In Tony, Matt Johnson non racconta Anthony Bourdain come lo conosciamo, ma fa il contrario: lo presenta quando non è ancora nessuno. Ha diciannove anni, una vita che non ha ancora preso una forma precisa, una cucina in cui finisce quasi per caso. Non ci sono ancora i libri, la televisione, i viaggi, le giacche di pelle, le sigarette, il personaggio. C’è solo un ragazzo che prova a capire cosa fare di sé.
È interessante partire da qui perché Bourdain, con il tempo, è diventato difficile da separare dalla propria immagine. È diventato un tono di voce, un modo di vestire, un modo di ordinare da mangiare, perfino un modo di essere turisti. Tony prova a fare il movimento opposto: togliere tutto quello che sappiamo e tornare al momento in cui quella persona non aveva ancora imparato a interpretare sé stessa.
Il giovane Bourdain è irrequieto, non sa bene cosa fare della propria vita e finisce dentro una cucina. Non è ancora lo scrittore di Kitchen Confidential, il conduttore televisivo, il viaggiatore che avrebbe portato milioni di persone in posti che non avrebbero mai pensato di visitare. È semplicemente un ragazzo che scopre che una cucina può essere un posto in cui imparare a stare con gli altri.
È una storia di formazione, dunque, ma anche la storia di come un mestiere possa diventare uno sguardo.
Quando nel 2000 esce Kitchen Confidential, Bourdain fa qualcosa che sembra semplice e che invece cambia parecchie cose: racconta la cucina senza ripulirla. Il ristorante non è più soltanto luogo elegante della sala, dei piatti perfetti e degli chef televisivi, è soprattutto quello che succede dietro: il caldo, la fatica, le gerarchie, gli eccessi, il sesso, le droghe, la rabbia, la solidarietà improvvisa di chi lavora insieme e non c’è più tempo per essere qualcun altro.
Bourdain racconta quel mondo dall’interno e lo fa con una voce che non chiede permesso. Ma il vero salto avviene quando porta quella voce fuori dalla cucina. Con No Reservations e poi con Parts Unknown, il cibo diventa una specie di lasciapassare. Un modo per entrare in una città senza passare necessariamente dalle sue attrazioni, per conoscere un Paese senza affidarsi alle immagini con cui quel Paese viene venduto. Bourdain mangia, ma soprattutto resta. Si siede. Ascolta. Lascia che siano gli altri a decidere cosa raccontare.
In questo c’è qualcosa che oggi sembra quasi sovversivo.
Bourdain apparteneva infatti ancora a un’epoca in cui viaggiare significava, almeno in parte, non sapere. Non sapere dove avresti mangiato, chi avresti incontrato, se quello che avevi davanti ti sarebbe piaciuto. Oggi si arriva spesso in un posto dopo averlo già visto centinaia di volte: sapendo dove andare, cosa ordinare, cosa fotografare, quale quartiere è “autentico” e quale invece è turistico. Persino la spontaneità ha un algoritmo.
Bourdain aveva fatto dell’inaspettato una forma di racconto, ma ridurlo a un profeta dell’autenticità sarebbe un errore. Anche perché l’autenticità che cercava è diventata, negli anni, una delle merci più richieste dal turismo contemporaneo. I ristoranti “come quelli di Bourdain”, i quartieri fuori dai percorsi turistici, il cibo di strada, le esperienze locali: tutto può essere trasformato in una destinazione.
È uno dei paradossi della sua eredità. Bourdain ha contribuito a rendere il mondo più grande per il pubblico che lo guardava, ma ha anche contribuito a insegnargli dove cercare il “vero” mondo.
E il suo personaggio è diventato altrettanto riconoscibile: la giacca di pelle, i tatuaggi, la sigaretta, la birra, il sarcasmo, il disprezzo per le formalità. Quello che in origine sembrava un rifiuto delle pose è diventato una posa perfettamente replicabile. Forse è inevitabile. Le figure che cambiano un linguaggio finiscono quasi sempre per generare un linguaggio nuovo. E Bourdain è diventato un’estetica molto prima di diventare un ricordo.
Tony è interessante proprio perché arriva prima di tutto questo. Prima che il ragazzo impari a trasformare la propria irrequietezza in una voce. Prima che quella voce diventi riconoscibile. Prima che il modo di stare a tavola diventi un modo di raccontare il mondo.
Il film non deve necessariamente spiegare come si diventa un’icona. È più interessante per il momento in cui mostra qualcuno che ancora non sa di esserlo. Ed è forse qui che Bourdain torna a essere contemporaneo. Non perché avesse trovato il modo giusto di viaggiare, né perché avesse scoperto un’autenticità che oggi abbiamo perso. Ma perché sapeva partire senza sapere esattamente cosa avrebbe trovato. In un’epoca in cui si arriva ovunque con una lista già pronta, questa può sembrare una forma di radicalità.
La parte più importante della sua eredità è quindi la più più piccola e, proprio per questo, più difficile da imitare: la capacità di arrivare da qualche parte senza avere già pronta la conclusione. Bourdain sapeva che mangiare insieme non risolve niente. Non cancella le differenze, non rende improvvisamente buoni gli sconosciuti, non trasforma il viaggio in una cura. Ma crea un tempo condiviso. E dentro quel tempo può succedere qualcosa: una conversazione, una sorpresa.
Tony torna al ragazzo per ricordarci che prima del personaggio c’era questo: qualcuno che non aveva ancora tutte le risposte e che, forse proprio per questo, aveva ancora qualcosa da guardare.
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