Rising Lion: Israele colpisce l’Iran e riapre la partita geopolitica del Medio Oriente

  Articoli (Articles)
  Federica Placidi
  19 giugno 2025
  6 minuti, 43 secondi

Con l’operazione Rising Lion, Israele ha ufficialmente aperto una nuova fase dello scontro con l’Iran, trasformando un confronto finora perlopiù condotto per procura in un conflitto diretto. Per quanto Gaza rimanga un fronte ancora acceso, questa volta la partita si gioca su un livello ben più alto, quello strategico e geopolitico. Rising Lion non è stato un semplice raid, ma un messaggio al Medio Oriente e al mondo intero.

Il nome dell’operazione contiene una chiave di lettura cruciale. Il “leone che risorge” richiama infatti la bandiera dell’Iran precedente alla rivoluzione islamica del 1979, che mostrava un leone armato di sciabola al centro, simbolo dell’Iran monarchico dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. All’epoca l’Iran era un pilastro dell’alleanza americana in Medio Oriente in funzione anti-sovietica e intratteneva rapporti riservati ma strategici anche con Israele.

Il messaggio implicito di Tel Aviv è chiaro: dietro l’attacco ai siti nucleari non c’è solo l’obiettivo di fermare la bomba iraniana, ma la volontà di contribuire, anche militarmente, al crollo del regime teocratico instaurato con Khomeini. Far “risorgere il leone” significa auspicare il ritorno a un Iran laico, filo-occidentale, interlocutore affidabile per Washington e, se possibile, di nuovo partner silenzioso per Israele.

A spingere Israele all’azione è stato l’ultimo report dell’AIEA, pubblicato a inizio giugno, che ha certificato il significativo aumento delle riserve di uranio arricchito da parte di Teheran, fino a livelli prossimi a quelli necessari per la costruzione di armi nucleari. L’Iran continua a negare ufficialmente di volere un arsenale atomico, ma le attività sospette e il continuo irrigidimento dei rapporti con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno alimentato i timori israeliani.

L’operazione Rising Lion è quindi arrivata nella notte tra il 12 e il 13 giugno, colpendo con missili di precisione e droni kamikaze obiettivi militari e infrastrutturali nei pressi di Isfahan e Natanz, due dei cuori pulsanti del programma nucleare iraniano.

Dopo gli attacchi, il direttore generale dell’AIEA Rafael Mariano Grossi ha lanciato un monito alla comunità internazionale: «Gli impianti nucleari non devono mai essere attaccati, indipendentemente dal contesto o dalle circostanze». Non si è trattato, quindi, di un avvertimento precedente al raid, ma di una presa di posizione formale a fatto avvenuto, nel tentativo di preservare i principi del diritto internazionale e il fragile equilibrio del Trattato di non proliferazione.

Il richiamo immediato, in questo scenario, è all’Operazione Opera del 1981, quando Israele distrusse il reattore nucleare iracheno Osirak, impedendo a Saddam Hussein di dotarsi della bomba. Da allora, quella che viene definita la Begin Doctrine ha guidato ogni mossa israeliana in materia di proliferazione nucleare in Medio Oriente: nessun Paese ostile dovrà mai raggiungere la soglia atomica.

Tuttavia, l’Iran non è l’Iraq degli anni Ottanta. È una potenza con una rete di alleanze regionali, un esercito strutturato, capacità missilistiche avanzate e una leadership teocratica pronta a combattere fino all’ultimo per la sua sopravvivenza.

Va però sottolineato che, per quanto il timore israeliano di un Iran nucleare sia comprensibile dal punto di vista strategico, l’ipotesi che Teheran utilizzi effettivamente un’arma nucleare contro Israele appare estremamente improbabile. Sarebbe un atto suicida: Tel Aviv dispone di un arsenale atomico proprio, mai confermato ufficialmente ma ampiamente noto, sufficiente a cancellare l’Iran dalla mappa.

La posta in gioco, quindi, non è tanto l’utilizzo dell’arma, quanto il suo valore come scudo politico. Un Iran con l’atomica sarebbe praticamente inattaccabile, e ciò consoliderebbe il regime agli occhi dei suoi cittadini e degli alleati. Per Israele, lasciare che questo scenario si concretizzi sarebbe una sconfitta esistenziale.

