Okinawa, la prefettura più a sud del Giappone, continua a rappresentare una delle questioni più delicate del panorama geopolitico indo-pacifico. Teatro dell’ultimo scontro tra Giappone e Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, Okinawa è stata occupata per più di vent’anni dalle forze statunitensi, fino al 1972, quando è tornata parte del territorio nipponico.
Ad oggi, la maggiore delle isole Ryūkyū ospita oltre il 70% delle basi militari di proprietà USA presenti in Giappone, pur costituendo solo lo 0,6% dell’intero territorio nazionale. Questa sproporzione, da tempo denunciata da governatori e cittadini locali, è tornata al centro del dibattito sotto la seconda amministrazione Trump.
Le basi militari a Okinawa furono realizzate durante la guerra nel Pacifico, costringendo i residenti a costruire le loro abitazioni sullo spazio di terra limitrofo. Con il trattato di pace di San Francisco del 1951, le isole Ryūkyū passarono ufficialmente sotto il controllo americano, trasformando di fatto Okinawa in un importante avamposto militare per le forze statunitensi, con circa 20.000 soldati nell’arcipelago e circa 180.000 nel Giappone continentale.
La situazione si capovolse drasticamente dopo la guerra in Vietnam, quando i soldati stazionati a Okinawa superarono quelli nel resto del Giappone. Questo a causa delle proteste contro le basi nel continente, innescate da incidenti da parte degli statunitensi che avevano messo a dura prova la sicurezza dei cittadini.
In questi anni, il costo "politico" che comportava la ridistribuzione delle truppe a Okinawa era minimo in quanto momentaneamente amministrata dagli stessi americani, consentendo al Giappone continentale di godere dei benefici della sicurezza procurata dalla presenza americana nel territorio, senza curarsi dell’inevitabile impatto negativo che ciò avrebbe comportato per la popolazione locale.
Nel 1972, con la reversion all’amministrazione nipponica, i cittadini speravano in una riduzione delle basi, ma ciò non avvenne. I problemi associati alla presenza militare – come inquinamento acustico, crimini da parte del personale USA e danni ambientali – persisterono. Il SOFA (Status of Forces Agreement) continuò a garantire extraterritorialità alle truppe, limitando l'azione della giustizia giapponese.
Nel 2005, Tokyo e Washington concordarono lo spostamento della base di Futenma, situata in una zona densamente popolata, nella più remota Henoko. Tuttavia, i lavori sono iniziati solo nell’agosto 2024, dopo anni di proteste e ricorsi. Anche il piano del 2006 per trasferire 9.000 Marines a Guam ha subito gravi ritardi, partendo solo nel dicembre 2024. Il governatore di Okinawa Denny Tamaki ha chiesto tempi certi per completare l’operazione, ma il governo giapponese, ora guidato da Shigeru Ishiba, ha definito la richiesta poco realistica dati i tempi tecnici e le difficoltà logistiche.
La nuova amministrazione Trump e i rapporti con il Giappone
La posizione americana è oggi ancora più ambigua. Trump, promotore della dottrina isolazionista MAGA, ha ridotto gli impegni multilaterali e richiesto maggiori contributi finanziari agli alleati, pur sostenendo nel corso del suo primo mandato la strategia multilaterale FOIP (Free and Open Indo-Pacific), promossa da Shinzo Abe, primo ministro dal 2012 al 2020, come strumento di contenimento cinese.
Nonostante iniziali tensioni, il 7 febbraio 2025 Trump e Ishiba si sono incontrati ufficialmente a Washington D.C., riaffermando l’importanza dell’alleanza nippo-statunitense e discutendo proprio del consolidamento delle basi americane. Nel contesto di Okinawa, i due leader hanno riaffermato l'importanza della piena attuazione del Piano di Consolidamento delle Forze USA in Giappone, che prevede anche la costruzione della nuova base di Henoko e la restituzione dell’area attualmente occupata dalla base di Futenma. Questa dichiarazione, tuttavia, non ha previsto alcuna revisione della presenza militare nell’isola, né menzionato le preoccupazioni espresse dalla popolazione locale.
Successivamente, il 30 marzo 2025, i ministri della Difesa dei due Paesi hanno approfondito la cooperazione bilaterale, puntando su deterrenza, interoperabilità e presenza strategica nelle isole sud-occidentali. In proposito, è stato annunciato anche il dispiegamento nel sud del Giappone di droni da ricognizione MQ-4C Triton, operativi entro fine anno. Si tratta di una mossa significativa volta a rafforzare la sorveglianza nell’area, aumentando la capacità di monitoraggio delle attività cinesi e nordcoreane.
In questo clima di rinnovata militarizzazione, l’appello del governatore Denny Tamaki, che nel 2023 al Consiglio dei diritti umani dell’ONU chiedeva al mondo di “assistere alla situazione di Okinawa, dove la concentrazione delle basi americane minaccia la pace e impedisce una partecipazione paritaria al processo decisionale”, sembra destinato a restare inascoltato. La situazione genera un’insoddisfazione condivisa da oltre l’80% dei cittadini della prefettura e che continua a crescere di fronte all’inerzia politica.
In questo contesto, la tensione tra logiche strategiche globali e diritti locali rende Okinawa un simbolo vivente dei limiti della diplomazia militare.
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