Berlinale, BAFTA e il cinema sotto stress

Due incidenti. Una stessa fragilità.

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  Jacopo Cantoni
  04 marzo 2026
  3 minuti, 58 secondi

Pian piano che il tempo passa, si ha l’impressione di entrare in un’area più scura, dove la realtà materiale continua a produrre guerre e fratture, ma l’ossessione dei potenti si addensa spesso su un’altra paura, quella di finire dentro un archivio, comparire in un file. Intanto, però, le guerre proseguono nonostante tutto. In questo scarto tra realtà materiale e potere reputazionale, il cinema non dovrebbe rimanere solo uno specchio del mondo.

È per questo che, nelle ultime settimane, due istituzioni diversissime, Berlinale e BAFTA, sono diventate palco di due “incidenti” che non si somigliano nei fatti, ma che finiscono per assomigliarsi nell’effetto: mettere a nudo la fragilità delle macchine culturali quando l’arena pubblica chiede loro non solo film e premi, ma postura, linguaggio, gestione dell’urto.

La Berlinale è uno dei tre grandi festival internazionali storicamente riconosciuti, insieme a Venezia e Cannes. Nasce e si racconta come spazio di esplorazione artistica e come luogo di discorso politico e di agitazione. I BAFTA, al contrario, sono una cerimonia di premiazione: un’accademia che riunisce una comunità professionale, la chiama a votare e trasforma il verdetto in rito, con tutto il peso istituzionale di un’arts charity che rivendica una missione culturale oltre la notte degli award.

Eppure, proprio perché festival e award lavorano su piani diversi dello stesso sistema di legittimazione, basta poco per farli diventare la notizia al posto delle opere.

È dentro questo quadro che si collocano i due fatti. Da un lato, la controversia esplosa alla Berlinale 2026 attorno a Wim Wenders, presidente di giuria. Durante una conferenza stampa, sollecitato su Gaza e sul ruolo delle istituzioni culturali, Wenders ha sostenuto che i cineasti “devono stare fuori dalla politica” e che l’arte dovrebbe essere un contrappeso alla politica, non un suo prolungamento. La frase, più ancora del contenuto, ha agito come innesco: non perché indichi una posizione “giusta” o “sbagliata” in astratto, ma perché, come appena detto, siamo nel festival politico per eccellenza.

Arundhati Roy, attesa anche per un evento legato al suo lavoro, ha annunciato il ritiro dalla manifestazione in segno di protesta, trasformando lo scontro in un caso internazionale. A seguire è arrivata una lettera aperta firmata da decine di professionisti, che ha accusato la Berlinale di “silenzio istituzionale” su Gaza e ha chiesto una presa di posizione esplicita sui diritti degli artisti e sulla cornice etica dell’evento. Il festival è finito così nel punto più difficile: non il merito geopolitico, ma la gestione del proprio statuto pubblico. Tanto che, nella serata finale, Wenders è tornato sul tema con un intervento preparato, tentando di riformulare il rapporto tra cinema, responsabilità e conflitto.

Pochi giorni dopo, dall’altra parte della Manica, un premio ha mostrato un problema speculare: non la fatica di “dire”, ma l’incapacità di “filtrare”. Alla cerimonia dei BAFTA, mentre Michael B. Jordan e Delroy Lindo erano sul palco per presentare un riconoscimento, dalla platea è arrivata una n word, attribuita in seguito a un tic involontario di John Davidson, attivista con Tourette invitato come ospite anche in relazione a un film ispirato alla sua esperienza. Impatto immediato sul palco, gelo e necessità di continuare che hanno lasciato inevitabilmente strascichi fuori sala: solidarietà pubblica verso i due attori, scuse, discussioni accese su disabilità, linguaggio e responsabilità editoriale.

Il punto che ha incendiato il caso non è stato solo l’incidente in sé, ma il fatto che la BBC abbia trasmesso la scena in una versione non editata nonostante la messa in onda fosse in differita. L’emittente ha parlato di errore grave, ha annunciato un’indagine interna e ha rimosso o modificato la disponibilità in streaming; BAFTA ha diffuso scuse formali.

In parallelo, Davidson ha espresso pubblicamente mortificazione e ha ribadito la natura involontaria dei tic della Tourette, riportando al centro la tensione più scomoda: la tutela delle persone colpite dall’offesa e, allo stesso tempo, la non colpevolizzazione automatica di una condizione neurologica.

Festival e award non sono più soltanto macchine culturali: sono infrastrutture di reputazione esposte in tempo reale, dove l’indignazione funziona come moneta istantanea e la legittimazione come fragile protocollo. Quando il cinema pretende di parlare al mondo, il mondo pretende di giudicare il cinema prima ancora di guardarlo.

Ma diciamocelo seriamente, ha senso condannare qualcuno per una condizione psicologica invalidante e accettare un discorso palesemente scritto a tavolino per “uscire da una situazione scomoda”? Lascio a voi le conclusioni.

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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