Costantinopoli, la capitale che non smette mai di morire

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  Redazione
  08 settembre 2026
  5 minuti, 18 secondi

A cura del dr. Pierpaolo Piras

Ogni capitale perduta è un po’ uno specchio che riflette il presente: perché quando gli imperi crollano una città cessa di essere il centro del mondo?

Capitale dell'Impero Romano d'Oriente per undici secoli, Bisanzio-Costantinopoli cadde nel 1453, ma la sua eredità non ha mai smesso di essere oggetto di dibattito.

Al momento attuale, ben tre nazioni (Grecia, Turchia e Russia) rivendicano ancora il titolo di essere la "seconda Roma", ovvero il nome di una capitale ormai scomparsa, ma che continua a plasmare l'immaginario collettivo.

Nel corso della Storia alcune capitali sono morte in un solo giorno; altre sembrano non morire mai del tutto. Costantinopoli appartiene a quest'ultima categoria.

Caduta in mano agli Ottomani il 29 maggio 1453, dopo undici secoli di dominio romano, continua tuttavia a rendere enigmatico il presente. I suoi resti simbolici sono tuttora oggetto di una disputa tra almeno tre nazioni – Grecia, Turchia e Russia – ognuna delle quali rivendica, a suo modo, la propria eredità. Raramente una città morta ha pesato così tanto sui vivi.

Undici secoli come una "seconda Roma"

Per comprendere l'intensità di questa disputa, è necessario cogliere l'importanza di Costantinopoli nel corso della sua storia.

Nel 330 d.C., l'imperatore Costantino rifondò l'antica città greca di Bisanzio e la rese la nuova capitale dell'Impero Romano. Quando Roma cessò di essere il centro del mondo, Costantinopoli ne assunse il ruolo: infatti divenne la "seconda Roma", capitale dell'Impero Romano d'Oriente, quello che gli storici avrebbero poi chiamato Impero Bizantino.

Per oltre mille anni, fu la città più grande, ricca e raffinata del mondo cristiano. Ospitava la Basilica di Santa Sofia, eretta da Giustiniano nel VI secolo d.C., la più grande cattedrale della cristianità per quasi un millennio.

Era inoltre il cuore dell'Ortodossia, la sede del Patriarcato Ecumenico e il custode sia del diritto romano che della cultura greca. Quando infine cadde, dopo un memorabile e cruento assedio sotto i colpi dei cannoni del sultano Mehmed II, un'intera civiltà sembrò svanire.

Laddove l'Occidente parla, quasi con nostalgia, di una "caduta" della città, il turco vincitore usa la parola “fetih”, che significa conquista. Due parole per lo stesso giorno, ma un mondo intero posto tra di esse.

Tre eredi per un solo corpo

È qui che inizia la disputa fatale. La morte di Costantinopoli ha lasciato un'eredità così prestigiosa che diverse nazioni ne contendono ancora la successione.

La Grecia, prima di tutto, per la quale Costantinopoli rimane al contempo una ferita e un sogno.

La città era profondamente greca nella sua lingua, nella sua cultura, nella sua fede ortodossa; la sua perdita è vissuta come una separazione straziante e il ricordo della "Grande Chiesa" di Santa Sofia rimane vivido e sentito anche oggi. Il Patriarcato Ecumenico esiste ancora lì, ridotto nelle dimensioni ma simbolicamente centrale per l'intero mondo cristiano ortodosso.

Per la Turchia, dunque, come erede degli Ottomani, il 1453 non rappresenta una caduta ma una gloriosa conquista, il fetih, un atto fondativo di grandezza imperiale.

È questa memoria che la riconversione di Santa Sofia in moschea nel 2020 ha riattivato. Infatti, dopo essere stata cattedrale, poi moschea nel 1453, quindi museo sotto il primo Presidente della Turchia “liberale”, Kemal Atatürk nel 1934, il monumento è tornato ad essere moschea per decisione dell’attuale presidente turco: un gesto fortemente politico, interpretato come l'affermazione di una Turchia neo-ottomana che volta le spalle all'eredità kemalista laica e brandisce la conquista del 1453 come modello da seguire nel futuro.

Infine, la Russia, che si autoproclama "terza Roma" fin dal XV secolo. La motivazione è chiara: Roma, la prima con questo nome, fallì la sua esperienza storica; Costantinopoli, la seconda, cadde violentemente nel 1453; spettò quindi a Mosca, custode dell'Ortodossia religiosa, raccogliere questa sorta di eredità imperiale. Gli zar ne approfittarono adottando tale prestigioso titolo derivato da Cesare e dall'aquila bicipite bizantina. Questa ideologia, lungi dall'essere estinta, è stata ravvivata anche sotto il regime del leader attuale, Vladimir Putin: il governo russo si associa volentieri a Bisanzio, ha reintrodotto l'aquila bicipite nel suo stemma e attinge all'eredità ortodossa-imperiale per parte della sua legittimità e della sua missione.

Una memoria che struttura il presente

Ciò che colpisce è che questa disputa è ben lungi dall'essere una mera controversia accademica. Infatti, influisce su questioni politiche molto concrete. La riconversione di Santa Sofia ha messo a dura prova i rapporti tra Atene e Ankara e ha suscitato l'indignazione in tutto il vasto mondo ortodosso. Prova ne è il fatto dell’attuale e animata rivalità tra i potenti Patriarcati di Costantinopoli e Mosca per la guida dell'Ortodossia – riaccesa dalla questione della Chiesa ucraina – è una questione geopolitica di primaria importanza.

E l'idea di una "Terza Roma" che alimenta, almeno in parte, la visione messianica che la Russia di Putin vuole attribuire al proprio ruolo nel mondo.

Costantinopoli illustra dunque una verità che la nostra serie esplora costantemente: una capitale non muore mai veramente. Il suo prestigio sopravvive alla sua caduta e questa stessa sopravvivenza diventa una questione di potere.

Possedere l'eredità di Bisanzio significa rivendicare la continuità storica imperiale, la legittimità religiosa e un posto prestigioso nella lunga catena storica degli imperi. Ecco perché le tre nazioni citate si contendono il ruolo di capitale di una città vecchia di cinque secoli e mezzo.

Lo specchio che ci pone di fronte è impressionante. Gli imperi cadono, ma non scompaiono da un giorno all'altro: sopravvivono nei miti, nei simboli e nelle rivendicazioni di interi popoli e loro governanti.

Costantinopoli ha cessato da tempo di essere il centro del mondo; eppure, dalla cupola di Santa Sofia allo stemma del Cremlino, la sua ombra continua a incombere sulla geopolitica contemporanea.


Urbs capitalis centies mori potest sine ulla umquam vere desinentia esse!

(Una capitale può morire cento volte senza mai cessare veramente di esistere!)

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