Anora vincerà l'Oscar (si spera)

Sean Baker, il cantore degli emarginati

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  Jacopo Cantoni
  18 novembre 2024
  3 minuti, 44 secondi

Probabilmente è prematuro fare oggi previsioni sulla stagione degli Oscar in arrivo. Un po' perché a differenza della scorsa edizione, dove già a luglio si dava per certo che Oppenheimer avrebbe portato a casa la statuetta come "miglior film", quest'anno manca un favorito netto; un po' perché l'imprevedibilità degli Oscar rende incerti questi tipi di discorsi. Lo ricorda bene James Cameron, che nel 2009 con Avatar si è visto portare via una statuetta già annunciata da The Hurt Locker (diretto, ironia della sorte, dalla sua ex moglie). È quindi per una sorta di romanticismo logico che voglio sbilanciarmi nel dire che il 2 marzo 2025, al Dolby Theatre di Los Angeles, sarà Anora di Sean Baker a trionfare.

Anora (da poco uscito nelle sale italiane) è la storia di una sex worker, Ani, che si trova di fronte all'occasione di una vita. È una Pretty Woman moderna, inserita in un mondo reale a tratti un po' grottesco, pienamente in linea con la poetica del suo autore che è, a oggi probabilmente, la voce più pura e profonda del cinema indie americano.

Sean Baker si fa notare nel mondo del cinema indipendente nel 2015 con Tangerine, commedia low budget (costato solamente 100.000$) girata usando tre iPhone 5s e recitata prevalentemente da attori non professionisti. Con il successivo The Florida Project (in Italia, per qualche motivo sbagliato, s'intitola Un sogno chiamato Florida) mette ulteriormente a fuoco la sua poetica fatta di personaggi vinti ma vitali, che rifuggono la caricatura facendosi testimoni di una realtà emarginata e reale. Si potrebbe parlare di neorealismo indie per quanto il suo cinema sembri una fusione di vibes figlie di Van Sant o Korine, ma lette attraverso gli occhi di Zavattini e De Sica.

Florida Project è la storia di Moonee, bambina di sei anni che vive con la madre in un gigantesco motel poco distante dal Walt Disney World di Orlando, ma abbastanza da renderlo un sogno irraggiungibile. In un periodo storico dove i registi sembrano aver dimenticato la loro responsabilità nella scelta del soggetto della macchina da presa, Baker sceglie in questo film di abbassare la videocamera all'altezza della sua protagonista per farci vedere e sentire, anche letteralmente, la storia attraverso di lei. Il cambio di formato del finale, dove dalla pellicola 35mm passiamo al digitale, è in rappresentazione al cambiamento del mondo che Moonee sta vedendo. In parole povere, Sean Baker sa come utilizzare il linguaggio cinematografico per comunicare sensazioni, discorsi, psicologie, accompagnando il film con le sue immagini (show, don't tell, come diceva una massima troppo spesso dimenticata).

Nel 2021, col suo terzo film, Red Rocket, partecipa per la prima volta in concorso a quel Festival di Cannes che poi vincerà quest'anno proprio con Anora. È la consacrazione che il suo cinema aspettava per poter finalmente inserire il suo nome fra i grandi autori, forse il più fresco e autentico che l'America ha oggi a disposizione.

Per questo motivo sarebbe sciocco (in my opinion) da parte dell'Academy non sfruttare questo riconoscimento per celebrare il loro nuovo astro in ascesa, soprattutto considerando che è dal 2017 che il film vincitore della Palma d'oro a Cannes viene nominato o nella categoria "Miglior Film" o in quella "Miglior Film Straniero", vincendo entrambi i premi nel 2020 con Parasite. Unica eccezione Titane, ma vedendo il film di Ducournau si capisce presto perché l'Academy non avrebbe mai potuto prenderlo in considerazione.

Mi sento di definire probabile che Anora si porterà a casa qualche statuetta. In molti siti specializzati si parla della prova di Mikey Madison, vedendola tra le favorite come "Miglior Attrice Protagonista" e, nel caso non si volesse premiare il film, potrebbero arrivare premi per la regia o per la sceneggiatura.

Ma non sarebbe più romantico se il regista che ha saputo riportare il neorealismo nel cinema americano contemporaneo vincesse il maggior premio di quell'istituzione che, imbarazzata di fronte alla bellezza di Sciuscià nel 1948, decise di creare un Premio Speciale (poi divenuto il Premio al Miglior Film Straniero) proprio per non passare per cieca?

Certe storie, come Moone e Ani sanno bene, meritano di poter andare a Disneyland.

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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