Allargamento, difesa e nuove sfide: l’Unione Europea al bivio
Il Professor Alessandro Nato spiega perché oggi l’UE fatica ad allargarsi, cosa frena la difesa comune e quale direzione dovrebbe prendere per non perdere la propria anima.
Nell’intervista concessa a Mondo Internazionale, in collaborazione con Europe Direct Roma Tre, Alessandro Nato, docente all’Università di Teramo, traccia un quadro lucido ma critico delle fragilità dell’Unione Europea. Dall’allargamento, che si è fermato, alle contraddizioni della difesa comune, fino alla sfida di recuperare valori e coesione politica: emerge il ritratto di un’Europa a rischio di smarrire la propria direzione se non saprà ascoltare istituzioni, giovani generazioni e cittadini.
Secondo il Professor Nato, le criticità principali che l’Unione si trova ad affrontare oggi si muovono su due fronti paralleli: da un lato, la difficoltà di allargarsi includendo nuovi Stati, sempre più diversi per storia e interessi; dall’altro, la necessità di rafforzarsi internamente, garantendo confini sicuri e coesione tra i membri storici. «Il compromesso che vediamo oggi – spiega – è che, in mancanza di una vera decisione politica per modificare i trattati, si è preferito puntare sul rafforzamento degli eserciti nazionali, ma così non si costruisce una difesa europea credibile.»
L’allargamento incontra ostacoli diversi ma intrecciati: «Non è solo una questione militare – sottolinea – anche se i Paesi che chiedono di entrare, come Ucraina, Georgia, Moldavia o alcuni Stati balcanici, vivono contesti di tensione bellica. A livello giuridico, l’articolo 49 TUE, insieme alla prassi consolidata, permette l’adesione di nuovi membri, ma serve il rispetto di criteri politici, giuridici ed economici. E qui iniziano i problemi.»
Nato ricorda come, negli anni Ottanta, l’Europa accolse Paesi come Spagna, Grecia e Portogallo appena usciti da regimi dittatoriali: «Allora le istituzioni europee investirono davvero per rafforzare la democrazia. Oggi invece le difficoltà sono più legate all’incapacità di accompagnare i nuovi membri lungo un percorso di consolidamento democratico. L’allargamento a Est, che era una sfida enorme, ha mostrato tutti i suoi limiti: gli obiettivi economici e giuridici sono stati centrati, ma non quelli democratici. Basta guardare a Ungheria e Polonia, governi autoritari difficilissimi da invertire.»
Le procedure giuridiche esistenti, come la procedura d’infrazione o l’articolo 7 TUE, si sono rivelate insufficienti. «Anche in Polonia, nonostante una breve parentesi più democratica con il governo Tusk, la deriva illiberale non si è fermata. Senza una vera forza politica europea che rafforzi le istituzioni e sostenga l’opposizione democratica, tutto si arena. È questo che manca: in 70 anni di integrazione, l’unica spinta transnazionale è stata quella del mercato. Ma l’allargamento del mercato, senza forze politiche capaci di difendere i valori comuni, è inefficace. È un fallimento dell’Unione: i valori di solidarietà, parità di genere, transizione ecologica e digitale vengono disattesi perché i Paesi si chiudono nei propri interessi nazionali.»
Per il professore, un altro nodo cruciale è la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni e di costruire un’autonomia finanziaria vera: «Senza un’UE autonoma, capace di finanziare politiche pubbliche sovranazionali, non si può rafforzare né l’interno né aprire i confini a nuovi ingressi. Serve ripensare i valori e aggiornarli anche grazie alle nuove generazioni.»
Spostandosi sul tema della difesa comune, Nato propone una lettura in controtendenza rispetto ai toni trionfalistici di molti leader: «Abbiamo disatteso i valori di pace e transizione ecologica. Abbiamo riattivato l’industria siderurgica pesante, fermata anni fa per l’impatto ambientale, per alimentare un settore bellico che garantisse occupazione e consenso politico. Si è scelto di salvare un settore industriale ormai obsoleto, invece di investire in una transizione pacifica delle competenze verso settori sostenibili. Questo ha alimentato malcontento, come dimostrano i voti raccolti dall’AFD in Germania tra gli operai della Ruhr.»
