Al Parlamento europeo si torna a parlare di riforma istituzionale dell’UE

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  Giulia d'Angelis
  09 dicembre 2025
  3 minuti, 55 secondi

L’allargamento dell’Unione europea e le procedure di adesione

L’Unione europea - allora Comunità europea - benché sia stata istituita per creare una più stretta e solida cooperazione tra gli Stati membri, ha sempre prestato particolare attenzione alla sua proiezione esterna. Questo carattere esterno si esplica in numerose e differenti attività. Le istituzioni europee, infatti, intrattengono rapporti diplomatici con Paesi non membri; instaurano relazioni con altre organizzazioni internazionali (universali e regionali); partecipano a conferenze internazionali e, soprattutto, concludono accordi bilaterali e multilaterali con Paesi terzi.

Fin dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, risulta evidente la volontà dei padri fondatori dell’Unione europea di allargare i confini della nascente organizzazione internazionale. Infatti, il progetto - idealmente pensato per assicurare una stabile e duratura riconciliazione tra la Francia e la Germania - si inserisce «nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei».

Sebbene siano trascorsi ormai dieci anni dall’ultimo allargamento, l’Unione europea non ha smesso di esercitare una forte influenza nello scacchiere internazionale e sono numerosi i Paesi che, in momenti diversi, hanno notificato la propria volontà di aderire all’Unione. Il percorso di adesione si caratterizza per essere un processo complesso che necessita di una certa preparazione, da parte degli Stati candidati così come da parte delle stesse istituzioni europee.

Gli Stati che desiderano entrare a far parte dell’Unione devono rispondere a una serie di criteri fondamentali stabiliti e previsti dal diritto dell’UE. Questo tentativo di armonizzazione percorre varie strade a seconda del singolo contesto nazionale; le misure da intraprendere sono infatti correlate alle condizioni di partenza del singolo Stato candidato. Tutto ciò rende l’adeguamento ai principi europei strettamente contingente: si comprende dunque la necessità di costanti monitoraggi e continui controlli da parte delle istituzioni europee.

Le conseguenze dell’allargamento sulle istituzioni dell’Unione

Nel 2022, nel corso dei lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa, era emersa la necessità di procedere a una generale revisione della governance dell’Unione europea. Adesso la questione ha acquistato centralità presso le istituzioni europee, gli Stati membri e il mondo accademico, soprattutto in correlazione al tema dell’allargamento.

Il dibattito è attualmente in corso e sembra che non sia stato finora possibile determinare un consenso unanime circa la modalità più adatta per affrontare la questione. In particolare, sono emerse due scuole di pensiero: mentre una prima categoria ritiene che i trattati possano essere considerati “a prova di allargamento”, un secondo gruppo (capeggiato dal Parlamento europeo) ritiene che l’unica via percorribile sia quella della riforma dei trattati.

Un eventuale allargamento dell’UE, che comprenda gli attuali nove Stati candidati considerati, avrà sicuramente un impatto considerevole sulle istituzioni e sugli organi consultivi dell’Unione europea, così come sul regime linguistico, anche senza contemplare una modifica dei trattati.

Per prima cosa, deve essere sottolineato che il Trattato di Lisbona ha reso il sistema istituzionale “a prova di allargamento” (c.d. “enlargement proof”), nel senso che non sono necessari ulteriori emendamenti ai trattati per proseguire verso la strada dell’adesione di nuovi Stati membri.

Al di là di tali considerazioni, il 22 novembre 2023 il Parlamento europeo ha formalmente richiesto, tramite una risoluzione, di apportare sostanziali modifiche al Trattato sull’Unione europea e al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. L’obiettivo dichiarato risulta essere il miglioramento dell’integrazione tra gli Stati e il rafforzamento dell’Unione stessa, di modo da renderla pronta ad accogliere gli attuali nove Paesi candidati all’adesione.

La Commissione europea, al contrario, sostiene che l’assetto istituzionale dell’Unione europea possa essere ridisegnato facendo uso degli strumenti già a disposizione negli attuali trattati.

Il Parlamento europeo sottolinea la necessità di una riforma istituzionale

A quasi due anni di distanza da tali discussioni, dopo un periodo di sostanziale stallo, il Parlamento europeo ha posto nuovamente al centro del dibattito il tema della riforma istituzionale dell’Unione, approvando con 330 voti a favore e 273 contrari una relazione che si inserisce pienamente nel percorso di riforma appena avviato, anche grazie alle esortazioni presenti nel rapporto presentato lo scorso anno dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi, il quale dopo lo storico «whatever it takes» torna sulla scena europea in un momento di grande incertezza e tensioni internazionali.

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L'Autore

Giulia d'Angelis

Giulia d’Angelis è nata a Fondi (LT) nel 2000. Ha frequentato il corso di Laurea Triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso La Sapienza, Università di Roma, e si è laureata nell’ottobre 2022 con una tesi sulla Presidenza Sassoli. Ha poi frequentato il corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Istituzioni Sovranazionali, presso la medesima Università, laureandosi nell’ottobre 2024 con una tesi sull'allargamento dell'Unione europea. Da sempre appassionata di attualità internazionale, sta approfondendo in particolare l’analisi dell’Unione europea e delle sue politiche, concentrandosi anche sulla proiezione esterna dell’Unione e sui paesi candidati all’adesione nell’Ue.

Attualmente fa parte di Mondo Internazionale come Autrice presso Mondo Internazionale Post - Organizzazioni Internazionali, dove ha modo di analizzare nello specifico le politiche europee e il loro impatto.

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