Buenos Aires in protesta: le reazioni alle riforme di Milei

Nonostante le rivolte tra le strade della capitale argentina e la dura repressione da parte della polizia, il governo guidato da Javier Milei continua a portare avanti la “terapia d’urto” che sta ristrutturando l’economia del Paese ed il tessuto sociale argentino.

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  Cristel Vinciguerra
  20 febbraio 2026
  7 minuti, 44 secondi

Il dodici febbraio il caos ha invaso le strade del centro di Buenos Aires, con migliaia di cittadini riuniti per protestare davanti al Palazzo del Congresso Nazionale, durante lo svolgimento di una seduta del Senato per discutere la riforma del lavoro promossa dal Governo di Javier Milei.

La riforma, approvata dalla Camera del Senato argentino ed ora passata alla revisione da parte della camera dei Deputati, prevede numerosi cambiamenti, tra cui l’estensione della giornata lavorativa fino a 12 ore, restrizioni sul diritto allo sciopero, l’abolizione del pagamento degli straordinari (tramite l’adozione di un sistema di recupero delle ore lavorate in eccesso sottoforma di riduzione dei turni), l’introduzione di salari “dinamici” a variazione mensile in base alla produttività del lavoratore e l’eliminazione delle indennità di buonuscita, per favorire maggiore libertà nei licenziamenti di massa da parte delle grandi aziende.

Gli scioperi e le proteste indetti dai sindacati per manifestare la disapprovazione nei confronti della riforma del lavoro hanno portato a scontri tra civili e polizia, conclusi con decine di arresti da parte delle forze dell’ordine, uso di lacrimogeni e proiettili di gomma e il rilascio da parte del Governo di denuncia per terrorismo contro 17 dei manifestanti coinvolti nelle violenze.

Fin dalla sua elezione nel 2023, le riforme volute da Javier Milei hanno portato in diverse occasioni la popolazione a scendere in strada per manifestare il proprio dissenso, con scioperi nazionali, blocchi stradali e manifestazioni che hanno visto un significativo aumento nella loro frequenza nel 2025: un esempio sono le proteste che ogni mercoledì occupano le strade davanti al Palazzo del Congresso Nazionale, organizzate dai pensionati argentini per far sentire la loro voce davanti alle difficoltà economiche in cui sono stati portati dall’aumento dei prezzi e dai tagli ai sussidi voluti dall’amministrazione Milei.  

All’aumento delle manifestazioni, il Governo argentino ha reagito con un maggior impiego della polizia e di mezzi coercitivi per contenere il dissenso: mentre nel 2024 la polizia è intervenuta in circa il 28% delle manifestazioni pubbliche, nel 2025 gli interventi delle forze dell’ordine sono stati impiegati per contenere il 43% delle proteste, aumentando conseguentemente anche il livello di violenza ed il numero di feriti in seguito alle manifestazioni; disordine ed aggressività hanno permesso alle forze dell’ordine argentine di legittimare anche un approccio più duro, tramite maggior uso di detenzione arbitraria dei protestanti e la diffusione della retorica del terrorismo, impiegata anche per condannare le azioni del 12 febbraio, e portando diverse ONG che monitorano la tutela dei diritti umani a denunciare la svolta repressiva in Argentina e l’uso sproporzionato della forza durante proteste pacifiche.

Malcontento e proteste sono però solo una parte della realtà argentina, in quanto al suo terzo anno di mandato, il Presidente Javier Milei mantiene un tasso di approvazione stimato al 44%: la terapia d’urto eseguita dal Presidente per cambiare la rotta dell’economia nazionale è stata infatti in grado di ottenere successi che hanno garantito il mantenimento del supporto all’azione del Governo.

Se nel 2023 l’inflazione del peso aveva raggiunto circa il 200%, con le manovre fiscali volute da Milei l’inflazione è scesa a circa il 30%; le manovre di stabilizzazione dell’economia hanno visto anche una significativa riduzione del deficit del budget statale, che per due anni consecutivi è riuscito, tramite i numerosi ed impopolari tagli a ministeri e sussidi, a registrare un surplus. Una significativa vittoria è stata anche la crescita del PIL del Paese di circa il 5% nel 2025, segnalando anche a livello internazionale un’inversione di tendenza nella stabilità dell’economia del Paese. La controversa terapia d’urto e le misure di austerity promosse dal Governo Milei hanno inoltre permesso un’importante riduzione del tasso di povertà nel Paese, dal 52.9% dei primi mesi del 2024 al 38% del 2025, riducendo il tasso di disoccupazione e cambiando le condizioni di vita di milioni cittadini argentini.

Gli indicatori economici non sono però in grado di riportare quella che è la realtà molto più complessa di un Paese di 47 milioni di abitanti. L’adozione di policies finalizzate soprattutto agli interessi delle grandi aziende ed alla promozione di un mercato più libero e competitivo ha rimosso quelle garanzie pubbliche che erano il sostentamento di buona parte della popolazione argentina, soprattutto dopo anni di caos economico, inflazione e crescita incontrollata dei prezzi.

I primi tre anni di Governo Milei hanno certamente stabilizzato alcuni macro-indicatori economici, ma non senza un costo sociale: l’abolizione dei controlli sui prezzi e dei sussidi ha esposto famiglie e piccole e medie imprese a oneri insostenibili, accelerando chiusure aziendali, disoccupazione e perdita di potere d’acquisto, mentre la deregolamentazione ha favorito investitori stranieri con scarse ricadute sul tessuto produttivo locale. L’esperimento argentino dimostra la necessità di portare avanti una normalizzazione finanziaria che sia congiunta a garanzie sociali ed alle tutele del lavoro; solo una sintesi tra rigore economico e welfare può tamponare il particolarismo storico dell’Argentina e rendere sostenibile la crescita ed il raggiungimento del benessere diffuso nel Paese.

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L'Autore

Cristel Vinciguerra

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America del Sud

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