Dall’arte alla politica

L’élite americana e le silenziose proteste

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  Fabiana Cuccurese
  20 marzo 2026
  5 minuti, 26 secondi

Dall’arte alla politica: agli Oscar 2026 il linguaggio simbolico di Hollywood diventa critica silenziosa all’America di Trump

Oggi, Hollywood sussurra. Ma lo fa davanti a milioni di spettatori. Gli Oscar 2026, hanno segnato un passaggio evidente: l’élite artistica americana non rinuncia alla politica, ma la trasforma in simbolo, in sottotesto, in linguaggio raffinato a tratti provocatorio. 
Dall’arte alla politica, senza mai attraversare apertamente il confine.

Eppure, quel confine era ovunque.

Il non detto che parla più forte

Durante la cerimonia, di quelli che sono stati definiti come alcuni fra gli Oscar più politici di sempre, un elemento ha colpito più di ogni altro: l’assenza. 
Il nome del presidente Donald Trump non è stato quasi mai pronunciato. Eppure, aleggiava in ogni discorso.

Nel monologo iniziale, il presentatore Conan O’Brien ha mescolato satira e attualità, prendendo di mira non solo Hollywood stessa, ma anche il clima politico e mediatico degli Stati Uniti. Ha scherzato sulla libertà di espressione, sulle piattaforme digitali e sull’industria culturale, definendosi ironicamente "l’ultimo presentatore umano" in un mondo dominato da tecnologia e controllo culturale.

A rendere ancora più evidente la dimensione politica della serata è stata la vittoria del premio più importante: l'Oscar al miglior film è andato a "Una battaglia dopo l’altra" (One Battle After Another) di Paul Thomas Anderson.

Non si tratta di una scelta neutrale. Il film è stato definito una commedia d’azione profondamente politica, capace di riflettere su potere, autorità e conflitto sociale. La sua narrazione, ispirata anche a dinamiche di controllo e militarizzazione, è stata letta come uno specchio dell’America contemporanea, attraversata da tensioni e divisioni.

La vittoria non è solo artistica: è simbolica. Premiare questo film significa riconoscere e legittimare un certo tipo di racconto politico, che non passa per slogan ma per strutture narrative. Nessun attacco diretto, nessuna invettiva. Ma proprio questa scelta ha reso il messaggio ancora più potente. È il linguaggio dell’élite culturale contemporanea: non gridare, ma insinuare. Non accusare, ma evocare. L’assenza di Sean Penn, vincitore del premio al miglior attore non protagonista, mai ritirato in quanto egli si trovava in viaggio verso l’Ucraina.

Le spille sempre presenti e sempre più diventano protagoniste di manifesto politico silenzioso: dalle colombe, alle spille rosse di Artists4Ceasefire ai badge "ICE Out", fino al "No alla guerra" di Javier Barden (che in più occasioni ha anche indossato la kefiah palestinese), Hollywood trasforma piccoli dettagli in messaggi globali contro conflitti, politiche migratorie e tensioni internazionali.

Hollywood e la sua strategia

Non è la prima volta che Hollywood si schiera. Ma è la prima volta, forse, che lo fa con una tale consapevolezza stilistica. Se durante il primo ciclo politico di Trump dominavano i discorsi diretti e le prese di posizione esplicite, oggi la strategia è diversa. L’élite artistica americana sembra aver compreso che, in un’epoca di polarizzazione estrema, il messaggio più efficace ma anche salvaguardante è quello che non può essere facilmente attaccato. Il simbolismo diventa così una forma di protezione e, allo stesso tempo, di comunicazione sofisticata.

Dal cinema allo sport: il simbolismo conquista il Super Bowl

Questa trasformazione non riguarda solo il cinema. Anche il Super Bowl 2026 di Bad Bunny ha mostrato segnali simili ed ancora più espliciti. Lo spettacolo dell’intervallo, seguito da centinaia di milioni di persone, è diventato un altro spazio di espressione simbolica. Coreografie, scelte scenografiche e riferimenti visivi sono stati letti come messaggi legati ai diritti civili, all’identità e alle tensioni sociali negli Stati Uniti. Nessuno slogan esplicito, se non quello dell’amore come strumento per combattere l’odio ma una narrazione costruita per immagini. Una protesta che non si dichiara tale, ma che riesce comunque a farsi riconoscere chiaramente e a collocarsi profondamente.

Un’industria che parla per metafore

Il cambiamento in atto rivela qualcosa di più profondo: il mondo dell’intrattenimento statunitense sta ridefinendo il proprio ruolo. Pungente e non sempre esplicito, si pone a denunciare, in alcuni casi senza essere totalmente schierati. Ma questa scelta non è neutrale. È una presa di posizione precisa: parlare a un pubblico globale senza esporsi completamente al conflitto interno americano.

Questa scelta non è ovviamente esente da aspre critiche.

Le critiche mosse, soprattutto dalla gen z parlano di ipocrisia, di necessità di schierarsi in modo molto più definito in un mondo sempre più in crisi e sempre più spettatore di tragedie e genocidi. 
Per molti, le spille non bastano, si necessitano azioni e schieramenti concreti. Soprattutto richiesti a chi come l’élite artistica ha tutto il potere economico di sostenerle.

La reazione dell’America trumpiana

Dall’altra parte, i sostenitori di Trump osservano con crescente diffidenza. Per molti, Hollywood rappresenta un’élite distante, autoreferenziale, incapace di comprendere "l’America reale".

Sui media conservatori e sui social, gli Oscar 2026 sono stati descritti come prevedibili, ideologici, persino elitari. Il linguaggio simbolico, anziché attenuare le tensioni, viene spesso interpretato come una forma di ipocrisia: un modo per fare politica senza assumersene apertamente la responsabilità. Contrario totalmente alle politiche di Donald Trump da sempre molto esplicito sulle proprie posizioni. 

Eppure, il rapporto è più complesso di quanto sembri. Anche parte del pubblico conservatore continua a consumare prodotti culturali mainstream, dimostrando che il legame tra intrattenimento e politica è tutt’altro che lineare.

Il futuro: una protesta sempre più sottile

Gli Oscar 2026 e il Super Bowl raccontano la stessa storia: quella di un’America divisa, in cui anche l’intrattenimento diventa terreno di confronto. Ma raccontano anche un’evoluzione. La protesta non scompare. Si trasforma. Diventa linguaggio visivo, scelta narrativa, costruzione simbolica. Diventa, in una parola, arte. E proprio per questo, forse, ancora più difficile da ignorare.

Perché oggi Hollywood non urla più contro il potere.

Lo mette in scena e, forse, questo in un mondo così diviso e in difficoltà, non è abbastanza.

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L'Autore

Fabiana Cuccurese

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