A quasi cinque anni dal ritorno dei talebani, la situazione dei diritti umani in Afghanistan non può più essere descritta come una fase temporanea. Le conseguenze riguardano l’intera popolazione, ma colpiscono con particolare durezza le donne e le ragazze, escluse dall’istruzione, da gran parte del lavoro e da numerosi spazi della vita pubblica. Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono a Kabul, mentre il governo afghano si dissolveva e le forze internazionali completavano il proprio ritiro. Il crollo della Repubblica fu rapido, ma le sue cause si erano accumulate nel corso degli anni. La guerra, la corruzione, la debolezza delle istituzioni e la dipendenza dagli aiuti stranieri avevano reso lo Stato sempre più fragile. L’accordo firmato a Doha nel febbraio 2020 tra gli Stati Uniti e i talebani aveva previsto il ritiro delle truppe internazionali, senza però garantire una vera transizione politica né una protezione efficace dei diritti conquistati nei vent’anni precedenti.
Tra il 2001 e il 2021, milioni di ragazze avevano potuto frequentare la scuola. Le donne erano entrate nelle università, nei media, nelle istituzioni, nelle professioni e nello sport. Questi cambiamenti non avevano raggiunto tutte le province nello stesso modo e non avevano eliminato le discriminazioni già presenti nella società. Tuttavia, avevano permesso a molte afghane di immaginare un futuro diverso, fondato sullo studio, sul lavoro e su una maggiore autonomia personale.
Dopo il ritorno dei talebani, uno dei primi diritti a essere colpiti è stato quello dell'istruzione. Le donne sono escluse dall’istruzione secondaria e, dal dicembre 2022, anche dalle università. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale l’accesso delle ragazze alla scuola secondaria è vietato dalle autorità nazionali.
Non si tratta semplicemente della chiusura di alcune aule. Ogni anno nuove studentesse raggiungono l’età in cui sono costrette ad abbandonare gli studi, senza sapere se potranno mai riprenderli. Secondo UN women, nel 2024 il 78 per cento delle giovani afghane non studiava, non lavorava e non frequentava alcun percorso di formazione, contro il 20 per cento dei coetanei maschi. Il divario mostra come l’esclusione dall’istruzione sia collegata alla progressiva perdita dell’indipendenza economica e della possibilità di partecipare alla società.
Le conseguenze riguardano anche il futuro dei servizi essenziali. Se una ragazza non può completare gli studi, non potrà diventare insegnante, infermiera, ostetrica o medica. UNICEF ha avvertito che, se le restrizioni rimarranno in vigore, entro il 2030 l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20.000 insegnanti e 5.400 operatrici sanitarie. In diverse province, inoltre, le donne devono essere accompagnate da un mahram, un parente maschio, per raggiungere il luogo di lavoro o ricevere assistenza. In mancanza di personale sanitario femminile e di un accompagnatore, anche una visita medica può diventare inaccessibile.
La progressiva cancellazione delle donne non riguarda però soltanto la scuola e il lavoro. Coinvolge la libertà di movimento, l’abbigliamento, l’accesso ai parchi e alle palestre, la partecipazione politica, lo sport e la possibilità di esprimersi attraverso l’arte. Le restrizioni si sovrappongono e si rafforzano a vicenda. Una donna senza istruzione ha meno possibilità di trovare un impiego. Senza un reddito proprio diventa più dipendente dalla famiglia. Se non può muoversi liberamente, anche cercare assistenza sanitaria, denunciare una violenza o partecipare alla vita della propria comunità diventa più difficile.
L’Afghanistan Gender Index pubblicato da UN Women restituisce la dimensione di questo arretramento. Secondo il rapporto, le donne afghane riescono a esercitare mediamente soltanto il 17,3 per cento del proprio potenziale in termini di diritti, libertà e opportunità. Nei settori della salute, dell’istruzione, dell’inclusione economica e della partecipazione alle decisioni raggiungono appena il 23,7 per cento dei risultati ottenuti dagli uomini. Sono percentuali che non raccontano da sole una vita, ma mostrano quanto sia diventato ristretto lo spazio nel quale una donna può scegliere il proprio futuro.
