Una legge per promuovere la lingua slovacca mette a rischio l’amicizia tra Bratislava e Budapest

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  Silvia Pasetto
  25 novembre 2024
  4 minuti, 40 secondi

Recentemente, Ungheria e Slovacchia si sono sempre trovate d’accordo in termini di orientamenti politici e opinioni sui principali eventi di attualità, dalla guerra in Ucraina, ai diritti lgbtq, alle migrazioni. Per citare qualche esempio, entrambe intendono limitare legalmente la cosiddetta “propaganda lgbtq” ed entrambe sono governate da coalizioni di destra. Infine, sono filorusse e non condividono molte delle politiche europee nell’ambito della guerra in Ucraina.

Tuttavia, come riporta Politico in un articolo di metà novembre, una nuova questione potrebbe incrinare i rapporti tra i due Paesi: la Slovacchia avrebbe infatti emanato una nuova proposta di legge che prevede il divieto di usare le lingue minoritarie nei luoghi pubblici. Tutto ciò tocca un tasto molto sensibile per l’Ungheria, in quanto la questione dei diritti linguistici è sempre stata molto importante per Budapest, sia per motivi di propaganda che per motivi di carattere storico.

L’Ungheria – come del resto gran parte dell’Europa centrale e orientale – è caratterizzata da numerose minoranze etniche e linguistiche al suo interno (tra cui una minoranza slovacca); al contempo, esistono anche grosse comunità di ungheresi etnici che vivono nei Paesi confinanti. È il caso di Austria, Romania, Serbia, Croazia, Slovacchia e, infine, Ucraina. Il governo di Viktor Orban si è sempre proposto come “protettore” degli interessi e dei diritti di queste comunità ungheresi all’estero (che, peraltro, sono cittadini di questi Paesi), che vengono definite nella retorica politica della destra di Budapest come parte integrante della nazione ungherese. In effetti, gran parte del territorio dell’Europa centrale apparteneva un tempo alla cosiddetta “Grande Ungheria”, ovvero quella corrispondente al regno d’Ungheria facente parte dell’Impero austroungarico. La dissoluzione dell’Impero asburgico dopo la Prima Guerra Mondiale ha dato vita all’Ungheria come la conosciamo oggi e, con la creazione dei nuovi Stati che ne è conseguita, ha separato milioni di ungheresi dalla loro madrepatria.

Negli anni l’Ungheria ha approvato una serie di leggi volte a stringere il legame con questi ungheresi nei Paesi vicini, implementando procedure semplificate per ottenere la cittadinanza ungherese (a partire dal 2010), e in generale misure che potessero concedere loro gli stessi diritti dei cittadini ungheresi. È il caso della cosiddetta “Status law”, una legge che ha perso poi valore, ma che all’epoca aveva causato non pochi disaccordi con Romania e Slovacchia, che vedevano lesa la loro stessa legittima sovranità sui propri cittadini. Per Budapest assicurarsi che agli ungheresi nei Paesi confinanti sia garantito il diritto di usare e studiare l’ungherese non è solamente un modo per tener viva la cultura ungherese e affermare uno dei diritti fondamentali delle minoranze, ma si tratta anche (e forse soprattutto) di un modo per tenere vicine a sé queste comunità e per mettere in pratica la retorica nazionalista promossa dal governo di Fidesz e guidato da Orban.

Quella dei diritti linguistici delle minoranze potrebbe sembrare una questione secondaria nei rapporti tra due Paesi, ma non è così. Per citare un esempio che riguardi proprio l’Ungheria, le relazioni tra Budapest e Kiev non sono propriamente positive anche per questo motivo. Certamente il fatto che Orban notoriamente condivida posizioni vicine alla Russia ne è il motivo principale, ma ufficialmente i rapporti tra i due Paesi si sarebbero raffreddati anche a causa delle leggi sulle lingue minoritarie introdotte dall’Ucraina per incentivare l’uso dell’ucraino in contesti pubblici. È il caso della legge sulla lingua n° 5670-d del 2019 che toglie alle lingue minoritarie lo status di lingue regionali e limita drasticamente il loro utilizzo nella sfera pubblica. Diversi analisti hanno suggerito che tale mossa fosse intenzionata a diminuire in primis l’uso della lingua russa (per motivi ovviamente politici), ma essa fa riferimento alle lingue minoritarie in generale, limitando così anche tutte le altre lingue minoritarie parlate in Ucraina, incluso l’ungherese. Orban avrebbe infatti giustificato la sua opposizione all’invio di armi a Kiev e all’adesione all’UE, citando proprio queste politiche linguistiche, che violerebbero il diritto dei cittadini di etnia ungherese residenti nella regione ucraina della Transcarpazia di parlare la loro lingua madre nell’istruzione e nella pubblica amministrazione.

Per tornare alla nuova proposta di legge slovacca, le conseguenze potrebbero essere simili, con un progressivo allontanamento tra Ungheria e Slovacchia, due Paesi altrimenti molto vicini per ideologia e intenti. La legge prevede il divieto di utilizzare le lingue minoritarie sui trasporti pubblici, negli uffici postali o nei menu dei ristoranti, oltre ad aumentare le sanzioni pecuniarie per chi non rispetta le norme, fino ad un massimo di 15.000 euro. Nel caso della Slovacchia, sarebbe proprio l’ungherese ad avvertire maggiormente le restrizioni, in quanto la comunità ungherese è la più numerosa tra le minoranze in Slovacchia, rappresentando l’8,5 percento della popolazione. Sulla questione della minoranza ungherese, non sarebbe la prima disputa tra Budapest e Bratislava, in quanto in passato si sono verificate discriminazioni e gravi conseguenze diplomatiche, a partire dagli anni ’90 con la fine del comunismo. Negli ultimi tempi il premier ungherese Viktor Orban e il suo omologo slovacco Rober Fico sembravano aver appianato le controversie in virtù di una rinnovata alleanza politica e punti di vista simili. Ora questa nuova legge, nel caso venga approvata, potrebbe portare ad un cambiamento tangibile nelle relazioni tra Ungheria e Slovacchia.

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Silvia Pasetto

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Europa

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Ungheria Slovacchia Orban minoranze diritti linguistici