Unione europea: il Parlamento europeo chiede un fondo comune per garantire l'accesso sicuro all'aborto

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  Anna Pasquetto
  06 gennaio 2026
  4 minuti, 21 secondi

Risale al recente 17 dicembre la risoluzione approvata dal Parlamento europeo che ha ad oggetto l'aborto libero e sicuro, una tematica che da sempre crea divari tra i Paesi dell'Unione europea.

Si tratta di una risoluzione non vincolante che esorta la Commissione europea ad istituire un meccanismo che permetta “a qualsiasi persona residente nell’Unione europea che non abbia accesso a un aborto sicuro e legale” di raggiungere, a costi contenuti, uno dei ventisette Stati membri che autorizzi la pratica.

È quindi un fondo che andrà a coprire i costi delle procedure eseguite all’estero e che può aiutare tutte le donne a cui è legalmente o di fatto impedito l'accesso all’interruzione di gravidanza nel proprio Paese, come Malta e Polonia, oppure in cui è difficile accedervi, tra cui l'Italia e la Croazia.

Tale meccanismo finanziario creerebbe un sistema aperto a tutti gli Stati membri su base volontaria e sarebbe sostenuto da fondi europei, con l’obiettivo ultimo di permettere l’assistenza all’aborto nei diversi Paesi europei, sempre in conformità con le proprie leggi nazionali.

La risposta definitiva della Commissione giungerà entro marzo 2026, e, nel frattempo, questi mesi l'esecutivo comunitario avrà tempo di indicare le motivazioni della scelta e le eventuali misure, sia legislative che non, che intende adottare.

La risoluzione è il risultato di un’iniziativa dei cittadini europei, uno strumento che consente ai cittadini degli Stati membri di rivolgersi direttamente alle istituzioni dell’Ue circa la modifica delle legislazioni unitarie, e soprattutto proviene dal movimento ‘’My Voice, My Choice’’ ("La mia voce, la mia scelta"): attraverso la raccolta di 1.124.513 firme in tutti i 27 Paesi, il movimento ha chiesto di migliorare l'accesso all'aborto sicuro dando di fatto voce alle circa 20 milioni di donne in Europa che al momento non si vedono garantito questo diritto. Il movimento chiede di sostenere tutte le donne costrette a viaggiare in altri Paesi, e soprattutto che sia lo Stato a coprire le spese della procedura.

Un ulteriore elemento presente nella risoluzione è la richiesta da parte del Parlamento di includere il diritto all'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, richiesta già approvata per la prima volta nell'aprile 2024.

Il testo è stato approvato in Parlamento con 358 voti favorevoli, 202 contrari e 79 astensioni: i socialisti, i liberali e la sinistra del Parlamento hanno votato a favore, mentre la destra ed estrema destra si sono prevalentemente espressi contro, sostenuti dalle organizzazioni pro-vita. Per citarne una, l'Ong italiana Pro Vita & Famiglia ha definito questo meccanismo un "Erasmus dell'aborto", condannandolo come "un incentivo che spingerà gli Stati a competere per attrarre fondi Ue promuovendo la soppressione di vite innocenti".

Anche se in Europa 15 Paesi, dal 2021 ad oggi, hanno fatto enormi passi avanti e stanno modificando le proprie leggi per rendere accessibile e legale l'interruzione di gravidanza, l'accesso all’aborto non è ancora garantito in tutti i Paesi dell'UE.

Secondo l’Atlante delle politiche europee sull’aborto 2025, alcuni Paesi dell’Unione europea hanno adottato misure per garantire il diritto all’aborto sicuro. Tra questi spiccano la Francia, che lo ha reso un diritto costituzionale, il Lussemburgo e i Paesi Bassi, che hanno entrambi eliminato i periodi di attesa obbligatori prima di effettuare l’operazione, e la Svezia. Non solo: la Danimarca ha esteso i limiti a 18 settimane e la Lituania ha legalizzato l’aborto medico.

Dei 27 Stati membri, solo 13 coprono completamente l’aborto nella copertura sanitaria nazionale, e solo 5 (Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia ed Estonia) l’hanno completamente decriminalizzato.

Al contempo, alcuni Paesi dell'Unione mantengono leggi molto restrittive sul diritto all'aborto, con pene severe e un accesso molto limitato alle cure cliniche. 

Polonia e Malta si collocano agli ultimi posti della classifica dell’Atlante: se nel primo Paese l'aborto è permesso solo quando il concepimento è frutto di violenza sessuale o vi è un serio rischio per la salute della donna, nel secondo vige un divieto totale in ogni circostanza.

Anche Italia e Slovacchia prevedono molteplici restrizioni, dall’aumento delle pressioni psicologiche nei confronti di chi pratica l’aborto, alla forte presenza di medici obiettori e ad una diffusa disinformazione spesso guidata dallo Stato stesso. Per citare un esempio, nel 2024 l'Italia ha approvato una legge che consente ai gruppi pro-vita di accedere alle cliniche abortive.

Lo schieramento del Parlamento europeo con la società civile sottolinea il ruolo fondamentale dell’Unione nel sostegno alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, i quali vanno tutelati tramite la riforma di leggi e politiche in linea con gli standard del diritto internazionale dei diritti umani. La richiesta alla Commissione è quindi quella di un’azione più incisiva che tuteli l’autonomia corporea e l'accesso universale ai propri diritti.

‘’Oggi mostriamo al mondo, ma soprattutto ai nostri cittadini, che l’Ue è al fianco delle donne. L’Ue difende l'uguaglianza di genere e non ha paura di rispettare tutti i diritti umani, anche quelli delle donne’’, afferma l’eurodeputato svedese Abir Al-Sahlani, del gruppo centrista Renew Europe.


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Anna Pasquetto

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Diritti Umani

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