Afghanistan: mandato di arresto internazionale per due leader talebani

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  Giorgia Milan
  14 luglio 2025
  4 minuti, 36 secondi

Martedì 8 luglio la Corte Penale Internazionale (ICC) ha emesso un mandato di arresto per il leader dei talebani, nonché capo di stato dell’Afghanistan, Hibatullah Akhundzada e per Abdul Hakim Haqqani (capo della corte suprema Afghana) per crimini contro l’umanità.

La Corte Penale Internazionale ha avviato le procedure già nel gennaio 2025, quando Karim Khan, procuratore capo della corte, ha richiesto il mandato. Un governo che legittima omicidi, torture, stupri, sparizioni forzate e smantellamento dei diritti delle donne è il motivo cardine.

Nel momento in cui la Corte Penale Internazionale emette un mandato d’arresto, tutti i paesi firmatari dello Statuto di Roma hanno l’obbligo di arrestare i soggetti del mandato stesso se dovessero trovarsi nel loro territorio nazionale. Come sempre, dalla teoria alla pratica c’è spesso un abisso, non è detto che i paesi firmatari arrestino Akhundzada e Haqqani nel caso in cui dovessero uscire dall’Afghanistan. Oltretutto, è molto raro che i due si spostino fuori dal paese.

Facciamo un passo indietro: la situazione in Afghanistan pare essere a un punto di non ritorno.

Il 15 agosto 2021 i talebani sono tornati al potere in Afghanistan con Haibatullah Akhundzada, in seguito al ritiro delle forze statunitensi e NATO. Il suo è un controllo sistematico e capillare del paese, che continua ad allontanarsi dall’occidente e a  contrarre i diritti umani. Giovedì 3 luglio, inoltre, la Russia è stata il primo paese al mondo a riconoscere come legittimo il regime talebani.

Tra il 15 agosto 2021 e il 31 marzo 2024 sono stati registrati 1.033 casi documentati di applicazione della forza e violazione delle libertà personali, con un impatto discriminatorio sulle donne.

L’ultimo rapporto dello special rapporteur dell’ONU sui diritti umani in Afghanistan Richard Bennett è tragico: tra giugno 2023 e marzo 2024 sono stati 52 gli editti con i quali sono stati contratti i diritti di donne e bambine. Si tratta di una vera e propria “architettura dell’oppressione”. Nel settembre 2024 il governo afghano ha bandito Bennett dalle visite nel paese.

Tra gennaio 2022 e giugno 2024, inoltre, Afghan Witness ha registrato 840 episodi di violenza di genere, di cui 332 omicidi, in tutto ciò i criminali rimangono impuniti perché le istituzioni progettate per punire i crimini di genere sono state smantellate dai talebani.

Lo statuto di Roma definisce crimine contro l’umanità “uno degli atti di seguito elencato, se commesso nell'ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili, e con la consapevolezza dell'attacco:

a) Omicidio;
b) Sterminio;
c) Riduzione in schiavitù;
d) Deportazione o trasferimento forzato della popolazione;
e) Imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali del diritto internazionale;
f) Tortura;
g) Stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità;
h) Persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità, ispirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale ai sensi del paragrafo 3, o da altre ragioni universalmente riconosciute come non permissibili ai sensi del diritto internazionale, collegate ad atti preveduti dalle disposizioni del presente paragrafo o a crimini di competenza della Corte; 
i) Sparizione forzata delle persone;
j) Apartheid;
k) Altri atti inumani di analogo carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all'integrità fisica o alla salute fisica o mentale”

Il mandato di arresto in questione è evidentemente riferito al comma H dell’articolo 7. La politica discriminatoria in atto in Afghanistan è volta, infatti, a ridurre al minimo qualsiasi diritto di donne, ragazze e bambine e a perseguire violentemente tutti coloro che vengono definiti “alleati di ragazze e donne”.

Questa politica discriminatoria, come già evidenziato, non è in atto da poco, ma, secondo la corte internazionale, nel momento in cui Akhundzada ha preso il potere nell’agosto del 2021 sono stati commessi periodicamente e in maniera continuativa almeno fino al gennaio del 2025.

La Corte Penale ha sottolineato, nel mandato di arresto, come i talebani abbiano, nel corso degli ultimi anni, imposto da un lato una serie di divieti e imposizioni di carattere generale a tutta la popolazione indistintamente, dall’altro però è evidente come il genere femminile sia stato preso di mira in modo specifico e istituzionalizzato. Donne e ragazze sono state private del diritto all’istruzione, alla privacy, alla vita familiare, alla libertà di movimento, espressione, pensiero e religione. I talebani hanno, inoltre, vietato di far sentire la voce delle donne in pubblico. A donne e ragazze in Afghanistan non è rimasto più nulla. In tutti i sensi.

Di fronte a una repressione sistematica che ha privato milioni di donne e ragazze afghane della propria libertà, istruzione, voce e identità, la comunità internazionale non può più limitarsi a osservare. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale segna un momento cruciale: per la prima volta, viene messo nero su bianco che ciò che accade quotidianamente in Afghanistan non è solo una questione interna, ma un crimine contro l’umanità. È un segnale, seppur simbolico, che la violenza sistematica contro donne e bambine non può più essere tollerata nell’indifferenza globale.
Ma il diritto da solo non basta. Finché i responsabili resteranno impuniti e le vittime inascoltate, la giustizia sarà solo una promessa vuota.

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L'Autore

Giorgia Milan

Giorgia Milan, classe 1998, ha conseguito una laurea triennale in “scienze politiche, relazioni internazionali e governo delle amministrazioni”, con una tesi riguardo la condizione femminile in Afghanistan, e successivamente una laurea magistrale in “Human rights and multi-level governance”, con una tesi riguardo la condizione delle donne rifugiate nel contesto dell’attuale guerra Russo-Ucraina, il tutto presso l’Università degli studi di Padova.

I suoi interessi principali sono i diritti umani, in particolare i diritti delle donne. È proprio il forte interesse per questi temi che l’ha spinta a intraprendere un tirocinio universitario presso il Centro Donna di Padova, durante il quale ha avuto la possibilità di approcciarsi al mondo della scrittura e della creazione di contenuti riguardanti la violenza di genere e le discriminazioni.

In Mondo Internazionale Post Giorgia Milan è un'autrice per l'area tematica di Diritti Umani.

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Diritti Umani

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Afghanistan crimini contro l'umanità