Oman, custode riluttante di Hormuz nella tensione del Golfo

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  Giorgia Cremona
  13 aprile 2026
  6 minuti, 5 secondi

La geografia non accompagna la politica: la determina. Nel Golfo Persico esiste un punto in cui questa verità diventa evidente. È lo Stretto di Hormuz, una lingua d’acqua larga poco più di 30 chilometri nel suo punto più stretto, attraverso cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale. Qui il flusso globale non è garantito: è negoziato.

E in questa strettoia si gioca una partita che coinvolge Stati Uniti, Iran, Cina e le monarchie del Golfo. Ma soprattutto si gioca attraverso un attore apparentemente marginale: Oman.

La strettoia che regge il sistema

Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio energetico. È un choke point sistemico. Secondo dati dell’International Energy Agency e di analisi convergenti di Reuters e Business Insider, fino alla crisi del 2026 transitavano quotidianamente tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio, circa il 20% del consumo globale.

A questi si aggiunge una quota rilevante di gas naturale liquefatto, in particolare proveniente dal Qatar, che dipende quasi interamente da questo passaggio per raggiungere i mercati asiatici ed europei.

Questo significa che Hormuz non è sostituibile nel breve periodo. Esistono rotte alternative — oleodotti sauditi verso il Mar Rosso, infrastrutture emiratine verso Fujairah — ma non sono sufficienti a compensare una chiusura prolungata. La vulnerabilità resta strutturale.

Ed è proprio questa vulnerabilità a generare potere.

La crisi del 2026: da minaccia a strumento di potere

Per decenni, la chiusura dello stretto è rimasta una minaccia retorica iraniana. Nel 2026, per la prima volta, è diventata una pratica concreta.

Dopo l’escalation tra Stati Uniti e Iran, culminata in attacchi mirati contro obiettivi strategici iraniani, Teheran ha risposto non tanto chiudendo formalmente lo stretto, quanto rendendolo impraticabile. Mine navali, droni, sequestri selettivi e minacce hanno ridotto drasticamente il traffico.

Secondo Reuters, durante le fasi più acute della crisi il numero di navi autorizzate al passaggio è stato limitato fino a circa 15 al giorno, contro oltre 100 in condizioni normali. Business Insider ha riportato che, anche dopo la tregua, il traffico è rimasto estremamente ridotto, con molte compagnie riluttanti a transitare per via dei costi assicurativi e dei rischi operativi.

Il punto è cruciale: non serve chiudere Hormuz per controllarlo. Basta renderlo incerto.

Iran: il potere di interdizione

L’Iran non domina formalmente lo stretto, ma controlla la sua instabilità. È una forma di potere negativa, ma estremamente efficace: il potere di impedire.

Teheran ha progressivamente sviluppato una strategia di interdizione asimmetrica, basata su mezzi relativamente economici — droni, missili costieri, unità navali leggere — ma capaci di colpire obiettivi ad alto valore come petroliere e navi commerciali.

Durante la crisi, questa strategia si è evoluta ulteriormente: non più solo minaccia, ma gestione selettiva del traffico. Secondo fonti riportate da Reuters, l’Iran ha valutato persino l’introduzione di un sistema di autorizzazioni o “pedaggi” per il transito, trasformando di fatto Hormuz in uno strumento di rendita geopolitica.

Questo rappresenta un cambiamento strutturale: da choke point vulnerabile a leva permanente di pressione economica e politica.

Stati Uniti: garantire il flusso

Per gli Stati Uniti, Hormuz è il simbolo di una funzione storica: garantire la libertà di navigazione e, con essa, la stabilità dei mercati globali.

La presenza militare americana nel Golfo — dalla Quinta Flotta in Bahrein alle basi in Qatar ed Emirati — risponde precisamente a questa logica. Tuttavia, la crisi del 2026 ha mostrato i limiti di questo modello: la superiorità militare non è sufficiente a garantire il flusso quando il rischio diventa diffuso e costante.

In altre parole, Washington può riaprire lo stretto, ma fatica a normalizzarlo. Questo indebolisce la sua posizione sistemica e apre spazi ad altri attori, in primis la Cina, principale importatore di energia dal Golfo.

Oman: la potenza che non appare

In questo contesto, l’Oman occupa una posizione unica. Controlla la sponda meridionale dello stretto attraverso la penisola di Musandam e, a differenza degli altri Stati del Golfo, mantiene relazioni stabili sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran.

Questa postura non è ideologica, ma strategica. L’Oman ha costruito nel tempo una politica estera fondata su neutralità operativa e mediazione discreta, fungendo da canale di comunicazione tra Teheran e Washington anche nei momenti di massima tensione.

Durante la crisi, questo ruolo è diventato ancora più rilevante. Secondo analisi di istituti geopolitici e think tank internazionali, Mascate è stata coinvolta in tentativi di coordinamento informale del traffico marittimo e nella gestione della tregua.

Tuttavia, questa posizione comporta un rischio: se l’Oman appare troppo vicino all’Iran, perde credibilità presso gli Stati Uniti e i partner occidentali; se si allinea troppo a Washington, rischia di compromettere il rapporto con Teheran, essenziale per la stabilità dello stretto.

Per questo è un custode riluttante: indispensabile, ma privo della capacità di imporre unilateralmente le regole del gioco.

Le conseguenze globali

La crisi di Hormuz non resta confinata al Golfo. Produce effetti sistemici.

Secondo UNCTAD, interruzioni anche parziali del traffico nello stretto hanno impatti immediati su prezzi energetici, assicurazioni marittime e catene di approvvigionamento globali. L’aumento dei costi logistici si traduce rapidamente in inflazione, soprattutto per le economie importatrici di energia.

Per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni, la crisi ha rappresentato un ulteriore fattore di vulnerabilità. Per l’Asia — e in particolare per la Cina — ha evidenziato la necessità di diversificare rotte e forniture.

Ma nessuna alternativa è immediata. Ed è questo il punto: Hormuz resta insostituibile.

Una stabilità impossibile

La tregua tra Stati Uniti e Iran ha riaperto lo stretto, ma non ha ripristinato la normalità.
Il traffico è tornato solo parzialmente, le compagnie restano caute, e il rischio percepito continua a influenzare i mercati.

La vera trasformazione è psicologica e strategica: il mondo sa che Hormuz può essere fermato. E ciò che può essere fermato, può essere usato.

Conclusione: il potere della geografia

Nel sistema internazionale contemporaneo, il potere non è più solo militare o economico. È infrastrutturale e geografico. Chi controlla i nodi controlla i flussi. L’Oman non è una potenza nel senso classico. Non proietta forza, non domina, non impone. Eppure, senza di esso, Hormuz sarebbe già teatro di conflitto aperto.

È una potenza di equilibrio, costretta a muoversi tra attori più grandi, cercando di mantenere aperto un passaggio che nessuno può permettersi di perdere. In un mondo che tende alla frammentazione, la strettoia di Hormuz resta uno dei pochi punti in cui l’interdipendenza globale si manifesta nella sua forma più pura — e più fragile.

E l’Oman ne resta il custode, non per scelta, ma per posizione.

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Giorgia Cremona

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