Negli ultimi giorni il conflitto tecnologico tra Stati Uniti e Cina si è riacceso attorno ad un nome ben preciso: Anthropic. L'azienda californiana, sviluppatrice del celebre chatbot Claude, è finita al centro di un durissimo scambio diplomatico dopo che il suo CEO, Dario Amodei, ha pubblicato, sabato 12 settembre, un saggio in cui sostiene che una "leadership cinese nell'IA rappresenterebbe un grave pericolo per gli Stati Uniti e per il mondo intero". Nel testo, Amodei chiede a Washington di mantenere le restrizioni sulla vendita alla Cina dei chip più avanzati e delle relative tecnologie di produzione. Naturalmente, l’obiettivo è chiaro: preservare il presunto vantaggio tecnologico americano. Lo stesso saggio ipotizza che, entro sei-dodici mesi, sciami di agenti IA potrebbero arrivare a prendere il controllo di internet, se i ricercatori non troveranno un accordo per rallentare lo sviluppo del settore, un rallentamento che, scrive Amodei, ”richiederà la cooperazione della Cina, il Paese autocratico con le capacità IA di gran lunga più avanzate".
La replica di Pechino non si è fatta attendere. Il Ministero degli Esteri cinese ha etichettato l'intervento del CEO come "allarmismo", con il portavoce Guo Jiakun che in conferenza stampa ha dichiarato che "allarmismo, confronto e concorrenza feroce non faranno che ostacolare il processo di governance globale dell'IA, senza servire l'interesse di nessuno". Ancora più duro il tono usato da Chen Yixin, a capo del Ministero della Sicurezza di Stato cinese, che in un saggio pubblicato domenica sui social ha avvertito che questa tecnologia, nelle mani di "forze ostili e individui con secondi fini", potrebbe minacciare direttamente "la sicurezza politica, istituzionale e ideologica" del Paese, citando esplicitamente le capacità di aziende come Anthropic e OpenAI.
È necessario considerare che questo scontro si inserisce all'interno di un contesto già particolarmente teso. Il saggio di Amodei, infatti, arriva proprio pochi giorni dopo un avviso congiunto di FBI, National Security Agency e Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, secondo cui sviluppatori cinesi di IA avrebbero condotto attività aggressive e malevole per estrarre, tramite tecniche di "distillazione", capacità dai modelli più avanzati sviluppati negli Stati Uniti, compreso Claude.
Per di più, sul piano economico, la disputa si colloca in un momento in cui le aziende cinesi hanno sviluppato modelli di IA spesso più economici rispetto a quelli delle società statunitensi, pur risultando, secondo alcune metriche, altrettanto capaci. È indubbiamente un elemento che complica la narrazione tradizionale di un netto vantaggio americano. Il tema dovrebbe finire sul tavolo dell'incontro tra Trump e il leader cinese Xi Jinping, previsto a Washington per il 24 settembre, insieme ad altri dossier di governance sull'intelligenza artificiale.
È interessante notare che resta in sospeso una domanda: se Washington chiede a Pechino di cooperare sulla sicurezza dei sistemi più avanzati, ma al tempo stesso limita il suo accesso alle tecnologie di frontiera, che tipo di cooperazione sarà effettivamente possibile?
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L'Autore
Sarah Azzurra Spada
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