Digitalizzazione e valori europei: intervista a Raffaele Torino
Nella società di oggi, sempre più pervasa dal digitale, è importante comprendere come i valori democratici e i diritti fondamentali vengano protetti online. Abbiamo intervistato Raffaele Torino, professore di diritto comparato all’Università Roma Tre e titolare di una cattedra Jean Monnet dedicata ai valori europei nell’ambiente digitale. In questa intervista ci racconta le attività della cattedra e la sua visione su presente e futuro di un’Europa digitale.
Da dove nasce la sua passione per il diritto comparato?
"La mia passione per il diritto comparato nasce dai tempi dell'università, quando mi sono laureato con una tesi in diritto societario comparato. Da quel momento, mi è sempre piaciuto guardare alla regola non solo come una regola nazionale, ma come strumento di disciplina della vita di tutti i giorni, che può mutare a seconda dei contesti socioculturali, giuridici, economici."
E invece la passione per il digitale?
Io faccio parte della generazione che ha quasi visto nascere i computer. Mi è parso che ormai molta parte della nostra vita si svolgesse online, e che fosse necessario quindi studiare anche la regolazione di ciò che accade online.
Entrando nel merito della sua cattedra Jean Monnet, potrebbe spiegarci come essa contribuisce ad approfondire e sviluppare queste tematiche?
La cattedra Jean Monnet è una cattedra finanziata dall'Unione Europea ed è dedicata ai valori europei, quali libertà, democrazia, rispetto dei diritti fondamentali, Stato di diritto, nell'ambiente digitale. La mia idea è quella di verificare come questi valori siano rispettati anche nell'ambiente digitale online e che cosa si può fare per ottenerne rispetto.
Che attività avete svolto fino ad ora?
Abbiamo integrato lo studio della regolamentazione dell’ambiente digitale online nei corsi di diritto e politiche dell’UE, sistemi giuridici comparati e diritto pubblico. In parallelo, abbiamo avviato cicli di lezioni e seminari per i due dottorati del Dipartimento di Scienze Politiche di Roma Tre su intelligenza artificiale e responsabilità, copyright online, e protezione dei dati personali, nonchè un ciclo di seminari sul diritto privato digitale europeo, con alcuni ospiti esterni.
Sono state inoltre attivate due legal clinics: una su fake news ed ecosistema digitale, l’altra su Stato di diritto e ambiente digitale. Infine, a partire dal 15 maggio lanceremo una Summer School online, gratuita e aperta a studenti, professionisti e interessati esterni, dedicata a temi come cybersicurezza, intelligenza artificiale e governance europea dell’ambiente digitale online.
E gli obiettivi futuri?
In futuro si vuole ripetere quello che abbiamo fatto quest’anno. Poi l’obiettivo finale è organizzare una conferenza internazionale sui temi della Cattedra Jena Monnet e realizzare diverse pubblicazioni.
Secondo lei, qual è l’impatto delle nuove tecnologie sull’identità del cittadino europeo?
Il cittadino, per il semplice fatto di vivere all’interno di questa società, è inevitabilmente immerso nel digitale. Noi produciamo continuamente dati, quindi abbiamo necessità di avere una totale nuova educazione alla nostra condotta online. Un’educazione che parta dalle cose banali, del tipo non lasciare online le foto che non vogliamo che siano condivise. Ci dovrebbe essere un’educazione sessuale, sentimentale, finanziaria… ma anche un’educazione all’online. Questo dovrebbe essere fatto per tutti.
E per il cittadino consumatore?
Purtroppo l’online esalta i rischi per il consumatore. Uno dei problemi del consumatore è la sua ansia di voler consumare, la sua scarsa attenzione alle proposte contrattuali che gli vengono fatte e che vengono accettate pur di avere l’oggetto desiderato. Mentre una volta questo oggetto desiderato lo dovevi andare a cercare, oggi il consumatore online subisce tutta una serie di proposte da cui è difficile sottrarsi.
Quindi merita di essere approfondita la capacità del consumatore di sottrarsi dalle pratiche commerciali invasive. Sarebbe necessario rafforzare un controllo, una vigilanza pubblica, su ciò che accade online. Cosa che richiederebbe però risorse non indifferenti.
La prossima domanda riguarda invece il GDPR. Secondo lei, è ancora sufficiente a proteggere i diritti dei cittadini?
Il GDPR in linea teorica è sufficiente a proteggere i diritti dei cittadini. Il punto è che andrebbe conosciuto e applicato. Molti di noi non applicano il GDPR, o semplicemente lo applicano solo di fronte a situazioni conclamate.
Dall’altro lato, abbiamo la grande difficoltà di non riuscire a trattenere i dati in Europa. Per ben tre volte l’Unione Europea ha cercato di fare degli accordi con gli Stati Uniti per avere un minimo comune denominatore di protezione dei dati personali, e la Corte di giustizia ha già detto due volte che gli accordi presi dalla Commissione Europea non proteggono adeguatamente i dati personali delle cittadine e dei cittadini europei.
Quindi il tema vero non è avere più regolamenti: è riuscire ad applicare bene quello che abbiamo. Anche perché il GDPR è già in difficoltà nel rispondere alle nuove sfide, come quella dell’intelligenza artificiale, che forse ci trova tecnicamente impreparati rispetto al trattamento dei dati.
Quindi non abbiamo bisogno di nuove regole?
Non abbiamo bisogno, secondo me, di ulteriore regolazione. Il problema non è la quantità di norme, ma l’enforcement.
