L'Unione europea accelera sul rafforzamento della propria difesa comune. In un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dall'instabilità geopolitica e dalla necessità di incrementare le capacità militari europee, Bruxelles ha messo in campo SAFE (Security Action for Europe), il nuovo strumento finanziario destinato a sostenere gli investimenti degli Stati membri nel settore della sicurezza[1].
Il fondo, promosso nell'ambito del piano europeo di riarmo e rafforzamento dell'industria della difesa, mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro sotto forma di prestiti a lungo termine e a condizioni agevolate. Le risorse potranno essere utilizzate per finanziare progetti comuni tra più Paesi, favorendo acquisti congiunti di equipaggiamenti militari e investimenti in comparti strategici come difesa aerea, sistemi missilistici, droni, munizioni, cybersicurezza, mobilità militare e infrastrutture. L'obiettivo è duplice: aumentare la capacità produttiva dell'industria europea della difesa e ridurre la dipendenza da fornitori esterni, incentivando al tempo stesso la cooperazione tra gli Stati membri.
Ad oggi sono 19 i Paesi che hanno presentato domanda di accesso al programma. La Polonia guida la classifica con una richiesta superiore ai 43 miliardi di euro, seguita dalla Romania con circa 16 miliardi e dalla Francia con 15 miliardi. L'Italia figura tra i principali potenziali beneficiari con una quota di 14,9 miliardi, mentre altri Stati, come la Spagna, hanno richiesto importi più contenuti. Diversa la posizione della Germania, che ha scelto di non aderire all'iniziativa, potendo finanziarsi sui mercati a condizioni ritenute più vantaggiose grazie al proprio elevato rating creditizio. Bruxelles punta ora a definire rapidamente gli accordi di prestito, così da poter eventualmente riallocare entro fine anno le risorse non richieste[2].
È proprio sull'utilizzo di questi fondi che si è aperto il confronto politico italiano. Durante un'audizione parlamentare, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che il governo intende ricorrere a SAFE, indicando la disponibilità di 14,9 miliardi di euro. Nelle ore successive, però, il Vicepremier ha precisato che l'Italia ha semplicemente "prenotato" l'importo massimo disponibile e che entro la fine dell'anno verrà deciso quale quota utilizzare realmente, ipotizzando un ricorso compreso tra 6 e 9 miliardi di euro.
La precisazione non ha evitato le tensioni nella maggioranza. La Lega ha ribadito che qualsiasi decisione dovrà essere approvata dal Parlamento, mentre le opposizioni hanno criticato il possibile ricorso ai prestiti europei, sostenendo che potrebbe tradursi in un ulteriore aumento del debito pubblico. Di diverso avviso il ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui SAFE rappresenta soprattutto una misura alternativa ai tradizionali titoli di Stato e consentirebbe di sostenere programmi già previsti senza aumentare la spesa militare complessiva[3].
Nel frattempo la Commissione europea ha invitato Roma a chiarire rapidamente la propria posizione. Per Bruxelles è necessario procedere quanto prima alla firma degli accordi di prestito, così da consentire l'avvio dei progetti finanziati e avere il tempo di redistribuire ad altri Stati eventuali risorse non utilizzate[4]. La scelta dell'Italia, quindi, non riguarda soltanto una valutazione economica, ma rappresenta anche un passaggio significativo nel processo di costruzione di una più solida difesa europea, destinata a diventare uno dei principali dossier politici dell'Unione nei prossimi anni.
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