Il mondo dice addio a José “Pepe” Mujica

Dalla lotta armata alla coesistenza politica, l'eredità di un guerrigliero diventato presidente.

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  Lucas Martin Torres
  21 giugno 2025
  5 minuti, 39 secondi

José Alberto Mujica Cordano, conosciuto da tutti come “Pepe”, nasce nella periferia di Montevideo il 20 maggio 1935. Figlio di padre basco e madre ligure, cresce in una casa umile che gli trasmette il dono della sobrietà, concetto cardine della sua filosofia politica e di vita.

Già da giovane, Mujica è attivamente coinvolto nella vita politica uruguaiana. È grazie a sua madre, militante nel Partito Nazionale, che conosce Enrique Erro, il quale nel 1958 gli permette di accedere ai vertici della politica nazionale, pur senza affidargli cariche ufficiali. L’esperienza al Ministero dell’industria dura poco; è in seguito a questo periodo che Mujica si avvicina al neonato movimento rivoluzionario Tupamaros. D’ispirazione marxista e con un estro particolare per la rivoluzione cubana, il Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros (MLN-T) introduce nel Paese la guerrilla urbana, seminando il terrore con sequestri e omicidi mirati, al fine di combattere il liberismo sfrenato e neocoloniale che caratterizzava l’economia agricola uruguayana. Per circa un decennio Mujica combatte nelle fila del MLN-T, scalando la catena di comando, rendendosi un personaggio di importanza rilevante all’interno del gruppo armato. In seguito al colpo di stato del 1973, la giunta militare incarcera Mujica, il quale trascorre tredici anni come ostaggio politico, subendo numerose torture e vivendo in condizioni disumane.

È solo nel 1985 con il ritorno alla democrazia in Uruguay che, in seguito a una amnistia generale, Mujica viene liberato. Con la fine della detenzione e il ritorno nei Tupamaros, Mujica è uno degli esponenti con maggior rilievo che decidono di abbandonare la lotta armata del gruppo, per concentrarsi maggiormente sull’attivismo politico tradizionale. Da questo nuovo orientamento nasce il Movimento di Partecipazione Popolare (MPP), che si affilia alla coalizione progressista del Frente Amplio, guadagnando così la possibilità di essere rappresentato nel sistema legislativo del Paese. Alle elezioni generali del 1994, Mujica ottiene la carica di deputato, cinque anni dopo viene eletto senatore, acquisendo sempre maggiore notorietà nel Frente Amplio. La vera svolta politica arriva con le elezioni generali del 2004: la vittoria di Tabaré Vázquez gli apre le porte del Ministero dell’Agricoltura, incarico di grande importanza data la natura agricola dell'Uruguay, e gli garantisce grande visibilità presso il grande pubblico. Nelle elezioni successive, a causa dell’impossibilità costituzionale di ricoprire due mandati consecutivi, Tabaré affidò l’eredità politica proprio a Mujica, che riesce così a conquistare la Presidenza del Paese nel 2010, battendo il candidato conservatore ed ex presidente Luis Alberto Lacalle.

La presidenza di Mujica (2010-2015) è considerata una delle più significative dell'Uruguay, con un grande impatto anche a livello regionale. Caratterizzata per la grande attenzione alle libertà civili, nel 2012 l’Uruguay approva leggi riguardanti il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la regolamentazione dell’interruzione volontaria della gravidanza. L’anno successivo, il piccolo Paese sudamericano diventa il primo Stato al mondo a rendere l’uso e il possesso di cannabis legale, sia per scopi terapeutici che ricreativi. A livello internazionale, l’impatto di Mujica è stato notevole: nonostante la limitata incidenza economica e geostrategica del Paese nel continente, la leadership politica e l’influenza istituzionale conferirono grande rilievo internazionale al presidente uruguaiano. Ciò lo portò a stringere accordi di intesa con vari leader della cosiddetta “marea rosa” in America Latina, in particolare con i corrispettivi vicini Lula da Silva e Cristina Kirchner. In contrasto con la sua dichiarata posizione socialista e antimperialista, Mujica non si è mai avvicinato troppo a capi di Stato più controversi come Chávez e Castro. La sua postura pragmatica gli impedì di attuare misure illiberali in nome di ideali socialisti in cui credeva.

«Una delle principali fonti di conoscenza è il senso comune, il problema è quando metti l’ideologia al di sopra della realtà [...]. Sto lottando per degli ideali [...] ma non posso sacrificare il benessere della gente per degli ideali».

Nonostante la sua ammirazione per il leader cubano, l’esperienza storica dell’isola ha permesso a Mujica di affrontare con razionalità e senso politico le faccende interne all’Uruguay, ponendo il Paese rioplatense ai vertici dei report internazionali sulla qualità della vita, situazione economica e convivenza civile. Ancora oggi, il modello istituzionale uruguaiano rappresenta un esempio di cultura politica nella regione, ciò grazie anche all’eredità intellettuale che “Pepe” ha lasciato.

Mujica si autodefiniva sobrio: non gradiva particolarmente l’appellativo di “presidente più povero del mondo”, affermava che ciò non rappresentasse in modo adeguato la sua filosofia di vita basata sulla sobrietà. Vedeva il denaro come un semplice mezzo per l’acquisto di beni, sostenendo che la vera fonte del potere economico fosse il tempo investito per ottenerlo. Associava dunque la vera ricchezza al tempo disponibile e, di conseguenza, alla libertà. Per questo motivo non tollerava lo spreco, considerandolo come una dissipazione della propria libertà. Non amava gli eccessi e affermava che nella vita non servisse possedere troppo: per lui le forme più autentiche di ricchezza erano il tempo e la libertà. Per questo motivo viveva insieme a sua moglie, Lucía Topolansky – anche lei ex guerrigliera e successivamente senatrice – nella propria chacra alla periferia di Montevideo. Altri esempi della propria austerità economica sono la decisione di rinunciare al 90% del proprio stipendio, accontentandosi di 800€ mensili come compenso per il suo incarico di capo di Stato, donando il resto alle casse del partito e a piani statali per la costruzione di abitazioni popolari.

La convivenza civile fu un ulteriore tratto distintivo della filosofia di vita – poi tramutata in politica – di Mujica. Il porsi in modo rispettoso con coloro che non condividono le stesse idee, rappresenta probabilmente il suo lascito più importante. Questo approccio si è riflesso nella marcata differenza che vi è oggi tra l’Uruguay e altri Paesi latinoamericani: le arringhe politiche in Bolivia, Argentina e Brasile tendono a superare il piano istituzionale, insinuandosi in modo parassitario nel tessuto sociale e generando una divisione morbosa tra uno o l’altro schieramento politico. Ciò in Uruguay non è avvenuto, vedendo l’evolversi di un senso di civiltà e coesistenza politica anomala, in totale contrasto con le tendenze globali.

Senza Mujica, Montevideo, o meglio, il mondo non sarà certamente lo stesso. I valori dei suoi ideali però restano. La futura classe politica uruguaiana dovrà essere in grado di preservare l’eredità immateriale del proprio ex presidente, ma non solo, dovrà anche saperla presentare al mondo come un modello valido “di far politica”, che si ponga in antitesi con quello fortemente polarizzato che oggi domina nelle democrazie occidentali. Un modello che aspiri a porre la convivenza e il benessere sociale al primo posto.



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Lucas Martin Torres

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America del Sud

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