La civiltà europea, di cui l’Unione Europea è espressione, è una civiltà di valori. Valori che sono il frutto delle barbarie, delle guerre, delle bellezze che l’Europa ha vissuto negli ultimi tremila anni. Abbiamo raggiunto questo livello di valori, e questi valori noi li dobbiamo proteggere. Penso che il nostro compito sia essere un faro, senza voler essere presuntuosi o colonialisti, un faro nella protezione di questi valori.
Non penso che la mancanza di big tech europee rispetto a quelle statunitensi o cinesi dipenda dal fatto che in Europa ci sono troppe regole. Dipende dal fatto che lì ci sono i capitali, qui i capitali sono pochi e frammentati.
La prossima domanda riguarda invece l’AI Act. Come lo valuta nel complesso, o ha qualche appunto specifico?
A mio parere qualsiasi valutazione sull’AI Act è un po’ prematura, perché, come sappiamo, entrerà pienamente in vigore solo nel 2026. In questo momento la Commissione e chi lavora all’AI Office stanno lavorando intensamente per declinare e fornire tutte le attività necessarie per farlo funzionare.
A mio avviso funzionerà bene per quanto riguarda il controllo sulle grandi piattaforme, sulle grandi imprese di intelligenza artificiale, perché terrà l’attenzione alta. Forse, un profilo su cui possiamo sollevare delle perplessità è che molto viene demandato alla concreta applicazione da parte della Commissione e dei suoi uffici.
Quello che possiamo osservare è che l’AI Act non era inizialmente pensato per l’intelligenza artificiale generativa. A mio avviso, non copre tutti i rischi veri che l’IA generativa può portare. Ma forse sono rischi che non spetta al legislatore disciplinare. Cioè, il rischio epistemologico dell’intelligenza artificiale, il rischio di frantumazione, di perdita della capacità critica e cognitiva umana... Però questi non sono rischi che possono essere affrontati con la sola disciplina legislativa.
Parlando di geopolitica dell’intelligenza artificiale, quali sono secondo lei le principali differenze tra i modelli normativi adottati da Unione Europea, Cina e Stati Uniti? E dove si colloca l’Unione in termini di vantaggi o leadership?
Non so se lo conoscete, ma vi consiglio un libro: Digital Empires di Anu Bradford, della Columbia. Lei individua tre “imperi digitali”: quello statunitense, quello dell’Unione Europea e quello cinese. La sintesi è che l’impero digitale statunitense è market-driven, cioè guidato dal mercato e dalla performance economica: quindi grande libertà alle imprese di sviluppare tutto ciò che è necessario per innovare.
L’impero europeo è rule-driven: le nostre regole, la nostra volontà di regolamentare il digitale, i nostri valori. E non ci vedo nulla di male in questo. Infine, l’impero cinese è fondato sulla coerenza tra ciò che l’intelligenza artificiale può fare e il pensiero del partito.
Sono tre modi di vedere e di relazionarsi con il digitale. Devo dire che comprendo di più quello europeo e quello cinese, cioè la volontà di governare il digitale, rispetto a quello statunitense, dove è tutto lasciato alla scelta delle imprese e al loro desiderio di profitto.
Secondo lei, quindi, c’è modo per l’UE di mantenere un’autonomia strategica in questa corsa?
La domanda che mi fai porta a una riflessione: siamo proprio sicuri che vogliamo l’autonomia strategica?
Secondo me sarebbe più opportuno per l’UE cercare di tornare a un’idea di mondo con relazioni multilaterali, in cui i Paesi non si contrappongono strategicamente, danneggiandosi a vicenda in un gioco a somma zero, ma cercando relazioni win-win.
Se invece rincorriamo l’autonomia strategica per stare al passo con gli Stati Uniti, sappiamo benissimo che economicamente non siamo in grado. Quindi è una rincorsa persa in partenza.
Secondo lei, quale potrà essere il futuro del diritto in questo campo? Quali evoluzioni ci aspettano?
Se dobbiamo rivedere il rapporto tra diritto e tecnologia, secondo me dobbiamo agire di meno con norme tecnico-specifiche. Il diritto non ha mai dato regole di dettaglio tecnico. Dovremmo agire di più a livello di principi, e poi lasciare che questi vengano applicati da persone consapevoli e coerenti con quei principi.
Se dovesse mandare un messaggio ai cittadini e consumatori che guardano al futuro del digitale, quale sarebbe?
Primo: non digitalizzate tutto. Conservatevi i libri, le foto, le cose tangibili, perché torneranno a essere importanti nella vostra vita.
Secondo: leggete ed educatevi. Informatevi su cosa accade nel digitale, su quali sono i rischi. Educatevi a poterlo gestire, per non esserne semplicemente schiavi. Perché il digitale diventa come l’acqua per i pesci: se quell’acqua diventa tossica, si muore.
E per i giuristi?
Ai giuristi vorrei dare un messaggio di speranza. L’intelligenza artificiale non ci sostituirà. Sono convinto che la capacità dell’intelligenza umana di interpretare le parole, di cogliere le sfumature, sia ancora superiore (forse non tecnicamente, ma nella sostanza) rispetto all’intelligenza artificiale.
In un mondo digitale in continua evoluzione, Raffaele Torino ci aiuta a rivedere il diritto partendo dai valori fondanti. Essere cittadino in un’Europa digitale non significa solo essere protetti dalle regolamentazioni, ma anche acquisire consapevolezza dei rischi e assumersi una responsabilità educativa.
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L'Autore
Livia Marini
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