Ma, secondo il professore, puntare tutto su una difesa nazionale frammentata è una scelta perdente: «Gli investimenti sono quasi esclusivamente a carattere nazionale, come prevede l’articolo 146 del TFUE, che vieta la concorrenza nel settore bellico. Ma così non rafforziamo la sicurezza dell’UE: salviamo un comparto industriale vecchio a scapito di ricerca, università, innovazione. È una deterrenza solo sulla carta. Rischiamo di esportare armi senza una strategia e alimentare conflitti.»
Nato è chiaro anche sulle recenti politiche di rafforzamento militare intraprese a livello europeo e nazionale: «Non fanno altro che generare instabilità. Senza un piano credibile per rafforzare la sicurezza e con confini ancora porosi, l’Europa è esposta a rischi enormi. Il conto politico di questa scelta è stato calcolato male.»
Ma costruire una vera difesa comune è realistico?
«Dal punto di vista giuridico, a trattati invariati non è possibile. Nemmeno con la cooperazione rafforzata si arriverebbe a un esercito comune: serve l’unanimità del Consiglio. Ma la governance della difesa dovrebbe rappresentare davvero le istanze di tutti, da chi ha guerre ai confini a chi invece spinge per la pace. Oggi l’unica via sensata sarebbe tornare a puntare su diplomazia e interdipendenza economica: migliorare il commercio per rendere troppo alto il costo di colpirci. La frammentazione bellica attuale non ci salva. E, intanto, investiamo in settori industriali vecchi invece di rafforzare la ricerca, la formazione, la capacità di risposta rapida.»
C’è anche una questione generazionale: «Siamo a un crocevia. La generazione giovane non viene ascoltata. E se guardiamo a casi come la Russia e l’Ucraina, vediamo che Mosca ha perso la sua battaglia contro l’Europa quando non ha saputo dare all’Ucraina quell’idea di futuro che invece l’UE rappresentava.»
E tra allargamento e difesa, dove passa il confine?
«I Paesi rimasti da inglobare sono quelli più controversi: Balcani e Caucaso. Accoglierli significa affrontare scenari bellici per cui l’UE non è pronta. Qualcuno cita l’esempio di Cipro, ma lì ci fu un intervento ONU. Oggi un consenso internazionale di quel tipo è difficilissimo. Se vogliamo davvero accogliere questi Paesi, dobbiamo farlo come pacificatori, puntando su economia e mercato per ricompattare territori in conflitto. Non possiamo comportarci come un impero che impone la propria visione: UE non è Russia, Cina o Stati Uniti.»
E nel contesto NATO?
«L’articolo 5 resta un pilastro, ma le sue sfumature lasciano margini di ambiguità. Poi c’è la spinta ad aumentare la spesa militare al 5% del PIL: è una follia. Quelle risorse dovrebbero andare a scuola, ricerca, welfare. Così rischiamo una crisi sociale. La NATO stessa è fragile: oggi non abbiamo più una guida statunitense affidabile, gli USA sono tornati a una logica affaristica. Questo lascia gli Stati europei doppiamente esposti: internamente, perché spendono troppo per le armi, ed esternamente, perché diventano terreno di rischio. Con un’Europa armata ma frammentata internamente, lo scenario peggiore è tornare a tensioni tra Stati membri.»
Nato chiude con un monito: «Le istituzioni europee si sono svuotate, come la scuola, cardine della democrazia: senza scuola non abbiamo più anticorpi democratici, non riusciamo a reagire.»
Quindi, che priorità dovrebbe avere l’UE?
«Prima dobbiamo sistemare i problemi interni. Poi possiamo aiutare altri Paesi in una transizione democratica, ma serve un accordo di partenariato stretto, che non lasci nessuno indietro.»
Le opinioni espresse sono personali e non rappresentano necessariamente la posizione dell’Università di Teramo.
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L'Autore
Federica Placidi
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