I Golden Globe 2025 si sono confermati, come ogni anno, una cerimonia, prestigiosa, influente e premonitrice nel panorama cinematografico internazionale. Questo 2024, appena finito, non è stato diverso, con premi che non solo hanno onorato opere creative straordinarie, ma hanno anche tracciato la rotta per i film destinati a competere per l’ambita statuetta dorata.
Un titolo, sicuramente, si è distinto, suscitando discussioni e alzando le aspettative. Una pellicola che sta già facendo parlare di sé, non solo per il suo “talento artistico”, ma anche per le sue innovazioni tecniche. Con una corsa che promette di essere una delle più seguite agli Oscar 2025, The Brutalist è un film che, oltre a consolidare il suo posto tra i contendenti principali, sta sfidando convenzioni e aspettative nel cinema contemporaneo.
Diretto da Brady Corbet, The Brutalist è un viaggio emozionante nella vita del visionario architetto ungherese László Tóth, interpretato dal maestro Adrien Brody, che emigra negli Stati Uniti dopo esser sopravvissuto all'Olocausto. Il film segue il suo percorso di reinvenzione professionale e personale mentre cerca di ricostruire la propria vita, la carriera e il matrimonio in un'America del dopoguerra.
Al suo fianco, Felicity Jones interpreta Erzsébet, una donna che cerca di trovare il proprio spazio in una società che impone ruoli e aspettative ben definiti. La sua storia è un microcosmo delle sfide che le donne hanno dovuto affrontare nel dopoguerra, tra le esigenze familiari e la ricerca di una propria identità. La performance di Felicity Jones è toccante e autentica, rendendo Erzsébet un personaggio indimenticabile. La pellicola è forte nell’esplorazione non solo dell'aspetto umano, ma anche quello artistico e architettonico di una società che sta cercando di rimanere in piedi dopo gli orrori della guerra.
Adrien Brody per il ruolo di László Tóth è una scelta puntuale, con una carriera che ha visto picchi straordinari, Brody ha spesso scelto ruoli intensi e complessi, cementando la sua reputazione come uno degli attori più talentuosi e rispettati di Hollywood. Vincitore del premio Oscar per il suo ruolo ne Il pianista (2003), che quell'anno vinse anche il premio alla Miglior Regia, consegnato a Roman Polanski, la sua capacità di dare vita a personaggi tormentati, ma anche profondamente umani, è evidente anche in The Brutalist.
Il suo impegno in questo film si estende anche all’apprendimento di una lingua difficile come l’ungherese, un dettaglio che arricchisce la sua performance e che lo rende ancora più degno di lode, così come alimenterà alcune polemiche.
Brady Corbet, regista e sceneggiatore della pellicola, è una figura emergente nel panorama cinematografico, ma con una carriera che, sebbene relativamente giovane, sta rapidamente guadagnando attenzione. Dopo aver dimostrato il suo talento come attore in film come Martha Marcy May Marlene, Corbet ha trovato la sua voce come regista con il suo debutto The Childhood of a Leader (2015) e successivamente con Vox Lux (2018).
The Brutalist è per Corbet un’esplorazione della complessità dei personaggi, la psicologia e l'architettura, mettendo in scena storie che affrontano la resistenza umana e la capacità di reinventarsi, temi universali che continuano a colpire il pubblico.
La sua visione artistica, combinata con l’attenzione per i dettagli e l’intensità emotiva, ha reso la storia di László Tóth un film che non può passare inosservato. È un’opera che parla tanto della forza dell’individuo quanto della caducità delle istituzioni, un tema che resta sempre attuale e potente.
Molti altri film hanno esplorato temi simili a quelli di The Brutalist, seppur con approcci diversi. Un titolo che viene subito in mente è il già citato The Pianist (2002), in cui Adrien Brody ha interpretato un altro uomo che affronta la ricostruzione della propria vita dopo la devastazione dell’Olocausto. La lotta per la sopravvivenza, la resilienza e il dolore sono temi che si intrecciano anche in film come *Schindler's List* (1993), che, pur trattando eventi storici diversi, esplora le cicatrici lasciate dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale e che dobbiamo ricordarci essere stato uno di quei film in grado di commuovere e far riflettere un’intera società.
Tecnicamente però, un aspetto ha suscitato particolare interesse intorno alla pellicola in uscita nelle sale italiane il 23 gennaio prossimo, ovvero, l'uso della tecnologia AI, in particolare la tecnologia di sintesi vocale sviluppata dalla compagnia ucraina Respeecher.
Questa tecnologia è stata utilizzata per perfezionare l’accento ungherese dell’attore Newyorkese e della collega Britannica. Sebbene entrambi avessero ricevuto un lungo addestramento con un coach di dialetto, l’uso dell’AI è stato fondamentale per raffinare e rendere perfetti alcuni suoni e lettere difficili, garantendo una perfetta aderenza alla lingua. Corbet stesso ha sottolineato che l’uso di questa tecnologia non ha alterato o sostituito le performance degli attori, ma piuttosto le ha migliorate, preservando l’autenticità e l’integrità del loro lavoro.
L’uso dell'AI si estende anche al campo visivo, con la creazione di disegni architettonici per un’ultima sequenza del film, dove l’AI ha permesso di creare scenari che sarebbero stati difficili da realizzare altrimenti. Il processo non ha solo velocizzato il lavoro, ma ha anche permesso di produrre dettagli visivi che altrimenti sarebbero stati fuori dal budget del film.
The Brutalist ci mostra una delle prime applicazioni dell’intelligenza artificiale nel cinema moderno (ovviamente non è il primo), non come un sostituto dell’umano, ma come uno strumento che arricchisce il processo creativo. Se l’AI è ancora vista con diffidenza in alcuni ambiti, è fondamentale riconoscere il suo potenziale, soprattutto quando utilizzata in modo responsabile e innovativo.
In questo caso non solo ha migliorato l’esperienza visiva e sonora, ma ha anche contribuito a mantenere l’autenticità dell’opera, dimostrando che, se applicata correttamente, la tecnologia può essere un alleato prezioso nell’arte cinematografica.
In conclusione, l’intelligenza artificiale, che ricordiamoci bene essere, per ora, solo una forma di algoritmi educati, non deve essere temuta, ma abbracciata come una risorsa che, se usata con rispetto per la creatività umana, può portare il cinema a nuovi orizzonti.
Potrebbe essere solo l’inizio di questa nuova era!
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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