C’è poi un livello di lettura interno alla politica israeliana. Netanyahu, da anni al centro di scandali e processi, ha più volte trovato nella retorica della minaccia esistenziale uno strumento per cementare il proprio consenso interno. Alimentare l’emergenza, mantenere il Paese in stato di tensione permanente e presentarsi come unico garante della sicurezza nazionale rappresenta, per il premier israeliano, una strategia politica oltre che militare. L’Iran, per Netanyahu, non è solo una minaccia esterna: è anche il nemico perfetto per sopravvivere politicamente.

Intanto, Gaza è rimasta sullo sfondo, trasformandosi progressivamente da principale campo di battaglia a fronte secondario. L’obiettivo israeliano è quello di presentare ai propri cittadini e agli alleati internazionali una narrazione coerente: la lotta a Hamas fa parte di un quadro più ampio di scontro contro l’“asse del male” sciita, con l’Iran visto come regista e sponsor delle milizie che minacciano Israele su più fronti.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Con l’operazione True Promise 3, l’Iran ha lanciato missili balistici e droni contro obiettivi israeliani, in quella che appare come la più diretta rappresaglia mai organizzata dal regime degli Ayatollah. Tuttavia, anche la risposta iraniana è calibrata: mostrare forza, senza però forzare un’escalation che potrebbe rivelarsi catastrofica per entrambe le parti. Per ora, siamo nel campo degli attacchi “gestiti”, ma l’equilibrio è precario.

A completare il quadro vi sono le implicazioni internazionali. Gli Stati Uniti, sebbene formalmente contrari all’attacco israeliano per timore di una destabilizzazione regionale, non possono permettersi una rottura con il loro storico alleato. Washington teme soprattutto per le rotte energetiche del Golfo e le ricadute sui mercati globali già fragili.

Sullo sfondo, Russia e Cina osservano con attenzione. Mosca vede nell’eventuale rafforzamento dell’asse russo-iraniano un utile strumento per minare ulteriormente il fronte occidentale. Pechino, più defilata, punta invece alla stabilità delle forniture energetiche per sostenere la propria crescita economica, ma sa che un Iran più dipendente da Russia e Cina potrebbe essere un alleato prezioso nella competizione globale contro l’Occidente.

Infine, non va dimenticato il fronte yemenita. I ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran, potrebbero intensificare gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso, colpendo duramente i traffici commerciali e contribuendo a destabilizzare ulteriormente l’area. Anche la Siria rimane un potenziale campo di battaglia, con la presenza di milizie filo-iraniane pronte a colpire le forze israeliane o americane nella regione.

Proprio in queste ore, poi, si è aperto un ulteriore fronte diplomatico e militare: Donald Trump ha deciso di recarsi nella Situation Room della Casa Bianca, dove ha presieduto un incontro d’emergenza con i vertici del Pentagono. Il Presidente USA ha affermato di sapere “esattamente dove si trova Khamenei” e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero presto valutare opzioni militari dirette.

Tra queste, si fa largo l’ipotesi dell’utilizzo delle potenti Bunker Buster, le bombe a penetrazione profonda da oltre 14 tonnellate, progettate per distruggere installazioni militari o nucleari protette da decine di metri di roccia o cemento armato. Si tratta di armamenti che solo gli Stati Uniti possiedono in versioni così potenti.

Ma cosa accadrebbe se Washington dovesse unirsi all’offensiva contro l’Iran? Il regime di Teheran, per ritorsione, potrebbe decidere di minare e bloccare lo stretto di Hormuz, per il quale transita circa un quinto del traffico mondiale di petrolio. Un simile scenario innescherebbe un’esplosione dei prezzi dell’energia e avrebbe effetti devastanti sull’economia globale.

Non tutte le economie ne uscirebbero però sconfitte. La Russia, principale esportatrice energetica, vedrebbe aumentare vertiginosamente i propri introiti. La Cina, invece, sarebbe tra i Paesi più colpiti, dato che il 45% del petrolio che importa passa proprio dallo stretto di Hormuz. Lo scontro in Medio Oriente, dunque, potrebbe trasformarsi rapidamente in un terremoto geopolitico di portata mondiale.

Con Rising Lion, Israele non ha semplicemente lanciato un attacco preventivo. Ha scelto di alzare il livello del confronto, di riaprire i conti con l’Iran e di sfidare il rischio di una guerra su scala regionale. Per Tel Aviv, il tempo stringe: se Teheran dovesse davvero completare il suo programma nucleare, la finestra per cambiare gli equilibri si chiuderebbe per sempre.

In gioco non c’è solo la sicurezza di Israele, ma il futuro stesso del Medio Oriente.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025

Condividi il post

L'Autore

Federica Placidi

Categorie

Tag

Israele Iran Nucleare Petrolio USA Medio Oriente