Cinque esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno esortato il governo italiano ad abrogare definitivamente il Decreto-legge Sicurezza recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, sostenendo che questo comprometta il rispetto dei diritti umani. Il provvedimento è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 aprile.
Questa è la seconda lettera indirizzata al governo italiano con la quale i relatori delle Nazioni Unite esprimono il loro timore riguardo alle conseguenze che il decreto potrebbe avere su diversi diritti. Difatti, sei relatori avevano già scritto una prima lettera al Governo il 19 dicembre 2024, criticando varie disposizioni dell’allora progetto di legge, ritenute incontrasto con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.Tra questi, gli articoli 9 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 12 (diritto alla libertà di movimento), 14 (diritto ad un processo equo), 17 (diritto alla riservatezza), 19 (libertà diesprimere la propria opinione), 21 (libertà di riunione pacifica) del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966.
Con questo secondo sollecito i relatori ONU si diconoallarmati da come il Governo avrebbe eluso il Parlamento e il confronto pubblico, trasformando il disegno di legge in un decreto d’urgenza rapidamente approvato. Essi sostengono che il decreto includa vaghe disposizioni riguardanti il terrorismo che potrebbero dar luogo a interpretazioni arbitrarie, colpendo soprattutto la libertà di espressione e le minoranze etniche.
Recentemente il ddl è stato fortemente criticato anche da associazioni quali Antigone e dal Commissario Europeo per i diritti umani O’Flaherty, dai quali viene considerato un ostacolo all’esercizio delle libertà fondamentali.
Il provvedimento sostituisce il ddl, confermandone gli articoli, ma recependo i rilievi mossi dal Quirinale. Tra le principali misure entrate in vigore vi sono:
• Prevenzione e contrasto al terrorismo
Il decreto introduce il reato di detenzione di materiale con finalità di terrorismo, punita con la reclusione da 2 a 6 anni, e la diffusione online di istruzioni per compiere atti violenti o sabotaggi (art. 270-quinquies.3 c.p.). Peraltro esso anticipa la soglia di punibilità di chi, con qualunque mezzo, diffonde o promuove materiale contenente indicazioni utili alla preparazione e all’uso di sostanze esplosive, rilevanti per la commissione di reati di particolare gravità.
• Tutele per militari e agenti di polizia
Viene rafforzata la tutela penale per le forze di polizia, attraverso l’aggiunta di una circostanza aggravante del delitto di violenza o minaccia e di resistenza a pubblico ufficiale, con l’aumento di pena fino alla metà, se il fatto è commesso nei confronti di un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza.
• Proteste negli istituti penitenziari e nei centri per migranti
Il decreto istituisce un nuovo reato di “rivolta” in carcere (art. 415-bis c.p.) e nei centri di trattenimento per migranti: la pena detentiva prevista varia da 1 a 5 anni (carcere) o da 1 a 4 anni (Cpr) per chi partecipa con violenza, minaccia o resistenza all’autorità; è stabilita in un massimo di 18 anni la reclusione di coloro che provocano, attraverso la rivolta, morte o lesioni gravi; pene ancora maggiori per chi organizza o guida la rivolta. Infine gli articoli 26 e 27 del decretosanzionano anche la resistenza passiva (che rappresenta l’unica possibilità di protesta pacifica per i carcerati) se questa impedisce l’azione degli agenti: le pene, che arrivanofino a 8 anni di detenzione, potrebbero vanificare i processi di reinserimento dei detenuti.
• Inasprimento delle sanzioni per chi non si ferma allo stop della polizia stradale
Vi è l’inasprimento delle sanzioni per coloro che violano le prescrizioni imposte dalla polizia stradale, con l’accessoria sanzione della sospensione della patente di guida da 15 a 30 giorni in caso di recidiva.
Il punto più critico riguarda il diritto a manifestare, limitato dalle nuove disposizioni che introducono pene detentive da 6 mesi a 2 anni nei confronti di coloro che partecipino a blocchi pacifici di strade, ferrovie o porti: la disobbedienza civile viene così criminalizzata. Difatti, per le Nazioni Unite queste disposizioni potrebbero portare a sanzioni ingiustificate.
Un’altra possibile limitazione dei diritti potrebbe derivare dall’inserimento del divieto di lavorazione e commercializzazione delle infiorescenze di cannabis THC inferiore allo 0,5% (prive di effetti psicotropi), col rischio di eliminare un intero settore economico in crescita. Tale proibizione, contrastante con le normative europee e le sentenze della Cassazione, sarebbe dettata da ragioni meramente ideologiche.
Contro le disposizioni del nuovo decreto e il sovraffollamento delle carceri si è attivata l’Unione delle Camere Penali, la quale ha dichiarato tre giorni di sciopero. Peraltro, il Segretario Generale del Sindacato Italiano Lavoratori Polizia Pietro Colapietro in un’intervista ha affermato che “molte norme del decreto sono lontane da una concezione democratica di sicurezza inclusiva e che esso limita spazi di libertà ed elimina la dignità di chi svolge questo lavoro; egli conclude sostenendo che ritiene che tale provvedimento serva al Governo per distrarre l’attenzione da altri problemi”.
Conclusioni
Per i Relatori Speciali, il decreto rappresenta una regressione significativa per la democrazia italiana, in quanto esso rischia di favorire procedimenti giudiziari arbitrari e dure sanzioni, con conseguenze eccessivamente severe nei confronti di chi esercita legittimamente i propri diritti fondamentali. Il provvedimento criminalizza le proteste legittimando un metodo repressivo secondo il quale il dissenso è equiparato alla minaccia. Nella dichiarazione ufficiale, essi sottolineanoche il governo italiano è tenuto a “rispettare e tutelare il diritto di manifestare pacificamente, evitando restrizioni ingiustificate, dispersioni illegali e un uso sproporzionatodella forza”.
Dunque, secondo l’opinione diffusa, il decreto Sicurezza sembrerebbe un pretesto per restringere le libertà e reprimere il dissenso, al punto che esso è stato soprannominato il ddldella paura. Infine, la trasformazione del disegno di legge in decreto d’urgenza rappresenta una seria distorsione del processo, in quanto essa aggira il dibattito parlamentare, una pratica che occorre combattere attraverso le vie legali che abbiamo a disposizione, primo fra tutti il referendum.
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