Debito e guerra: Israele finanzia il conflitto, Gaza crolla economicamente

  Articoli (Articles)
  Alessia Bernardi
  06 maggio 2026
  7 minuti, 26 secondi

Nel dibattito economico contemporaneo, il debito pubblico viene spesso trattato come un semplice indicatore contabile: un rapporto tra numeratore e denominatore, tra obbligazioni accumulate e prodotto interno lordo. Eppure, in contesti segnati da conflitti prolungati come quello tra Israele e Palestina, tale misura perde la sua apparente neutralità tecnica e diventa un riflesso diretto delle libertà sostanziali o della loro assenza.

A partire dall’ottobre 2023, con l’escalation della guerra a Gaza e il progressivo allargamento delle tensioni regionali, il debito pubblico israeliano ha registrato un incremento significativo. Il rapporto debito/PIL è passato dal 61,3% nel 2023 a circa il 69% nel 2024, stabilizzandosi intorno al 68–69% nel 2025-2026. Questo aumento non è il segno di una crisi fiscale incontrollata, ma piuttosto il risultato di una scelta politica: sostenere uno sforzo bellico massiccio, che ha comportato spese militari elevate, deficit fino al 6,9% del PIL nel 2024 e una crescente pressione sul bilancio pubblico. Israele, tuttavia, conserva una caratteristica cruciale: l’accesso ai mercati finanziari internazionali e il sostegno esterno, in particolare statunitense. Dal 2023 ha ricevuto circa 36 miliardi di dollari di aiuti e nel 2026 è riuscito a collocare con successo titoli di debito sui mercati globali, segno di una fiducia persistente degli investitori. Questa capacità di finanziamento rappresenta, in termini seniani, una capability” istituzionale: non elimina il costo umano della guerra, ma consente allo Stato di diluire nel tempo il peso economico del conflitto.

Ma se da un lato Israele affronta il problema del debito come scelta politica, dall'altro la Palestina lo subisce come condizione esistenziale. Nei territori palestinesi, con particolare riferimento alla Striscia di Gaza, il concetto di debito pubblico risulta sostanzialmente svuotato del suo significato convenzionale, poiché viene meno il quadro istituzionale entro cui esso normalmente si definisce e si articola. La profonda contrazione dell’attività economica, testimoniata da un PIL pro capite ridottosi a circa 161 dollari annui e da tassi di disoccupazione prossimi all’80 % non rappresenta una semplice fluttuazione congiunturale, bensì una compromissione strutturale delle condizioni minime di funzionamento del sistema economico. In assenza di una piena sovranità fiscale e monetaria, l’entità palestinese non dispone degli strumenti fondamentali della politica economica, risultando impossibilitata sia ad accedere autonomamente ai mercati finanziari internazionali attraverso l’emissione di debito, sia a esercitare un controllo sulla propria politica monetaria. Ne deriva un paradosso di particolare rilevanza analitica e normativa: mentre Israele può ricorrere all’indebitamento pubblico per sostenere lo sforzo bellico, con un rapporto debito in PIL che si colloca intorno al 68–69 % nel periodo 2025-2026, distribuendone i costi nel tempo grazie alla propria credibilità finanziaria, la Palestina si trova a subire un processo cumulativo di distruzione economica privo di una corrispondente formalizzazione in termini di debito. Tuttavia, tale assenza non può essere interpretata come indicatore di sostenibilità; al contrario, essa riflette una carenza radicale di capacità economiche e istituzionali. In questo contesto si impone una distinzione essenziale: il debito israeliano si configura come finanziabile, in quanto sostenuto da accesso ai mercati e da infrastrutture statuali consolidate, mentre la crisi palestinese appare intrinsecamente non finanziabile e, proprio per questo, assume una profondità e una gravità sistemiche ben maggiori.

Alla luce di questo, va sottolineato che nel biennio 2025-2026 il conflitto ha progressivamente assunto una dimensione più ampia, coinvolgendo attori regionali e contribuendo a creare un contesto di crescente instabilità globale, con effetti economici rilevanti e strutturali. In primo luogo, si è assistito a una marcata militarizzazione della spesa pubblica: il costo diretto della guerra per Israele ha raggiunto l’ordine delle decine di miliardi di dollari, incidendo in modo significativo sia sugli equilibri di bilancio sia sulla composizione della spesa, con un conseguente rafforzamento della componente destinata alla difesa. In tale contesto, il debito pubblico si configura sempre più come uno strumento di finanziamento della sicurezza nazionale, sebbene ciò avvenga al prezzo di una compressione delle voci di spesa civile e degli investimenti sociali.

In secondo luogo, si osserva una ridefinizione del concetto stesso di sostenibilità fiscale. Le prospettive di crescita, che secondo il Fondo Monetario Internazionale indicano per Israele un possibile rimbalzo fino al 4,8 % nel 2026, restano strettamente condizionate all’evoluzione del quadro geopolitico. Ne consegue che la sostenibilità del debito non può più essere valutata esclusivamente sulla base di parametri macroeconomici tradizionali, ma deve necessariamente incorporare il grado di stabilità e prevedibilità del contesto internazionale.

