130 civili di etnia fulani sono stati massacrati nel mese di marzo, nella regione di Boucle du Mouhoun da miliziani filogovernativi, secondo un recente rapporto di Human Rights Watch. Il numero delle vittime è indicativo: potrebbero essere molte di più.
Sono mesi ormai che Human Rights Watch monitora la situazione dei diritti umani in Burkina Faso. Il mese scorso, ad aprile, ha intervistato alcuni testimoni degli attacchi, giornalisti, e ha esaminato alcuni video chiave, in modo da ottenere un quadro il più possibile completo della situazione critica nel paese.
Qual è la situazione in Burkina Faso?
È una crisi dimenticata quella del Burkina Faso: circa il 40% del Paese è sotto il controllo di gruppi legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Il predominio dei gruppi jihadisti non è dunque esclusivo: anche le milizie governative sono presenti.
Nel 2022 si sono verificati due colpi di stato, sintomatici di una grave crisi politica. Nel gennaio 2022, il presidente Roch Marc Christian Kaboré è stato deposto dai militari e, nel settembre dello stesso anno, anche il leader che ha preso il suo posto è stato rovesciato da un altro gruppo militare, che ha portato al potere Ibrahim Traorè, attualmente al comando.
È proprio il capitano Traorè a continuare a giustificare le violenze che si susseguono nel Paese, presentandole come una guerra contro il terrorismo, senza però riconoscerne il carattere etnico.
Il diritto internazionale umanitario proibisce attacchi ai civili, esecuzioni sommarie, saccheggi e abusi. Questo vale per tutte le parti coinvolte nel conflitto del Paese, dalle milizie governative a quelle jihadiste.
Chi sono i Fulani e perché il governo li ha presi di mira?
L’etnia dei Fulani è una delle più popolose dell’Africa Occidentale. Composta principalmente da pastori e nomadi, è stata più volte accusata dalle milizie filogovernative di collaborare con quelle legate allo Stato Islamico, dando origine ai massacri.
È vero che alcuni Fulani sono stati arruolati dai gruppi jihadisti, i quali hanno concentrato gran parte dei loro sforzi nel reclutamento di persone appartenenti a questa etnia.
Tuttavia, la maggior parte di essi non ha alcun legame con i gruppi armati. Alla base di questi attacchi c'è quindi un pregiudizio etnico, che considera questa comunità parte integrante del jihadismo. È una sorta di giustificazione ideologica per le violenze che continuano a ripetersi senza sosta nel Paese.
I massacri sono avvenuti nel contesto dell’operazione “Vortice Verde 2”, una campagna condotta dalle forze speciali Burkinabé (le forze governative del Burkina Faso), inaugurata il 27 febbraio 2025. I Fulani sono vittime di abusi provenienti da un doppio fronte: da un lato, l’esercito e le milizie governative; dall’altro, i gruppi armati islamisti, che colpiscono coloro che si rifiutano di collaborare o sono sospettati di aiutare il governo.
Ciò che aggrava tutte queste violenze è la presenza di milizie di autodifesa, come i Koglweogo e i Volontari per la Difesa della Patria (VDP), spesso armate e sostenute dallo stesso governo militare. Questi gruppi, nati come difesa locale contro i jihadisti, sono diventati strumenti di repressione etnica, operando con pochissimi controlli.
Si potrebbe parlare di una pulizia etnica silenziosa: villaggi interamente abitati da Fulani sono stati svuotati e i superstiti sono fuggiti nei campi profughi interni, dove le condizioni sono drammatiche. Molti leader locali Fulani denunciano che l’obiettivo sembra essere quello di spezzare l’identità culturale e la presenza territoriale della comunità.
Un testimone racconta, infatti, che tra il 7 e l’8 marzo le milizie governative hanno iniziato a dare la caccia ai Fulani nel villaggio di Lahirasso: hanno sparato ovunque e disperso il loro bestiame, costringendoli alla fuga. Restare significava morire.
Tra il 14 marzo e il 22 aprile 2025, Human Rights Watch ha intervistato 27 testimoni di questi attacchi, tra cui due membri delle milizie e quattro giornalisti. Quanto emerso è raccapricciante.
Le forze governative sparavano in aria, costringendo gli abitanti dei villaggi a fuggire, in modo da poterli poi bloccare e intrappolare nei boschi. A questo punto iniziava il massacro, che colpiva principalmente donne, bambini e anziani.
I Fulani continuano a pagare il prezzo di un’identità divenuta un bersaglio. Nel silenzio assordante della comunità internazionale, il Burkina Faso rischia di trasformare la lotta al terrorismo in una guerra contro sé stesso. E mentre i villaggi bruciano e le voci delle vittime si spengono, resta una domanda senza risposta: chi protegge chi non ha più nessuno a difenderlo?
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L'Autore
Giorgia Milan
Giorgia Milan, classe 1998, ha conseguito una laurea triennale in “scienze politiche, relazioni internazionali e governo delle amministrazioni”, con una tesi riguardo la condizione femminile in Afghanistan, e successivamente una laurea magistrale in “Human rights and multi-level governance”, con una tesi riguardo la condizione delle donne rifugiate nel contesto dell’attuale guerra Russo-Ucraina, il tutto presso l’Università degli studi di Padova.
I suoi interessi principali sono i diritti umani, in particolare i diritti delle donne. È proprio il forte interesse per questi temi che l’ha spinta a intraprendere un tirocinio universitario presso il Centro Donna di Padova, durante il quale ha avuto la possibilità di approcciarsi al mondo della scrittura e della creazione di contenuti riguardanti la violenza di genere e le discriminazioni.
In Mondo Internazionale Post Giorgia Milan è un'autrice per l'area tematica di Diritti Umani.
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