Ankara, Tripoli e le ZEE contese: l’egemonia marittima (e geopolitica) secondo Erdoğan

Dalla Libia alla Siria, Ankara punta a ridisegnare il controllo marittimo nel Mediterraneo orientale attraverso alleanze strategiche, dottrine militari e rivalità silenziose.

  Articoli (Articles)
  Federica Luise
  17 aprile 2025
  4 minuti, 50 secondi

Dal 2019 si consuma nel cuore del Mediterraneo una partita geopolitica che coinvolge attori regionali e globali, sospesa tra accordi contestati, ambizioni espansionistiche di influenza ed equilibri fragili. Protagonista di questa silenziosa disputa è la Turchia, guidata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, che, attraverso l’alleanza con il Governo di Accordo Nazionale (GNA), libico ha tentato di tracciare il proprio controllo su una Zona Economica Esclusiva (ZEE) che colleghi Ankara a Tripoli, ignorando il possesso dell’area di transito della Grecia e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS).

L'accordo marittimo siglato tra Turchia e GNA nel 2019 ha sollevato polemiche da parte degli altri attori mediterranei, che sostenevano la violazione dell’UNCLOS e dell’Accordo di Skhirat, che regola i poteri del governo libico. La Grecia lo ha definito “geograficamente assurdo”, poiché non considera la presenza di isole greche come Kastellorizo, che interrompono la continuità marittima turco-libica. Egitto e Cipro hanno espresso una chiara opposizione, mentre Chevron, colosso energetico statunitense, ha offerto sostegno ad Atene, rivelando così una posizione contraria alle ambizioni turche.

La Corte d’Appello di Al Bayda ha annullato l’accordo nel 2021, ma neanche un anno dopo, il Governo di Unità Nazionale (GNU) — fusione tra GNA e la fazione di Al-Thani — ha firmato un nuovo memorandum energetico basato proprio su quell’intesa. Tuttavia, l'accordo è stato annullato dalla Corte d'Appello di Tripoli nel febbraio 2024, a causa di violazione della legge libica sul petrolio, dell'interferenza nelle competenze della compagnia turca TRAO, che avrebbe minato l'autonomia della National Oil Corporation (NOC) libica, e per mancanza di autorità del governo di stipulare accordi internazionali. 


La dottrina “Blue Homeland”

Al centro delle ambizioni turche c’è la dottrina Blue Homeland o Patria Blu (in turco, Mavi Vatan), coniata dall’ammiraglio nazionalista turco Cem Gürdeniz. Nel corso degli ultimi anni, tale teoria ha iniziato a riecheggiare nei media turchi ed europei come una costante della politica estera del leader turco. L’obiettivo è di riuscire ad ottenere il controllo del Mediterraneo orientale e, soprattutto, delle sue risorse energetiche, per poter imporre la propria influenza ed i propri piani egemonici.

La Turchia ha già mostrato come intenda perseguire tale obiettivo: nel 2019, in Libia, ha offerto supporto militare diretto, droni e mercenari in cambio di influenza. Oggi, una dinamica simile si profila in Siria, dove Ankara promette aiuti economici e politici in cambio dell’accesso alle risorse e alle potenziali ZEE siriane.

La strategia turca non si limita a guadagni energetici: controllare le rotte marittime del Mediterraneo significa avere una leva economica, militare e diplomatica sull’intera regione circostante. La Libia, in questo contesto, diventa una piattaforma di proiezione di potenza, verso l’Africa e l’Europa.


La competizione apparentemente stabile in Libia e in Siria

La calma apparente nella rivalità tra Mosca e Ankara cela un timore condiviso: perdere influenza in due aree strategiche come il Medio Oriente e il Mediterraneo. Entrambe le potenze si muovono sulla stessa scacchiera geopolitica, dove il controllo delle aree costiere e delle rotte energetiche rappresenta un obiettivo cruciale.

Per quanto riguarda la Libia, l’espansione turca non avviene in solitaria: la Russia, attraverso il Wagner Group (ora Africa Corps), sostiene il generale Khalifa Haftar, rivale del governo di Tripoli. La rivalità tra Mosca e Ankara finora è rimasta contenuta in un equilibrio tattico: nessuna delle due potenze intende sfidare apertamente l'altra, preferendo un gioco di bilanciamento regionale che faccia gli interessi di entrambe

Al contempo, si replica lo stesso schema di confronto in Siria. Per la Russia, Damasco non è solo un alleato, ma l’unico avamposto militare stabile nel Medio Oriente e una piattaforma per proiettare potere nel Mediterraneo. Per Ankara, invece, l’espansione dell’influenza turca in Siria serve anche a contenere le forze curde del YPG, considerate un’estensione del PKK, nemico storico interno. 

Da un lato, la Turchia conduce quindi operazioni militari contro i curdi nel nord della Siria; dall'altro la Russia sostiene il regime di Bashar Al-Assad, che vede i curdi come una componente strategica per la stabilità del proprio potere. In questo contesto, il nuovo governo siriano guidato da Abu Mohammad al-Jolani si sta muovendo per integrare le diverse entità all'interno delle istituzioni statali, cercando di evitare un’escalation e far cooperare le diverse parti. 

Più delicata è, invece, la posizione turca rispetto alla NATO, a Israele e alle potenze nordafricane ed africane. Infatti, la Turchia, membro della NATO, si trova spesso in disaccordo con gli interessi occidentali, e ha sviluppato parallelamente un’ulteriore alleanza con Mosca nel settore della difesa (ad esempio, l’acquisto di missili di difesa antiaerei). Ciò non solo complica le dinamiche diplomatiche internazionali, ma pone l’Unione Europea anche in rivalità sia nello schieramento antirusso che nel Mediterraneo.

Un'eventuale espansione dell’influenza turca in Siria potrebbe suscitare la reazione di Tel Aviv, che potrebbe destabilizzare il regime siriano con il sostegno a gruppi etnici e religiosi, generando tensioni interne anche in Turchia. Inoltre, le manovre di Ankara rischiano di irritare Algeria, Egitto e Tunisia, tradizionali concorrenti nella leadership nordafricana.

Quella che si sta giocando nel Mediterraneo orientale è una partita che va ben oltre la demarcazione delle ZEE. È una sfida strategica per il controllo delle risorse, delle rotte commerciali e della narrazione geopolitica regionale. La Turchia, con la sua Dottrina Blue Homeland, ambisce a trasformarsi in potenza marittima egemone, ma dovrà fare i conti con una fitta rete di alleanze, interessi sovrapposti e potenziali incendi diplomatici.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025

Condividi il post

L'Autore

Federica Luise

Tag

Turchia Ankara Libia Siria soft power Influenza zee