In terza battuta, il conflitto contribuisce ad accentuare una disuguaglianza già esistente nelle capacità economiche: da un lato, uno Stato dotato di pieno accesso ai mercati finanziari internazionali e di strumenti istituzionali consolidati; dall’altro, una popolazione priva di autonomia finanziaria e di mezzi operativi di politica economica. Tale divario non rappresenta soltanto una differenza quantitativa, ma si configura come una frattura qualitativa nelle possibilità di risposta alla crisi e di costruzione di traiettorie di sviluppo sostenibile.

Tuttavia, un’analisi limitata ai soli aggregati macroeconomici rischia di oscurare la questione fondamentale sottostante, ossia il significato concreto, in termini di libertà umana, del vivere sotto un regime di indebitamento rispetto a quello del vivere in una condizione di distruzione economica. Nel caso israeliano, l’aumento del debito rappresenta principalmente un vincolo intertemporale, destinato a tradursi in futuri aggiustamenti fiscali, verosimilmente attraverso un incremento della pressione tributaria o una razionalizzazione della spesa pubblica. Nel caso palestinese, al contrario, la problematica assume un carattere immediato e assoluto, manifestandosi nella perdita delle condizioni minime di vita, di accesso al lavoro e di sicurezza. In tale contesto, la politica economica non può nemmeno configurarsi nei suoi termini ordinari, poiché risultano assenti i prerequisiti istituzionali e materiali per l’attuazione di strumenti fiscali e monetari. Ne deriva che qualsiasi intervento deve necessariamente assumere una dimensione straordinaria e internazionale, basata su trasferimenti esterni, assistenza umanitaria e programmi di ricostruzione coordinati, piuttosto che su meccanismi di stabilizzazione interna. Da un punto di vista di politica economica comparata, emerge dunque una duplice esigenza. Per Israele, la priorità consiste nel garantire la sostenibilità del debito nel medio-lungo periodo senza compromettere il potenziale di crescita, evitando che la spesa militare produca effetti di crowding out sugli investimenti produttivi e sul capitale umano. Ciò implica un delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e mantenimento della coesione economico-sociale. Per la Palestina, invece, la questione centrale è la ricostruzione delle condizioni di base per l’esercizio stesso della politica economica, il che richiede non solo risorse finanziarie, ma anche il ripristino di capacità istituzionali, infrastrutturali e produttive. La divergenza tra i due contesti non è soltanto quantitativa ma anche qualitativa: mentre nel caso israeliano la politica economica opera ancora all’interno di un quadro di vincoli gestibili, nel caso palestinese essa è sostituita da un’urgenza primaria di ricostituzione delle condizioni minime di funzionamento economico e sociale.

Una particolare attenzione la merita la Striscia di Gaza. Proprio qui, si registra una contrazione economica di portata eccezionale: il PIL ha subito un crollo drastico, con una riduzione che in alcune stime supera il 30–40 % su base annua nelle aree maggiormente colpite e il PIL pro capite nella Striscia di Gaza è sceso fino a circa 161 dollari annui. A ciò si aggiungono tassi di disoccupazione che raggiungono circa l’80% e livelli di povertà estremi, configurando una situazione in cui gli indicatori macroeconomici non descrivono più una crisi economica nel senso tradizionale, ma piuttosto una vera e propria disarticolazione del sistema produttivo. In tale prospettiva, adottando un approccio centrato sulle capacità, la questione economica non può essere ridotta alla mera entità del debito, ma deve essere ricondotta alla possibilità effettiva di trasformare le risorse disponibili in libertà sostanziali. Israele, pur in un contesto di crescente pressione fiscale e finanziaria, conserva questa capacità di conversione; la Palestina, nelle condizioni attuali, ne risulta invece quasi completamente priva, evidenziando così la natura profondamente asimmetrica e strutturale della crisi in atto.

In conclusione, nel maggio 2026 il debito pubblico nel contesto israelo-palestinese non può essere interpretato come una semplice variabile macroeconomica, poiché esso riflette piuttosto una gerarchia strutturale di potere, accesso ai mercati e capacità istituzionali. In questo senso, il conflitto ha prodotto una configurazione del sistema economico internazionale nella quale alcuni Stati sono in grado di ricorrere all’indebitamento per sostenere e prolungare lo sforzo bellico, distribuendo nel tempo il relativo onere finanziario attraverso strumenti di mercato, mentre altri non dispongono nemmeno delle condizioni minime per accedere al credito o per tradurre risorse esterne in capacità di sopravvivenza economica e sociale. Se si assume seriamente che l’economia debba contribuire alla costruzione della pace, ne deriva che l’obiettivo non può essere ridotto alla sola riduzione quantitativa del debito, ma deve essere esteso all’espansione effettiva delle capacità sostanziali delle popolazioni coinvolte. In assenza di tale trasformazione, ogni equilibrio fiscale o finanziario rischia di configurarsi come un equilibrio soltanto apparente, intrinsecamente fragile e profondamente segnato da condizioni di disuguaglianza strutturale.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Condividi il post

L'Autore

Alessia Bernardi

Tag

debito pubblico Israele Palestina sostenibilità fiscale