“A Fidai Film”, ovvero come la manipolazione di un archivio recuperato diventa resistenza

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  Emma Zurru
  19 giugno 2025
  5 minuti

«La memoria non si limita a riportare al presente degli eventi passati, ma attua un processo di selezione e costruzione[…] non si tratta cioè di una riproduzione passiva, ma di un processo attivo che realizza una percezione nuova». (G. Carrara, Storie a vista, 2020)

Secondo Aleida Assmann, studiosa ed esperta di memoria culturale e collettiva, esistono due diversi modi di descrivere la memoria: come ars, ovvero come archivio, e come vis, ovvero come «energia dotata di leggi proprie [che] può essere indotta ad elaborare una nuova definizione del ricordo da una decisione, da un desiderio o da un nuovo bisogno». Le due memorie non sono in contrapposizione ma collaborano: la prima è lo sfondo informe su cui la seconda agisce e costruisce narrazioni, ovvero ne crea il senso.

Risemantizzazione, simbolizzazione, trasferimento di significato, reinterpretazione della memoria storica, fino alla riappropriazione del racconto: tutto questo può avvenire tramite l’utilizzo delle immagini, dal modo in cui queste vengono esposte, al testo o i suoni che le accompagnano, fino alle manipolazioni pratiche che si possono attuare su di loro.

Quando poi le immagini sono state sequestrate con la forza e manipolate per primi da oppressori del proprio popolo, la riappropriazione di quelle immagini e una seconda manipolazione simbolica diventa ancora più significativa.

“A Fidai Film” di Kamal Aljafari nasce proprio dal recupero di alcune parti di quello che era l’archivio del Palestine Research Center di Beirut, saccheggiato durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982: nel contesto di quella operazione militare, volta ad eliminare la presenza dell’OLP (Organizzazione della Liberazione Palestinese) nel paese e che vide compiersi anche le stragi di Sabra e Shatila, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sequestrarono la maggior parte del materiale, cioè “l’intera libreria di 25.000 volumi in arabo, inglese ed ebraico, una stampante, dei cortometraggi, manoscritti ed archivi”. L’esercito aveva l’obiettivo di visionarlo per intero e catalogarlo in Israele, per verificare la presenza di materiale sospetto. Questo fu restituito l’anno dopo su pressione internazionale, ad esclusione però delle pellicole.

In questi ultimi anni, Israele ha aperto occasionalmente l’accesso al proprio archivio, così Aljafari ha potuto recuperare una parte di quelle registrazioni video ed audio che erano state sottratte alla comunità, e alla memoria comune, dei palestinesi, creandone un collage audiovisivo “riappropriato”. Da questa operazione di recupero – che, serve dirlo, è avvenuta senza concessione dei diritti da parte di Israele – e la conseguente creazione di un contro-archivio ha inizio l’atto di ribellione e di sabotaggio del regista, suggerita anche dal titolo: “fidai” è la traslitterazione di una parola araba che significa “martire, devoto, chi si sacrifica”, e per lui ha assunto significato di resistenza attiva, tramite la realizzazione di una contronarrazione sotterranea.

Tra le riprese cucite assieme nel film figurano telegiornali di alcuni momenti drammatici, come dell’esplosione a Beirut nel ’82; c’è il momento dell’irruzione dell’IDF nella sede del Palestine Research Center e del sequestro del materiale audiovisivo; ci sono momenti scherzosi, bambini che infastidiscono le guardie israeliane con giochi di luce; parti di interviste, natura, macerie, città.

Il suono rende la visione, già onirica di per sé tra tagli, ripetizioni e rovesciamenti, ancora più suggestiva: non è solo l’audio reale ad accompagnare le immagini, ma spesso filastrocche e canzoni di voci fuoricampo. Anche quando l’audio è quello originale, la sperimentazione intrinseca al film lo modifica, lo taglia, muta le parole, e lascia invece il microfono a quello che c’è tra le parole, ai sospiri e ai singhiozzi, e lo fa ciclicamente, diventando talvolta ossessionante. Lo stesso sound designer ha descritto questo lavoro “onirico sì, ma nel senso di un incubo”.

L’assistente del regista Flavia Mazzarino racconta del momento in cui hanno visionato il materiale d’archivio per la prima volta, parla soprattutto dello sguardo israeliano applicato sul materiale recuperato e di quanto questo fosse prepotente, “un voiceover dalla prospettiva molto soggettiva e stravolta”. Il logo dell’IDF impresso su alcune pellicole, dice, è la presenza più aggressiva, e il regista ha sempre cercato di sabotarlo tagliandolo dall’inquadratura oppure cancellandolo, coprendolo con pennellate di rosso che sono la caratteristica identitaria del film. Con queste, infatti, Aljafari agisce la sua risignificazione: a seconda di cosa si cancella e di cosa resta, allo spettatore viene comunicato un significato che recuperato o restituito. Lui stesso lo ha sottolineato: “Questo non è un film sul passato, ma sul futuro che è ancora possibile definire. Sto sabotando lo sguardo colonialista”.

Un altro elemento fortemente invasivo, e sicuramente emblematico della piega soggettiva impressa – letteralmente oltre che metaforicamente – sulle immagini sono alcune didascalie scritte da un soldato dell’IDF che, incaricato di visionare le riprese, dà un titolo a delle sequenze altrimenti neutre: così uomini che raccolgono frutta dagli alberi diventano “terroristi che colgono arance”.

Il film sembra portarci nei sogni di un uomo palestinese quando rievoca i propri ricordi sentendo la parola “casa”: immagini della terra natia, una terra familiare e costellata di simboli familiari come le persone e il mare e gli alberi di ulivi; ma inevitabilmente i ricordi di questa terra sono fatti anche di occupazione, di coloni, di esercito israeliano.

Eppure quest’ultima parte, quella traumatica della violenza coloniale, proprio come il trauma che viene rimosso o distorto da noi stessi nei nostri ricordi, è rimossa o distorta nel film. Ecco che le immagini dell’inaugurazione di una colonia supportata da fondi americani vengono sapientemente manipolate, sovrascritte con quell’accesissimo colore rosso, ma solo in parte, solo nella parte “brutta”, per lasciar tornare in primo piano ciò che la colonizzazione ha forzato sullo sfondo: offuscati i volti dei coloni, offuscato lo striscione di inaugurazione, quel che resta visibile è la terra di Palestina.

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Emma Zurru

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