La 79ª edizione del Festival di Cannes è in corso dal 12 di questo mese e terminerà il 23. Come ogni anno la Croisette misura lo stato del cinema mondiale e il dato italiano resta difficile da ignorare: l’Italia c’è, ma quasi mai dove conta di più. Non è assente in senso assoluto. Ci sono coproduzioni, presenze attoriali, set italiani, una traccia produttiva diffusa e un cortometraggio selezionato alla Quinzaine des Cinéastes. Ma non c’è un lungometraggio italiano in Concorso. Non c’è un titolo nazionale in grado di occupare il centro simbolico del festival. Non ci sono i nomi che negli ultimi anni avevano garantito continuità: Moretti, Sorrentino, Garrone, Rohrwacher, Bellocchio, Martone.
Il punto non è costruire un lamento nazionale. Cannes non deve posti riservati a nessuno, nemmeno a un Paese con la storia cinematografica dell’Italia. Ogni edizione riparte dai film disponibili, pronti, competitivi, posizionabili dentro una selezione internazionale. Proprio per questo l’assenza italiana del 2026 pesa: non come offesa, ma come segnale. Se nessuno dei grandi autori ha un film pronto e il sistema non produce alternative abbastanza forti da sostituirli, allora il problema non è solo Cannes. È la profondità della filiera.
La Selezione ufficiale di quest’anno parla una lingua molto chiara. In Concorso ci sono Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, Ryusuke Hamaguchi, Hirokazu Kore-eda, Cristian Mungiu, László Nemes, Paweł Pawlikowski, Andreï Zvyagintsev. È una mappa del potere autoriale internazionale: cinema consolidati, registi già legittimati, sistemi produttivi capaci di portare film pronti nel momento giusto. L’Italia, come produzione nazionale autonoma, non entra in questa mappa. E non entra nemmeno in Un Certain Regard, lo spazio che spesso permette a cinematografie meno centrali o a nuove generazioni di guadagnare visibilità.
Qualcosa di italiano, però, esiste. Fatherland di Paweł Pawlikowski, The Unknown di Arthur Harari e Parallel Tales di Asghar Farhadi coinvolgono anche coproduzioni italiane. Roma Elastica di Bertrand Mandico passa da Cinecittà, da Rai Cinema e da un immaginario italiano dichiarato. Sono presenze importanti, ma non bastano a dire che il cinema italiano sia davvero al centro del festival. Raccontano piuttosto un’altra cosa: l’Italia resta utile come partner produttivo, territorio, infrastruttura, memoria, capitale professionale. Ma fatica a presentarsi come forza autoriale compatta.
Il caso più significativo è forse Oh Boys di Antonio Donato, cortometraggio italiano selezionato alla Quinzaine des Cinéastes. La Quinzaine non è una sezione minore nel senso banale del termine. È una sezione parallela, autonoma, nata nel 1969, con una funzione simile a quella che a Venezia svolgono le Giornate degli Autori: non il cuore istituzionale del festival, ma uno spazio di scoperta, rischio e controcampo rispetto alla selezione principale. È qui che spesso passano film più liberi, autori in formazione, sguardi meno addomesticati. Per questo Oh Boys non va trattato come una consolazione folkloristica. È una presenza vera. Ma resta una presenza laterale rispetto al grande vuoto dei lungometraggi italiani nella Selezione ufficiale.
La domanda allora non è perché Cannes non abbia scelto l’Italia. La domanda è che cosa l’Italia sia riuscita a portare a Cannes quest’anno. Un grande festival non seleziona soltanto film belli. Seleziona film pronti, sostenuti, vendibili, leggibili dentro una rete internazionale di produttori, agenti, distributori, venditori e reputazioni. Cannes è una macchina di legittimazione. Entrarci significa ottenere valore culturale e industriale. Restarne fuori significa perdere una tappa decisiva della circolazione.
Qui l’assenza italiana diventa più interessante della polemica. Negli ultimi anni il sistema produttivo nazionale ha attraversato una fase di forte instabilità: ritardi, incertezza sui fondi, modifiche al tax credit, difficoltà per le produzioni indipendenti, rallentamenti nei set. Il cinema vive di tempi lunghi. I film che oggi arrivano o non arrivano nei festival sono il risultato di decisioni prese molti mesi prima. Se una parte della produzione si ferma, l’effetto non si vede subito. Si vede dopo, quando mancano i titoli pronti.
Cannes 2026 sembra quindi meno una bocciatura estetica che una radiografia industriale. L’Italia continua ad avere talenti, maestranze, attori, tecnici, location, studi e memoria cinematografica. Ma tutto questo non basta se non produce film capaci di attraversare il circuito internazionale con continuità. Il rischio è diventare un Paese dove gli altri vengono a girare, più che un Paese capace di esportare immaginario.
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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