L’omicidio di Charlie Kirk è solo l’ultimo violento crimine commesso negli USA in nome di una determinata sponda ideologica. Una striscia di sangue, quella lasciata dalla violenza politica, che affonda le sue radici ben prima del delitto dell’influencer di destra ucciso durante un comizio in Utah, e che sembra caratterizzare sempre di più il clima politico statunitense. Sempre più teso e fortemente attratto verso due estremi completamente opposti dello stesso spettro, il contesto sociale e politico d’oltreoceano trova sempre meno rifugio nel dialogo e sempre maggiore conforto nella ferocia di atti sanguinosi ed impulsivi, che comportano però pochi risultati pratici positivi.
STORIA DELLA VIOLENZA POLITICA AMERICANA
Dati gli avvenimenti degli ultimi anni negli Stati Uniti, sarebbe legittimo pensare che la violenza politica sia un fenomeno che appartiene solamente ad un certo periodo storico della repubblica, quello più recente. In realtà, essa non è mai stata un’anomalia nella politica americana, ma anzi, ne ha rappresentato una delle sue caratteristiche più ricorrenti. Non è mai stata un'aberrazione: tutt’altro. Lungi dall’essere un’eccezione, la brutalità politica è stata al contrario una forza persistente e distruttiva.
Il primo importante episodio di brutalità legato alla politica nella storia americana riguarda il duello del 1804 tra l’allora Vice presidente Aaron Burr e il suo storico rivale Alexander Hamilton, padre fondatore della nazione e l’allora Segretario del Tesoro. Lo scontro, dovuto a divergenze politiche e a dei commenti ingiuriosi che Hamilton avrebbe rivolto a Burr, si concluse con la morte del primo. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo i duelli e gli scontri a fuoco erano molto comuni e la dinamica si è solo approfondita con l'espansione del possesso di armi. Durante il corso del 1800, infatti, la produzione industriale e gli aggressivi contratti federali favorirono la circolazione di un numero crescente di armi. Violenze e omicidi aumentarono a suon di revolver e fucili automatici e portarono nel 1865 all’assassinio del presidente Abraham Lincoln che, fresco di vittoria nella guerra civile, venne ucciso a colpi di calibro ‘44 dal famoso attore e sudista convinto John Wilkes Booth.
Durante il primo ventennio del Novecento la violenza politica conobbe una forte impennata. A cominciare dall’assassinio del presidente McKinley da parte di un attivista anarchico, al tentato omicidio di un altro presidente, il repubblicano Theodore Roosevelt, e raggiungendo il suo apice durante la cosiddetta “Red Summer” del 1919, in cui rivolte razziali e scontri tra suprematisti bianchi e comunità nere sono stati protagonisti della scena politica.
Gli anni ‘60 e gli anni ‘70, poi, hanno rappresentato un periodo di forte divisione per gli Stati Uniti. Mentre diverse nuove comunità si facevano avanti reclamando il proprio posto in una nuova società americana più inclusiva e meno segregata, l’omicidio del presidente Kennedy, le proteste contro la guerra in Vietnam, i gruppi di sinistra radicale facenti parte della cosiddetta “terza ondata di terrorismo” e gli scontri razziali che portarono agli assassini degli attivisti afro americani Martin Luther King e Malcolm X, contribuirono a far si che la violenza a fini politici nel paese a stelle e strisce venisse quasi normalizzata. L'accettazione pubblica degli attentati fu così pervasiva che quando una piccola bomba fu fatta esplodere in un cinema del Bronx negli anni ‘70, il pubblico si rifiutò di andarsene per poter continuare a guardare il film.
L’OMICIDIO GIFFORDS E I SUOI RISVOLTI
L’8 gennaio 2011 la deputata Gabby Giffords democratica dell’Arizona fu colpita da un’arma da fuoco durante un incontro con gli elettori a Tucson. Durante l’attacco rimasero uccise sei persone, tra cui una bambina di nove anni, Christina Taylor Green. L’omicidio di Giffords rappresentò uno spartiacque fondamentale nella storia della violenza politica americana. Anche se in seguito alla sparatoria sia Democratici che Repubblicani chiesero un raffreddamento della retorica politica e un ritorno al bipartitismo, l’episodio segnò un ritorno del terrorismo idelogico negli states, che non ha fatto altro che aumentare da allora, arrivando a raggiungere livelli che non si vedevano da decenni.
