COP30: l’UE resta compatta, ma i "Petro-Stati" frenano la svolta climatica

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  Tiziano Sini
  01 dicembre 2025
  2 minuti, 47 secondi

La COP30 di Belém, presentata nei mesi scorsi come la conferenza che avrebbe potuto imprimere una svolta storica alla lotta contro il cambiamento climatico, si è chiusa con un compromesso che lascia più interrogativi che certezze. Il documento finale non stabilisce alcuna roadmap (piano d'azione), né una data concreta per l’eliminazione progressiva dei combustibili fossili, nonostante la comunità scientifica li identifichi da anni come la principale causa dell’aumento delle temperature globali.

Il risultato, accolto con evidente delusione da climatologi e ONG, è senza dubbio il prodotto tangibile di tensioni geopolitiche che hanno segnato profondamente l’intero processo negoziale.

A ostacolare un accordo più ambizioso è stata, ancora una volta, la resistenza dei Paesi fortemente dipendenti dall’export di petrolio e gas. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri membri dell’OPEC hanno, infatti, esercitato una pressione decisiva per rimuovere dal testo qualsiasi riferimento esplicito al phase-out, ovvero all'abbandono progressivo, dei combustibili fossili.

Pur riconoscendo l’urgenza della situazione climatica, queste Nazioni hanno insistito affinché la transizione energetica fosse presentata in termini più generici, evidenziando la necessità di perseguire la riduzione delle emissioni mediante tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio. Una formulazione che, secondo numerosi esperti, rischia di diventare un alibi per ritardare la diminuzione reale dell’uso di petrolio, gas e carbone.

D’altro canto, l’UE ha provato a difendere una posizione più ambiziosa, chiedendo sin dal primo giorno un chiaro impegno per l’eliminazione dei combustibili fossili. La delegazione europea è rimasta compatta nel richiedere un testo all’altezza delle raccomandazioni scientifiche, arrivando a evocare la possibilità di non sostenere l’accordo finale.

Tuttavia, il timore di far deragliare completamente i negoziati ha spinto Bruxelles ad accettare il compromesso, pur definendolo insufficiente. Il commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha per l’appunto dichiarato che il risultato “non rispecchia pienamente l’urgenza della crisi climatica”, ma ha sottolineato che mantenere vivo il processo multilaterale resta una priorità strategica.

Il mondo scientifico e quello ambientalista hanno a loro volta risposto in maniera compatta, criticando l’esito del vertice. Senza un percorso esplicito per l’uscita dai combustibili fossili, spiegano, l’accordo della COP30 risulta difficilmente conciliabile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a +1,5 °C.

Diverse organizzazioni, tra cui Greenpeace e Climate Action Network, parlano di un “accordo svuotato” e di una conferenza che ha ceduto alla pressione degli Stati produttori di petrolio.

A tal fine, nel tentativo di evitare che l’esito della COP30 venisse percepito come un fallimento totale, la presidenza brasiliana ha annunciato che nei prossimi mesi proporrà una roadmap dettagliata per l’eliminazione dei combustibili fossili, già sostenuta da oltre 80 Paesi. Resta però da capire se tale iniziativa potrà avere un impatto reale, dato che non farà parte del testo ufficiale approvato.

La COP30 si chiude dunque senza la svolta attesa. Il compromesso raggiunto salva la diplomazia multilaterale, ma lascia irrisolto il nodo centrale della crisi climatica: la necessità di ridurre rapidamente l’uso dei combustibili fossili. In un mondo che continua a scaldarsi, la distanza tra scienza e politica appare sempre più difficile da colmare.


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Tiziano Sini

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