Cambiamento climatico e industria bellica

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  Giovanni Graziano
  11 luglio 2025
  3 minuti, 55 secondi

Negli ultimi mesi l’Europa e la Nato hanno avviato un processo di aumento di spese militari, di fronte ad una realtà geopolitica che si configura come sempre più instabile e conflittuale. Questo processo di militarizzazione sarà inevitabilmente responsabile di un aumento delle emissioni di gas a effetto serra e di altre gravi conseguenze legate al cambiamento climatico.

Già a marzo, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha proposto il piano di difesa comunitario “ReArm Europe”, che prevede un aumento di 800 miliardi di euro destinati alla difesa entro il 2030. Ancora più recentemente, il 25 giugno si è tenuto il vertice Nato all’Aia, dove i Paesi membri hanno promesso di aumentare le spese militari al 5% del PIL. 

Le conseguenze di queste scelte saranno rilevanti: secondo uno studio del “Conflict and Environmental Observatory”, ogni punto percentuale del PIL che viene speso nel settore militare determina un aumento delle emissioni nazionali di Co2 tra lo 0,9% e il 2%.

La stretta correlazione tra industria bellica e crisi climatica è dovuta innanzitutto al ruolo cruciale che il settore militare svolge nell’emissione di gas a effetto serra. Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, ad esempio, è il maggior consumatore di combustibili fossili al mondo: si è stimato che tra il 2001 e il 2007 tale dipartimento abbia emesso 1,2 miliardi di tonnellate di CO2.

L’impatto del settore militare sulle emissioni di gas a effetto serra è decisivo anche nei periodi di pace, non soltanto durante i conflitti: la produzione degli strumenti bellici, realizzati in gran parte in acciaio e alluminio, l’aviazione e il mantenimento delle infrastrutture militari determinano un importante consumo di combustibili fossili.

I luoghi dove avvengono le esercitazioni sono danneggiati anche dall’inquinamento da idrocarburi, sostanze organiche, metalli e sostanze radioattive che l’utilizzo di armi comporta.

Inoltre, l’aumento delle spese militari ha anche un importante costo-opportunità: infatti, le risorse destinate al settore militare potrebbero essere piuttosto investite per mettere in atto misure efficaci contro il cambiamento climatico.

Durante i conflitti naturalmente la situazione peggiora, anche perché spesso vengono utilizzati esplosivi che rilasciano gas a effetto serra, sterilizzano il suolo e uccidono milioni di animali.

I crateri lanciate dalle bombe, in aggiunta, modificano il suolo: ad esempio, durante la guerra del Vietnam si stima che l’esercito americano abbia sganciato più di 7 milioni di bombe che hanno sconvolto, anche in maniera irreversibile, il paesaggio e le coltivazioni.

Oppure, durante la prima Guerra del Golfo, l’Iraq nell’invadere il Kuwait ha causato l’esplosione di circa 800 pozzi di petrolio, 600 dei quali hanno preso fuoco generando fino al 3/4% delle emissioni globali di quell’anno.

Spesso durante i conflitti vengono presi di mira impianti chimici o siderurgici, come sta avvenendo in maniera sistematica nella regione industriale del Donbass, in Ucraina, e rischiano di essere danneggiati o abbandonati anche gli impianti di depurazione delle acque, di smaltimento dei rifiuti e di bonifica.

La consapevolezza dell’impatto ambientale dell’industria bellica dovrebbe spaventarci particolarmente in questo momento storico: secondo il Global Peace Index, quest’anno sono 59 i conflitti attivi (3 in più rispetto al 2024), che rappresentano il numero più alto di conflitto mai registrato dalla Seconda guerra mondiale.

Particolarmente costoso in termini di vite umane e di danno ambientale è il genocidio a Gaza. Infatti, secondo uno studio citato del The Guardian e pubblicato dal “Social Sciences Research Network”, il costo ambientale dell’attuale distruzione e di una futura ricostruzione di Gaza potrebbe ammontare a 30 milioni di tonnellate di CO2, che equivarrebbe alla quantità di emissioni di gas serra emesse annualmente nel 2023 da Costa Rica ed Estonia insieme.

Principale responsabile di queste emissioni sono le forze di difesa israeliane: circa il 50% delle emissioni prodotte nel conflitto derivano dalla produzione e dall’utilizzo di armi israeliane, mentre solo lo 0,2% dipende da Hamas.

Inoltre, Gaza precedentemente attingeva dall’energia solare circa un quarto del suo fabbisogno energetico, ma i danni causati a molti pannelli solari e alla centrale elettrica hanno portato a una dipendenza da generatori a gasolio. 

È infine importante ricordare che i conflitti che sconvolgono la realtà geopolitica, così come l’escalation militare a cui si stanno preparando i Paesi membri della Nato, saranno responsabili di un importante aumento di emissioni di CO2 che rappresenteranno un danno per chiunque e ovunque nel mondo. Questo proprio perché tutti gli abitanti della Terra subiscono gli effetti del cambiamento climatico.

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Giovanni Graziano

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