In particolare, gli episodi di violenza politica cominciarono ad aumentare sensibilmente nel 2016, all'epoca della prima corsa di Trump alla presidenza. Quasi dieci anni dopo esatti dall’omicidio della deputata dell’Arizona, la brutalità politica raggiunse forse il suo apice con l’attacco di circa duemila esponenti dell’estrema destra e sostenitori di Donald Trump al Campidoglio. Tentando di impedire ad una sessione congiunta del Congresso di certificare i voti elettorali delle elezioni presidenziali del 2020, l’attacco causò la morte di nove persone, danni per milioni di dollari e il secondo impeachment per Trump, oltre ovviamente al forte impatto minatorio che ebbe sulle stesse istituzioni americane. Nel gennaio 2025, al suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump graziò i responsabili di quell’assalto.
Con l’omicidio Kirk del settembre di quest’anno, poi, gli Stati Uniti hanno registrato più omicidi o tentativi di assassinio di alto profilo negli ultimi 14 mesi, tra cui due tentativi di assassinio del Presidente Trump, l'uccisione di un parlamentare democratico del Minnesota a giugno di quest’anno e un incendio doloso alla residenza del Governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro, che in qualsiasi altro momento dal 1968.
Nonostante l'estremismo di destra sia stato responsabile della stragrande maggioranza delle vittime, pari a circa il 75-80% delle morti per terrorismo interno negli Stati Uniti dal 2001, finora, il 2025 segna la prima volta in oltre trent’anni che gli attacchi terroristici di sinistra superano in numero quelli della controparte. Questo preoccupante trend sembra attirare l’interesse dell’amministrazione Trump sul terrorismo interno per la prima volta. A pochi giorni dall’omicidio Kirk, infatti, mentre il Presidente giurava di colpire la sinistra radicale e le proteste Antifa, il Dipartimento di Giustizia eliminava dal suo sito web uno dei suoi stessi studi che mostrava come dal 1990 l’estremismo di destra avesse commesso molti più omicidi motivati ideologicamente rispetto a quello di sinistra o agli estremisti islamici radicali.
UNA SOCIETA’ DIVISA
Fino agli anni '90, molti americani appartenevano a diversi gruppi identitari. Oggi, gli americani sono divisi invece in due grandi macro gruppi identitari: i Democratici, che tendono a vivere in città, hanno maggiori probabilità di appartenere a minoranze, donne e non affiliarsi a nessuna religione, e i Repubblicani, che vivono invece generalmente in aree rurali o in periferia e hanno maggiori probabilità di essere bianchi, maschi, cristiani e conservatori. Chi ha un'identità trasversale (come i cristiani neri o le donne repubblicane) generalmente aderiscono alle altre identità che si allineano alla loro appartenenza partitica. La politologa Lilliana Mason ha dimostrato che una maggiore omogeneità all'interno dei gruppi, unita a minori legami con altre comunità, favorisce la formazione di chiari confini tra “noi” e “loro”, predisponendo al conflitto. Quando molte identità si allineano, sminuirne una qualsiasi può scatenare umiliazione e rabbia. Tali sentimenti sono amplificati dalle differenze politiche, ma non riguardano solo la politica. Riflettono vere differenze culturali e di credo che sono al centro dei conflitti negli Stati Uniti.
La violenza raramente, poi, emerge isolatamente. Essa mette radici e trova supporto anche nel linguaggio che si usa. Negli ultimi anni la politica americana, tradizionalmente molto spettacolarizzata, è stata intrisa di retorica che disumanizza la controparte, definendo gli oppositori "nemici", "traditori" o peggio, fomentando così una società già fortemente polarizzata e incline allo scontro.
Un sondaggio Reuters del 2023 ha rilevato che circa il 20% sia dei repubblicani sia dei democratici ritiene accettabile il ricorso alla violenza per realizzare “la propria idea di una società migliore”. Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti è che la violenza, in particolare se legata ad un’ideologia, non spaventa più. La reazione dell’opinione pubblica di fronte ad atti estremi di brutalità non dipende soltanto da quanta copertura mediatica un determinato evento riceve, ma è influenzata anche da un crescente processo di desensibilizzazione e normalizzazione. Episodi tetri e violenti vengono sempre più spesso percepiti non solo come inevitabili, ma come strumenti legittimi per perseguire obiettivi politici.
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