere il marchio del "Made in Italy", garantendosi lavoro a basso costo: si tratta di delocalizzazione localizzata, un volto nascosto dell’industria della moda che deve essere raccontato.

Secondo il rapporto “Chinese Organized Crime in Italy. Characteristics and evolutionary lines” dell’Osservatorio Socio-Economico sulla Criminalità del CNEL, tra il 2004 e il 2010, 28.464 cittadini cinesi sono stati segnalati per violazioni in materia di immigrazione. Tra questi, 5.329 sono stati segnalati per favoreggiamento e agevolazione dell’immigrazione clandestina, seguiti dallo sfruttamento della prostituzione (1.896), lesioni personali volontarie (1.357), contraffazione di marchi (1.069), furto (920), associazione a delinquere ex articolo 416 del Codice Penale. Come riportato nel documento, la concentrazione più grande si trova nella capitale, Roma. Tuttavia, è Prato a destare maggiore preoccupazione, poiché i capi criminali hanno instaurato stretti legami con influenti membri della comunità locale.

La criminalità organizzata cinese ha una struttura solida ed efficiente, che le consente di controllare la rotta migratoria dall’inizio alla fine. Di solito, il viaggio dalla Cina del migrante comporta l’utilizzo, durante il percorso, di vari mezzi di trasporto e il migrante potrebbe usare un passaporto coreano o giapponese o un visto turistico per entrare nel territorio italiano. Esiste un forte legame tra trafficanti ed imprenditori: di solito collaborano per assicurare un controllo più stretto sui migranti. Tipicamente, l’imprenditore fornisce impieghi in ristoranti e laboratori, dove il migrante può saldare il debito di viaggio lavorando fino a quando il debito non è estinto. Il rapporto tra trafficante e imprenditore non è formalmente strutturato, ma piuttosto basato sulla fiducia e sul reciproco beneficio. I migranti sono segregati e costretti a lavorare fino a 18 ore al giorno e, una volta estinto il debito, sono relativamente liberi di cercare un altro lavoro.

Uno dei business più redditizi è quello della prostituzione.  Le donne vengono introdotte illegalmente nel Paese a spese dell’organizzazione e, una volta arrivate, sono sottoposte a sfruttamento sessuale. Quasi tutte hanno uno status irregolare, che le rende più vulnerabili al controllo dell’organizzazione. Di solito, non vengono tenute nello stesso luogo a lungo e vengono spostate ogni poche settimane, aumentando così il loro isolamento. Vengono portate avanti tre tipologie di attività: una rivolta ai membri benestanti della comunità cinese, la seconda destinata ai cinesi meno abbienti e la terza orientata ai clienti italiani.

Un altro settore finanziariamente redditizio è quello manifatturiero, tipico della città di Prato. Negli anni ’80 Prato iniziò ad attrarre migranti da Paesi stranieri, come la Cina. Come rilevato da uno studio dell’Università di Firenze nel 2020, in un decennio la comunità cinese divenne il più grande gruppo etnico straniero a Prato, passando da 518 abitanti nel 1990 a 43.545 nel 2000. Nel 2018 risultavano 22.897 residenti cinesi a Prato, pari all’11,8% della popolazione totale della città. Tuttavia, questi numeri non tengono conto della quantità di immigrati irregolari che probabilmente risiedono lì né del numero di cinesi che lavorano a Prato ma vivono al di fuori del perimetro cittadino. Ad esempio, secondo una stima dell’Irpet, riportata da Il Tirreno nel 2014, il numero di immigrati cinesi irregolari a Prato oscillava tra 5.000 e 8.000.

Questi migranti sono diventati una componente fondamentale della forza lavoro nell’industria tessile di Prato per molte ragioni. A causa del declino industriale che colpì Prato alla fine del secolo scorso, molte fabbriche abbandonate divennero centri per i laboratori di subappalto cinesi. Inoltre, i primi immigrati cinesi a Prato provenivano dalla regione dello Zhejiang e dalla città di Wenzhou, note per le loro tradizioni manifatturiere e tessili di lunga data. Tale origine si adattava perfettamente alla lunga storia del territorio nell’industria manifatturiera, e le specializzazioni degli immigrati erano necessarie ai locali. La crisi economica degli anni ’80 aveva determinato una tendenza a delocalizzare la produzione all’estero per ridurre i costi del lavoro, ma le imprese cinesi a Prato divennero una sostituzione della delocalizzazione, offrendo manodopera molto più economica. La presenza cinese ha contribuito in modo significativo alla competitività del settore tessile di Prato, nonostante i danni subiti dai lavoratori.

Sono state identificate alcune caratteristiche tipiche dei laboratori cinesi. I laboratori di subappalto a gestione cinese a Prato sono essenziali per il settore tessile locale e si concentrano principalmente sull’assemblaggio di capi e sulla produzione di maglieria. Le imprese sono di solito a conduzione familiare e di piccole dimensioni, ma collaborano frequentemente con diversi clienti, comprese aziende di medie dimensioni e marchi di lusso. Le dinamiche tra subappaltatori e clienti possono variare da collaborazioni durature a improvvise interruzioni contrattuali. L’ambiente di lavoro è altamente impegnativo, con dipendenti che spesso affrontano turni da 15 a 20 ore, sette giorni su sette, mentre la paga è solitamente bassa. Tali condizioni colpiscono in particolare le donne, come dimostra il fatto che la pratica di interrompere gravidanze è significativamente più diffusa tra le donne cinesi rispetto a quelle italiane.

L’Osservatorio Interventi Tratta riporta fornisce dati, che forniscono un quadro della realtà di Prato. Un comunicato stampa della DTL (Prato) dell’aprile 2016 ha rivelato che su 42 aziende ispezionate, 38 presentavano irregolarità. Sono stati emessi 34 provvedimenti di sospensione delle attività. Tra i 231 lavoratori ispezionati sono stati trovati 136 lavoratori illegali e 18 irregolari. In totale sono state presentate 19 denunce penali. Ulteriori ispezioni nel 2017-2018 hanno riscontrato diverse violazioni ambientali, come lo smaltimento improprio di rifiuti pericolosi, la mancanza di autorizzazioni per lo smaltimento e scarichi di materiali illegali. Nel 2017, delle 1.364 procedimenti penali avviati per violazioni della sicurezza sul lavoro, l’83% riguardava imprenditori cinesi. Un’impresa cinese a Montemurlo è stata trovata con un sistema che differenziava i salari in base alla nazionalità dei lavoratori. Tali risultati rivelano la presenza di un sistema gerarchico di sfruttamento che va a svantaggio soprattutto dei lavoratori migranti africani. Quando, nel 2017, un incendio in un laboratorio a Viano causò la morte di due lavoratori cinesi, furono avviate indagini. Esse portarono alla scoperta di 15 posti letto all’interno dell’edificio, che un tempo era un appartamento. I titolari dell’attività erano cinesi, mentre il proprietario dell’appartamento era italiano.

Il lusso italiano non smette mai di stupire gli spettatori delle passerelle internazionali, ma troppo spesso lo fa sulle spalle dei lavoratori migranti sfruttati. Queste reti di illegalità, che vedono la complicità di un intero sistema, devono urgentemente essere smantellate.  Non si tratta soltanto di una questione di dignità del lavoro, ma in troppi casi di sopravvivenza: le morti nelle fabbriche di Prato ci ricordano che dietro il lusso del Made in Italy ci sono vite (e famiglie) spezzate dallo sfruttamento. Ricordandosi sempre che un vestito non vale una vita.

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Livia Marini

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Società

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