Undici anni di terrore: gli uiguri imprigionati dalla Thailandia e poi deportati in Cina

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), insieme all’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), ha condannato la deportazione di 40 uiguri in Cina, definendola una grave violazione del diritto internazionale e del fondamentale principio di non respingimento.

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  Ilaria Morlando
  03 marzo 2025
  5 minuti, 36 secondi

CHI SONO GLI UIGURI?

Gli uiguri – “coloro che sono uniti” - sono una minoranza turcofona di religione musulmana, stanziata nella regione autonoma del Xinjiang, a nord-ovest della Cina.

Lo Xinjiang Uygur è una delle regioni autonome della Cina: esso si trova tra Kazakistan, Afghanistan, Russia, Pakistan, Mongolia, India, Tibet, Kirghizistan, Tagikistan e le province del Qinghai e del Gansu.

Secondo la tradizione, in Cina possono essere considerati propriamente cinesi solo i cittadini di etnia han (che rappresentano circa il 90% della popolazione). Ciononostante, la Cina ha riconosciuto ufficialmente cinquantasei gruppi etnici, tra cui quello degli uiguri dello Xinjiang. Difatti, esso passò dal Guomindang (il “Partito popolare della Cina”) alle fazioni comuniste con la guerra civile del 1949 e acquisì poi lo status di regione autonoma nel 1955.

PERCHÉ GLI UIGURI COSTITUISCONO UNA MINACCIA PER LA CINA

La questione uigura è, in larga parte, il risultato del timore del governo cinese rispetto ad un possibile risveglio di tendenze secessioniste della minoranza uigura, che emersero dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la costituzione delle repubbliche indipendenti di Kazakistan e Kirghizistan. Gli uiguri di tali paesi cominciarono in quel periodo a intrattenere scambi commerciali con gli uiguri dello Xinjiang; queste relazioni rianimarono il movimento panturco, alimentando così un rinnovato ciclo di movimenti separatisti della zona.

Tale separatismo, insieme all’estremismo religioso degli uiguri, è stato definito dal Partito Comunista Cinese una “minaccia globale terroristica”, al punto da divenire una delle urgenze preminenti della cooperazione in Asia Centrale, con la costituzione della Struttura Regionale per l’Antiterrorismo, al vertice della SCO (Shanghai cooperation organization).

Peraltro lo Xinjiang rappresenta un passaggio obbligato per la Nuova via della seta, vale a dire l’iniziativa strategica della Repubblica Popolare Cinese per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con l’Eurasia, i quali rendono ulteriormente difficoltosa un’ufficiale presa di posizione da parte del governo cinese nei confronti delle violazioni dei diritti della minoranza islamica.

La repressione di quest’etnia cominciò, dunque, negli anni ’90 e accrebbe dopo gli attentati dell’11 settembre 2001; si intensificò ulteriormente a seguito delle agitazioni indipendentiste del 2014 e sfociò nel Regolamento sulla deradicalizzazione del 2017, che considera semplici precetti islamici, quali il rispetto del digiuno e le preghiere rituali, dei comportamenti estremisti.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite oltre un milione di uiguri si trovano attualmente in quelli che sono stati definiti dal governo cinese “centri di formazione professionale”, ma che in realtà sono dei luoghi di lavoro forzato volti a sinizzare tale minoranza islamica, ossia snaturarla della propria identità religiosa e culturale, con l’obiettivo di assimilarla alla cultura cinese.

La Cina si avvale di vari metodi di persecuzione, tra cui:

· Un sistema di facilitazione della sostituzione demografica, realizzato mediante controlli sulle gravidanze, l’obbligo di interruzione delle stesse e punizioni severe per chi viola le normative sul numero di figli consentiti.

· Un sistema sofisticato di riconoscimento facciale su “base etnica“, il quale utilizza le telecamere di sorveglianza poste in tutto il paese per tracciare gli spostamenti degli uiguri.

· Un “controllo sanitario”, finalizzato alla raccolta di DNA e impronte digitali da parte della polizia cinese.

Il Parlamento europeo ha dapprima condannato tale internamento di massa e successivamente ha affermato che “potremmo essere di fronte ad un genocidio”.

L’ESPULSIONE DI 40 UIGURI DALLA THAILANDIA

Il 27 febbraio la Thailandia ha confermato l’espulsione e il successivo rimpatrio in Cina di circa 40 richiedenti asilo uiguri.

Entrati illegalmente nel paese nel 2014, con lo scopo di arrivare in Turchia, restarono imprigionati nelle carceri thailandesi per undici anni. Essi, in realtà, facevano parte di un gruppo più grande di uiguri, ma molti di loro non sono riusciti a sopravvivere alle condizioni disumane a cui erano costretti: le carceri thailandesi sono sovraffollate e le condizioni igienico-sanitarie quasi inesistenti.

LA DENUNCIA DEGLI ATTIVISTI

Gli attivisti sono concordi nell’affermare che tale rimpatrio costituisce una violazione inaccettabile dei diritti umani: lo conferma Elaine Pearson, direttrice per l’Asia di Human Rights Watch, che ha descritto l’accaduto come una flagrante violazione degli obblighi del paese ai sensi del diritto internazionale, in quanto gli uiguri in Cina sono ad alto rischio di tortura e detenzione.

LA CONDANNA DELL’ONU

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha affermato che il rimpatrio forzato da parte della Thailandia viola il principio di non respingimento: l’articolo 3 della Convezione contro la tortura, difatti, proibisce il rimpatrio di soggetti in un paese in cui vi è il rischio di persecuzione o tortura nei loro confronti; tale disposizione è menzionato anche nell’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei diritti umani e nell’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Questo comportamento sarebbe peraltro contrario agli obblighi sanciti dal diritto interno, poiché il diritto di chiedere asilo e il principio di non respingimento sono sanciti anche dall’articolo 13 della legge thailandese sulla prevenzione e l’abolizione della tortura e della sparizione forzata. L’amministrazione thailandese ha giustificato la propria decisione sostenendo che gli immigrati siano stati detenuti per troppo tempo nel paese e che il governo cinese abbia garantito che i deportati sarebbero stati al sicuro una volta espulsi.

Türk ha esortato il governo thailandese a interrompere ulteriori deportazioni e a garantire la tutela degli uiguri che sono ancora sotto la sua responsabilità. Infine, egli ha invitato le autorità cinesi a rendere note la posizione e le condizioni degli uiguri rimpatriati.

Anche l’UNHCR ha denunciato i rimpatri forzati, affermando che la sua richiesta di sospensione dell’espulsione sia stata ripetutamente respinta.

IL PRINCIPIO DI NON RESPINGIMENTO: LA SITUAZIONE THAILANDESE

Il principio di non-refoulement, ossia il divieto d’espulsione e di rinvio al confine del rifugiato, è sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 all’articolo 33, comma 1: esso rappresenta un principio a fondamento del diritto consuetudinario internazionale, il quale, però, non è mai stato riconosciuto dalla Thailandia; essa infatti non è tra i paesi firmatari degli strumenti posti a tutela dei rifugiati, ossia la Convenzione di Ginevra e il Protocollo del 1967. Per ovviare a tale situazione, il Parlamento Europeo, con una risoluzione non legislativa del 2023, ha sollecitato lo stato ad aderire quanto prima a detti trattati.

Nonostante ciò, la Thailandia ha stipulato l’accordo di partenariato UE-Thailandia nel 2022, il quale impone allo stato di prestare particolare attenzione alla salvaguardia dei diritti umani.

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Ilaria Morlando

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Diritti Umani

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