Il 28 settembre 2024 una barca sovraccarica di persone migranti che cercava di raggiungere l'Europa è affondata nei pressi dell'isola di El Hierro, una delle più remote delle Canarie. Le speranze di trovare superstiti tra le 48 persone disperse si sono rapidamente affievolite a causa della profondità e della temperatura dell’acqua in quelle zone. Questo naufragio è uno dei peggiori disastri migratori avvenuti nella regione negli ultimi trent’anni.
La rotta atlantica, sempre più percorsa e pericolosa
La rotta migratoria atlantica, che attraversa il tratto di mare tra l'Africa nord-occidentale e le Isole Canarie, è nota per essere una delle più pericolose al mondo. Nonostante i rischi elevati, i migranti continuano a tentare questa traversata nella speranza di trovare una vita migliore in Europa. Si stima che, dal 2020, migliaia di persone sono morte o risultano disperse lungo questa rotta, attratti da quello che credono sia un passaggio meno controllato rispetto alla rotta del Mediterraneo.
Le Canarie, che fanno parte della Spagna, rappresentano per molti migranti africani una porta d'accesso all'Europa. Tuttavia, le condizioni del mare nell'Atlantico, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, sono particolarmente difficili. Le barche utilizzate dai migranti sono spesso inadatte per affrontare tali viaggi, sovraffollate e prive delle misure di sicurezza necessarie, come giubbotti di salvataggio o sistemi di navigazione adeguati. Nel caso di questo naufragio, la barca trasportava circa 75 persone, e solo 27 di loro sono state tratte in salvo.
Le responsabilità e le risposte istituzionali
Tragedie come questa sollevano importanti domande sulle responsabilità, sia a livello nazionale che internazionale. Da un lato, i governi dei Paesi di origine dei migranti spesso non riescono a migliorare le condizioni economiche e sociali, spingendo le persone a fuggire. Dall’altro, l’Europa non ha saputo implementare politiche migratorie efficaci e sicure, creando un vuoto che è stato riempito da reti di trafficanti di esseri umani.
L’approccio securitario dell’Unione Europea è stato già ampiamente criticato perché si concentra più sulla militarizzazione delle frontiere e sulla prevenzione degli sbarchi che non sulla creazione di vie legali e sicure per l'immigrazione. Questo approccio non solo non ferma i flussi migratori, ma li rende più pericolosi, spingendo i migranti a percorrere rotte sempre più rischiose. Il naufragio di El Hierro dimostra perfettamente come l'assenza di corridoi umanitari e l'esternalizzazione delle frontiere europee abbiano contribuito a un’escalation di morti in mare.
La voce delle vittime e delle loro famiglie
Ogni migrante ha una storia. Dietro alle fredde statistiche di morti e dispersi ci sono uomini, donne e bambini che lasciano i loro paesi spinti dalla disperazione. Alcuni fuggono dalla povertà estrema, altri da conflitti armati, dittature o cambiamenti climatici che hanno reso impossibile continuare a vivere nelle loro terre natali. Molte delle persone a bordo della barca affondata provenivano da Paesi dell'Africa subsahariana, come Mali, Senegal e Guinea, regioni colpite da instabilità politica, crisi economiche e disastri ambientali.
Le famiglie delle vittime, rimaste nei Paesi d'origine, spesso non ricevono mai notizie certe sulla sorte dei loro cari. L'assenza di corpi, la difficoltà nelle operazioni di recupero e la mancanza di informazioni ufficiali rendono il lutto ancora più doloroso. Inoltre, molte famiglie hanno pagato ingenti somme di denaro ai trafficanti nella speranza di offrire un futuro migliore ai loro figli, rimanendo poi intrappolate in una spirale di debiti.
Le risposte delle ONG e il ruolo del soccorso in mare
Le organizzazioni non governative (ONG) continuano a svolgere un ruolo cruciale nel monitoraggio e nel soccorso dei migranti in mare. Tuttavia, negli ultimi anni, molte ONG sono state ostacolate da politiche restrittive che mirano a criminalizzare i soccorsi in mare, rendendo ancora più difficile il loro operato. Le autorità spagnole, ad esempio, hanno rafforzato le misure di controllo sulle coste delle Canarie, riducendo allo stesso tempo la presenza di navi di soccorso nelle acque internazionali.
Nonostante questi ostacoli, le ONG continuano a denunciare la mancanza di un sistema di soccorso organizzato e la totale assenza di coordinamento tra i paesi europei. È ormai chiaro che affidarsi solo alle forze di sicurezza e alla Guardia Costiera non basta per prevenire tragedie come quella di El Hierro.
La migrazione è un fenomeno complesso che richiede una risposta globale. Non si tratta solo di proteggere le frontiere, ma di affrontare le cause profonde che spingono le persone a fuggire dai loro paesi. La povertà, i conflitti, le persecuzioni e i cambiamenti climatici sono solo alcune delle ragioni che costringono milioni di persone a lasciare le loro case ogni anno.
Le politiche di chiusura delle frontiere, la criminalizzazione della migrazione e l’esternalizzazione dei controlli non sono soluzioni sostenibili. Al contrario, è necessario un approccio più umano e inclusivo, che preveda la creazione di vie legali per i migranti e un rafforzamento dei programmi di sviluppo nei Paesi di origine. Ogni morte in mare è un fallimento delle politiche migratorie attuali e un richiamo all'azione per i governi e le istituzioni internazionali. Solo attraverso un vero impegno internazionale si potrà ridurre il numero di morti in mare e garantire che i diritti umani siano rispettati in ogni fase del processo migratorio.
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L'Autore
Veronica Grazzi
Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.
Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.
Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.
Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.
In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.
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