È proprio questo spazio che il cinema documentario prova a rendere visibile. The Female Voice of Afghanistan: Life After Life, realizzato in Germania nel 2022 da Andreas Rochholl, Yalda Yazdani e Sebastian Leitner, nasce da un viaggio compiuto a Kabul nel luglio 2021, poche settimane prima della presa del potere da parte dei talebani. La troupe incontra alcune cantanti afghane per raccontarne la musica, il lavoro e la quotidianità. Quando, un anno più tardi, cerca nuovamente le protagoniste, le donne sono state costrette a lasciare il Paese e vivono disperse in diversi Stati, sospese tra la patria perduta e la necessità di ricominciare altrove.
La loro voce acquista un significato che va oltre la musica. Cantare significa comparire, essere ascoltate, raccontarsi senza che qualcun altro parli al loro posto. La repressione dell’espressione artistica femminile non elimina soltanto una professione. Colpisce la memoria, l’identità e il diritto di occupare uno spazio nella società.
Anche Escape for a Goal, documentario italiano del 2025 diretto da Stefano Liberti e Mario Poeta, parte da un gesto apparentemente semplice. Due sorelle, Maryam e Zaynab Mehrzad, giocano nel Bastan, la squadra femminile di calcio di Herat, e immaginano di costruire il proprio futuro attraverso lo sport. Il ritorno dei talebani interrompe bruscamente quel progetto.
Durante l’evacuazione dell’agosto 2021, le due giovani tentano di lasciare il Paese, ma la fuga le separa. Maryam riesce a salire su un volo diretto in Italia, mentre Zaynab è costretta a tornare a Herat. La loro vicenda attraversa Afghanistan, Pakistan e Italia e racconta gli anni di lontananza, paura e speranza che precedono la possibilità di un ricongiungimento attraverso i corridoi umanitari.
Il calcio, come il canto, non è soltanto un passatempo. È uno spazio nel quale si impara a decidere, collaborare, esporsi e immaginarsi fuori dai ruoli imposti. Vietare alle donne di praticare sport o di esibirsi in pubblico significa privarle anche della possibilità di costruire un’identità autonoma. Le storie raccontate dai due documentari aiutano così a comprendere ciò che le statistiche non riescono a mostrare completamente. Dietro ogni divieto ci sono studi interrotti, squadre sciolte, strumenti musicali abbandonati, famiglie separate e persone costrette a lasciare il proprio Paese.
A tutto questo si aggiunge una crisi umanitaria che continua a coinvolgere quasi metà della popolazione. Nel 2026 circa 21,9 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Povertà, insicurezza alimentare, riduzione degli aiuti internazionali, disastri naturali e ritorni forzati dai Paesi vicini si sovrappongono alle restrizioni imposte dalle autorità. L’esclusione delle donne dal lavoro delle organizzazioni umanitarie rende ancora più difficile raggiungere altre donne e ragazze, soprattutto nelle aree più isolate.
La crisi dei diritti femminili si inserisce in una situazione più ampia. La libertà di stampa è stata progressivamente limitata, i giornalisti e i critici delle autorità rischiano arresti arbitrari e maltrattamenti, mentre le manifestazioni indipendenti vengono represse. Amnesty International documenta inoltre discriminazioni contro comunità etniche e religiose, gravi ostacoli all’accesso a un processo equo e il ricorso alle punizioni corporali. I rapporti delle Nazioni Unite segnalano anche la prosecuzione delle fustigazioni e delle esecuzioni pubbliche.
Raccontare oggi l’Afghanistan richiede di evitare due errori. Il primo è considerare le donne afghane soltanto come vittime passive. Nonostante i rischi, molte continuano a insegnare informalmente, creare reti di sostegno, lavorare dove è ancora possibile, documentare gli abusi e difendere il diritto a essere ascoltate. Il secondo è abituarsi alla loro esclusione, come se il passare degli anni potesse trasformare una violazione in una condizione normale.
Quasi cinque anni dopo il ritorno dei talebani, la situazione non può più essere descritta come un’emergenza temporanea. Una generazione di ragazze sta crescendo senza poter completare gli studi, mentre donne che avevano costruito una professione, un’identità pubblica e un progetto di vita sono state confinate in spazi sempre più ridotti o costrette all’esilio.
La distanza geografica non dovrebbe diventare distanza umana. Continuare a parlare dell’Afghanistan significa ricordare che dietro parole come istruzione, lavoro, salute e libertà di espressione esistono persone reali. Persone che vogliono studiare, cantare, giocare a calcio e decidere della propria vita. In altre parole, persone che chiedono di non scomparire.
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L'Autore
Blerina Ymeri
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